Un matematico di genio e le tragedie del suo secolo (II)

Una volta, una matematica ungherese scrisse: “Tutti gli altri matematici dimostrano quello che possono, von Neumann quello che vuole” (cit. in: Bhattacharya, p. 200)
Di Daniele Lorusso
Von Neumann
Von Neumann

Come si accennava all’inizio dell’articolo precedente, nella storia contemporanea il Novecento riveste un ruolo centrale e singolare. Da una parte, il grandioso fiorire della cultura in tutte le forme in cui lo si voglia considerare: filosofia, scienza, letteratura, storiografia, diritto, arti figurative, fotografia e cinema. Dall’altra, l’irrompere della barbarie ad un livello sconosciuto ad altre epoche della civiltà umana.

Così la biografia che Ananyo Bhattacharya ha dedicato alla vita di John von Neumann (1903-1957) – “L’uomo venuto dal futuro. La vita visionaria di John von Neumann” (2021, ed. it. Adelphi) – è l’occasione per riflettere sul ruolo della scienza nel Novecento; sul rapporto tra filosofia e scienza; e, soprattutto, sulla relazione tra scienza e applicazioni tecnologiche, campo in cui von Neumann eccelleva in maniera sorprendente.

Poiché appare evidente che il nostro mondo, così come oggi lo conosciamo – fatto di rivoluzione digitale, di intelligenza artificiale, di internet, di cellulari che inglobano tutti gli aspetti della nostra vita, di comunicazioni e spostamenti sempre più rapidi – sarebbe, al di là del giudizio positivo o negativo che se ne voglia dare, impensabile senza il connubio fortissimo che la scienza ha instaurato con la tecnologia.

Dalla bomba atomica al computer

Durante gli anni del Progetto Manhattan, nel faticoso percorso di costruzione dell’arma nucleare, von Neumann si rese conto della necessità di costruire delle macchine che avessero una capacità di calcolo superiore a quella umana. Non solo, si accorse che la sua straordinaria preparazione matematica, così come si era prestata ottimamente al lavoro di ideazione della bomba atomica, altrettanto bene era in grado di supportarlo nella elaborazione e nella progettazione dei primi computer.    

In ciò sarà spronato e sorretto dalla ricerca matematico-scientifica di Kurt Gödel e Alan Turing. Ispirato dai suoi colleghi geniali, nonché dalla sua intelligenza matematica al fulmicotone, von Neumann arriverà a stabilire quella che è stata definita architettura di von Neumann. Scrive Bhattacharya: “quasi tutti i computer moderni, gli smartphone, i portatili e quant’altro sono costruiti secondo quei principi” (p. 169).

Naturalmente, soprattutto quando ci sono in ballo grandi progetti, il lavoro pionieristico che diede vita ai primi computer prosegue attraverso lotte, faide, risentimenti, personalismi, accuse più o meno fondate.

Soprattutto verso colui che sembra volare una spanna sopra tutti gli altri, ossia von Neumann stesso. Si contesta, al grande matematico, la paternità e l’originalità di alcune delle strutture portanti delle sue concezioni. Ma, per la giurisdizione degli Stati Uniti, prevale il principio che sarà poi dell’open source: ciò che riguarda le conoscenze informatiche è patrimonio di tutti.

A testimonianza di un clima e di un’epoca ormai in buona parte cambiati, vale la testimonianza di un vecchio amico di von Neumann che gli chiede: “mi pare di capire che la matematica non ti interessa più. Mi dicono che adesso pensi soltanto alle bombe”. E von Neumann risponde: “Sbagliatissimo. Sto pensando a qualcosa di più importante delle bombe. Sto pensando ai computer” (Bhattacharya, p. 177). Va sottolineato, in ogni caso, che il lavoro legato alla nascita dei primi computer rimane strettamente intrecciato all’ambito militare.

