28 Luglio 2021

Pubblicato il

Un romanziere al tempo della globalizzazione: Jonathan Franzen

di Daniele Lorusso

Ci restituisce uno spaccato delle difficoltà della vita nella globalizzazione

jonathan franzen
Jonathan Franzen

Bello, ricco, potente, creativo, di straordinario successo, Jonathan Franzen (Western Springs, 1959) è l’ultimo grande romanziere americano vivente. Soprattutto dopo la scomparsa di Philip Roth nel 2018. Il suo astro ha compiuto la sua ascesa con “Le correzioni” del 2001. Un critico letterario e studioso di Thomas Mann, Marcel Reich-Ranicki, ci ricorda come il successo delle “Correzioni” sia paragonabile a quello dei “Buddenbrook” di Thomas Mann. Alle “Correzioni” sono seguiti “Libertà” e “Purity”. Tutti editi da Einaudi e tradotti da Silvia Pareschi.

Una finestra su Vienna

Contestualmente a questo cammino è uscito un saggio come “Il progetto Kraus” (Einaudi). Quantomeno apprezzabile per l’attenzione riservata a un faro della letteratura europea, come il grande scrittore satirico, naturalizzato viennese, Karl Kraus. Il quale, all’inizio del secolo scorso, sviluppò una delle critiche più radicali della civiltà occidentale, soprattutto attraverso l’interpretazione di momenti cruciali della storia contemporanea come la Prima guerra mondiale e il nazismo. Certo, Franzen non ha quella tempra morale, quella maestria stilistica, quella forza satirica che rende la parola di Kraus sconvolgente ancora oggi. 

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Soprattutto, il successo di uno scrittore, oggi, si paga con l’acquiescenza alle regole dell’industria culturale e nemmeno Franzen fa, da questo punto di vista, eccezione. Ad esempio, se si confrontano i saggi di Elias Canetti su Kraus, contenuti in “La coscienza delle parole” (Adelphi), con il lavoro di Franzen, si noterà un dislivello interpretativo, critico, di spirito, tutto a favore dei primi. Ma già il fatto che Franzen abbia riflettuto e meditato sull’opera di Kraus, lo rende ai nostri occhi interessante e degno di attenzione.

La vita all’epoca della post-storia

Si prenda il caso di “Purity” del 2015, l’ultimo dei suoi imponenti romanzi, che superano tutti le cinquecento pagine. Certamente è possibile dire, che il grande talento viennese per la psicologia, sia penetrato anche in Franzen. Detto alla buona, Purity è una giovane donna maledettamente, incredibilmente, incasinata. Come tutti noi, del resto. Forse di più, considerando che Pip – questo il nomignolo della ragazza che ci accompagna durante il romanzo – non solo ha una madre iper-nevrotica, con cui ha un rapporto insano. E fin qui niente di strano.

Ma è alla disperata ricerca di un padre che non ha mai conosciuto. Franzen scava nel triangolo del complesso di Edipo, con la sapienza di chi Freud non lo ha solo sperimentato come grande teorico della psicoanalisi. La sua riflessione, la sua capacità di toccare certe corde profonde, è quella di chi certe cose le ha vissute in profondità ed è in grado di rifletterci sopra in maniera originale. Ed è uno dei motivi di grande interesse del libro. 

Un altro motivo per cui questo romanzo è molto interessante è che Purity abita, come noi, la dimensione della post-storia. Quella della globalizzazione, di internet, dei cellulari, delle e-mail, dei messaggi. Di questa rete di comunicazione fittissima e frenetica che, ormai, costituisce il nostro mondo. E che, forse, non aiuta il libero ed armonico sviluppo della personalità che ha caratterizzato il mondo europeo fino all’Ottocento.

Ossia, non è in grado di mettere l’individuo, e il giovane in modo particolare, in contatto con le grandi forze spirituali su cui si basa l’identità umana di ogni tempo e luogo. Sia che si tratti della grande tradizione laica che dall’antichità classica arriva fino all’illuminismo. Sia che si tratti, invece, della grande scuola del monoteismo propria dell’ebraismo e del cristianesimo. Per restare, soltanto, al piano europeo.


Il totalitarismo possibile

Franzen è, dunque, troppo acuto per non capire come in internet sia racchiuso il pericolo di un totalitarismo futuro, e non solo per la capacità di controllo sulle vite di ognuno di noi, cresciuta in modo esponenziale. Se c’è una caratteristica propria del totalitarismo essa risiede nella capacità di controllare le menti degli uomini dall’interno. Se le tirannidi e le dittature di tipo classico opprimono il singolo individuo dall’esterno, soprattutto per quanto concerne gli oppositori politici, il totalitarismo fa un salto di qualità.

Nazismo e bolscevismo realizzavano questo obiettivo con l’ideologia e il terrore come, per prima, mise in luce Hannah Arendt. Internet e i social network fanno un passo ancora in avanti. Riescono ad indirizzare e permeare le menti delle persone senza ricorrere al terrore. Lo si è visto, in tempi recenti, con la morte di Gigi Proietti e quella di Maradona. Ultimamente con quella di Franco Battiato.

Questo indipendentemente dal valore e dalla stimabilità dei personaggi. Ad un certo punto, con un invisibile colpo di bacchetta magica, per giorni, le menti di tutti erano concentrate su di un unico tema. Non a caso, nel romanzo, il personaggio che incarna l’immenso potere di internet, proviene dalla Berlino est precedente la caduta del Muro. In uno dei luoghi in cui il potere di matrice sovietica si era mostrato nella sua feroce spietatezza.

Quasi superfluo aggiungere che è di fondamentale importanza che uno scrittore significativo e capace di raggiungere larghe fette di pubblico nel mondo, metta sotto gli occhi di noi lettori una interpretazione di ciò che viviamo tutti i giorni. Le cui implicazioni non ci sono ancora del tutto chiare nella loro problematicità e drammaticità. 

Molto in linea con le idee di Martin Heidegger sulla tecnica e con quelle di Adorno e Horkheimer sull’illuminismo, uno dei personaggi del romanzo ad un certo punto dichiara: “nella Tecnologia Confidiamo. Bisogna scriverlo sulla nuova banconota da cento dollari” (p. 259). Si tratta del biglietto da visita della globalizzazione.   

Nella globalizzazione del XXI secolo

Un romanzo, dunque, può essere l’occasione per riflettere teoricamente su un problema o su una serie di problemi connessi. Questa irruzione del pensiero filosofico all’interno delle strutture della narrativa è tipica del Novecento. Valga, per tutti, un caso sommo come Musil, con il suo “L’uomo senza qualità”. Franzen, attraverso la storia di Purity e dei personaggi che ruotano intorno a lei, ci restituisce uno splendido spaccato delle difficoltà della vita umana al tempo della globalizzazione.

 
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