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14 Agosto 2020

Pubblicato il

Pensatori tedeschi

I grandi pensatori tedeschi in cinque celebri massime

di Redazione

"Vivere in generale vuol dire essere in pericolo" (Nietzsche)

Pensatori tedeschi
Guernica, Pablo Picasso

A ben vedere è possibile tracciare una breve storia, in nuce, degli ultimi grandi pensatori tedeschi, dello spirito tedesco contemporaneo, attraverso alcune delle sue sentenze più significative. Intendiamo riferirci soprattutto all’aspetto filosofico, a quella grande scuola di pensiero che, iniziata con Schopenhauer, culminerà, più di un secolo dopo, in Heidegger e Adorno.

Si tratta di un modo di vedere le cose, di leggere i fenomeni, in radicale controtendenza alla cultura oggi dominante, legata al mercato, al profitto, allo sviluppo tecnologico, al culto della produzione, della prestazione, dell’efficienza e, dunque, proprio per questo, tanto importante per noi.

Gli ultimi grandi pensatori tedeschi

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E’ pensabile iniziare il nostro viaggio con una sentenza del giovane Nietzsche. Essa dice: “vivere, in generale, vuol dire essere in pericolo”. Questo motto si trova in un’opera intitolata “Schopenhauer come educatore” (1874); attraverso questo lavoro folgorante il giovane filosofo intendeva rendere omaggio al massimo dei suoi maestri.

In un’epoca in cui il pensiero tedesco riscopre l’epoca eroica del pensiero greco, quella dei presocratici, di Eraclito, Parmenide ed Empedocle, Nietzsche strizzava l’occhio, nello stesso tempo, a Wagner, e questo fu il linguaggio che egli elaborò, per rispondere al positivismo dominante all’epoca.

Il secondo detto appartiene, invece, alla fase del pensiero maturo di Nietzsche, a quella “Volontà di potenza” (1906) compilata dalla sorella del filosofo, che tanti grattacapi ha dato alla critica novecentesca. La frase dice: “Che cosa significa nichilismo? Significa che i valori supremi si svalutano”.

Questo aforisma coglie un aspetto decisivo del nostro tempo. Dopo la morte di Dio, con la decadenza del Cristianesimo, l’Occidente ha perduto una bussola, una guida, un riferimento spirituale forte e questo ciascuno può osservarlo da sé, vivendo la sua vita di tutti i giorni in questo caos babelico che ha nome globalizzazione.

Il linguaggio, la casa dell’essere

La terza sentenza appartiene al pensiero maturo di Heidegger. Dopo aver lasciato incompiuto “Essere e tempo” (1927), che cercava di aprirsi la strada alla comprensione del senso dell’Essere attraverso l’esistenzialismo di Kierkegaard e la fenomenologia di Husserl, egli, al principio della celebre “Lettera sull’umanismo” (1946), pronuncia la celebre affermazione: “il linguaggio è la casa dell’essere”.

Questa frase testimonia un elemento essenziale: la centralità della dimensione del linguaggio nel pensiero post-metafisico contemporaneo. Tutta l’esperienza che noi facciamo del mondo, è veicolata dal linguaggio, una volta che le strutture della vecchia metafisica sono venute meno.

Per strutture della vecchia metafisica, dobbiamo intendere l’Idea di Platone, il Dio del cristianesimo, ma anche la concezione dello Spirito, per come si configura in un pensatore profondo e acutissimo come Hegel.

Questa consapevolezza della centralità del linguaggio era già presente in scrittori come Kraus e lo sarà in filosofi come Wittgenstein e Gadamer, allievo diretto di Heidegger. Heidegger vi ritornerà più approfonditamente in un testo come “In cammino verso il linguaggio” (1959).

L’orrore penetrato dappertutto

Il quarto detto, tra quelli da noi scelti, appartiene a “Minima Moralia” (1951) di Adorno. Esso dice: “non si dà vera vita nella falsa”. Per comprendere ciò che Adorno vuole dire, bisogna tenere conto di due elementi.

Il primo è che la Scuola di Francoforte, di cui Adorno fu uno dei maestri indiscussi (gli altri furono Walter Benjamin, che pure non ne fece mai parte in modo ufficiale, ma la cui influenza sul gruppo fu determinante, Max Horkheimer ed Herbert Marcuse), si colloca nella scia del pensiero di Marx, la cui critica del capitalismo ebbe sugli intellettuali europei delle generazioni successive, un peso enorme.

Il secondo è che il sottotitolo di “Minima Moralia”, suona: “Meditazioni della vita offesa”. Ossia il libro è carico di due esperienze fondamentali che stavano segnando il mondo di allora: Auschwitz e la nascita delle società capitalistiche avanzate, per come ancora le conosciamo e le viviamo.

Per Adorno, l’orrore era penetrato dappertutto. La sua incredibile sentenza reca traccia di questa consapevolezza.

La speranza…

L’ultima massima di questo excursus nel pantheon dei grandi pensatori tedeschi, appartiene ad una pensatrice che sapeva commerciare con la speranza: Hannah Arendt. In realtà si tratta della citazione di un passo di Sant’Agostino, che chiude il suo capolavoro “Le origini del totalitarismo” (1951). Esso dice: “affinché ci fosse un inizio, è stato creato l’uomo”.

Questo principio, che coincide con quello della libertà, che è strettamente legato al fatto della nascita di nuovi esseri umani, è ciò che ha permesso all’umanità di sopravvivere a esperienze come quelle di Auschwitz, dei gulag di Stalin, dei bombardamenti atomici. Non è cosa da poco, come si può ben capire… (Daniele Lorusso)

 
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