Giochi sublimi

Una volta, una matematica ungherese scrisse: “Tutti gli altri matematici dimostrano quello che possono, von Neumann quello che vuole” (cit. in: Bhattacharya, p. 200). Così, dopo aver prodotto un lavoro pionieristico per quanto riguarda la bomba atomica e i computer, un altro ambito in cui von Neumann fu un precursore è la teoria dei giochi, capitolo del sapere che oggi appartiene al pensiero economico. Senza contare il contributo al teorema del punto fisso di Brouwer, anch’esso di natura economica.

Ma la teoria dei giochi non è un interesse soltanto passeggero e l’incontro con l’economista tedesco Oskar Morgenstern continua a spingere von Neumann in quella direzione. Se von Neumann si accorgerà dell’arretratezza matematica vigente in economia, Morgenstern era uno studioso di formazione neo-liberista, formatosi a stretto contatto con Ludwig von Mises e Friedrich von Hayek, futuro premio Nobel per l’economia.

Per avere un’idea dell’importanza di questo ambito di studi, basti pensare a John Nash (1928-2015), matematico che vinse il premio Nobel per l’economia nel 1994, grazie al suo contributo alla teoria dei giochi e che è al centro dello struggente film “A Beautiful Mind” (2001) di Ron Howard, con Russell Crowe nel ruolo del protagonista.

Il frutto dell’intensa collaborazione tra von Neumann e Morgenstern fu l’importante volume “Theory of Games and Economic Behavior” (“Teoria dei giochi e comportamento economico”) del 1944. Si tratta di una lettura matematica del funzionamento dei giochi. Ma, attraverso questi ultimi, dell’economia e della società. Lo stimolo che von Neumann e Morgenstern hanno fornito all’economia matematica è stato amplissimo e, di conseguenza, straordinaria la gamma delle applicazioni.

Scrive Bhattacharya: “La teoria dei giochi si è ormai insinuata in ogni angolo del commercio elettronico, dalle tariffe dei servizi di cloud a quelle delle corse in taxi, fino alla progettazione di sistemi di ricompense in cui il cliente viene trascinato sempre più in profondità ed è spinto a tornare più e più volte su un certo sito” (p. 240). La teoria dei giochi ha avuto importanti sviluppi anche in ambito etologico, ossia relativamente allo studio del comportamento degli animali.

La palude della realtà

L’ultimo contributo di von Neumann – che si spense piuttosto giovane a causa di un tumore – fu quello relativo alla progettazione e allo sviluppo dell’automazione e degli automi. Von Neumann dimostrò un talento pressoché unico nell’applicazione tecnica delle conquiste più avanzate del pensiero scientifico e matematico. Ma ci si può domandare: il mondo che, con tanta visionarietà (per riprendere il sottotitolo della biografia di Bhattacharya), von Neumann ha contribuito a creare, è ancora un mondo a misura d’uomo?

Un mondo in cui c’è ancora spazio per gli uomini e per le loro autentiche prerogative? “La tecnicizzazione – almeno per ora – rende le mosse brutali e precise, e così anche gli uomini”, scrive Adorno all’inizio dell’aforisma 19 della prima parte di “Minima Moralia. Meditazioni della vita offesa” (1951, ed. it. Einaudi).

Non si può dire che, da allora, le cose siano cambiate o sensibilmente migliorate. Il vantaggio offerto dalla grande filosofia è di consentire uno sguardo dall’alto sul mondo e sulla realtà. Heidegger, nella leggendaria conferenza “La questione della tecnica” che apre “Saggi e discorsi” del 1954 (ed. it. Mursia), legge la tecnica come Ge-stell, come im-posizione e impianto.

Basta trovarsi un sabato notte con il cellulare che muore, per verificare quanto lo sviluppo tecnico sia impositivo, costringente, foriero di dipendenza. Abbiamo messo, in una scatola di alcune decine di centimetri, la maggioranza delle cose che contano nelle nostre vite. Eppure gli uomini – nonostante tutta la nostra scienza e la nostra tecnica – continuano a morire per le guerre e le malattie

 
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