Mario Tozzi: “Andremo oltre +2°C, aumenteranno caldo estremo e vittime”. L’allarme riguarda anche le città

Tozzi commenta il rapporto UNEP sul superamento di +1,5°C: più caldo estremo, siccità e incendi. Le città saranno fra le aree più esposte
Di Lina Gelsi
Mario Tozzi con un cane
Mario Tozzi con un cane

«Annuncio sorprendente: la temperatura crescerà di oltre 1,5°C nel prossimo futuro. Ma dai?». Mario Tozzi sceglie l’ironia per commentare una notizia che, dal suo punto di vista, di sorprendente ha ben poco. Il nuovo rapporto dell’UNEP pubblicato il 2 settembre certifica infatti un passaggio molto delicato della crisi climatica: il superamento di 1,5°C di riscaldamento globale viene ormai considerato difficilmente evitabile e potrebbe verificarsi nei prossimi anni. Perfino nell’ipotesi più favorevole analizzata dalle Nazioni Unite, il picco arriverebbe intorno a +1,8°C; altri scenari conducono oltre i 2°C.

Non è soltanto una questione di temperatura media

Per chi vive in una grande città come Roma, parlare di uno o due gradi in più nella temperatura media del pianeta può sembrare un dato astratto. Non lo è.

Il rapporto UNEP cita esplicitamente fra le conseguenze del maggiore riscaldamento i danni alla salute umana, alla sicurezza alimentare, alle risorse idriche, alle città, alle infrastrutture e alle economie. Non formula una previsione specifica per Roma, ma inserisce i sistemi urbani fra quelli che dovranno affrontare effetti più pesanti man mano che il riscaldamento aumenterà.

È questo il punto che rende la discussione particolarmente concreta anche per la Capitale: ondate di calore più intense e prolungate significano maggiore esposizione per anziani, bambini, lavoratori all’aperto e persone che vivono in abitazioni poco protette dalle alte temperature. Significano inoltre maggiore richiesta di energia per il raffrescamento, pressione sui servizi sanitari e necessità di ripensare spazi pubblici, alberature, edifici e mobilità.

Tozzi: «Le prossime sorprese le conosciamo già»

Il ragionamento di Mario Tozzi è volutamente provocatorio. Se gli investimenti in petrolio, gas e carbone continuano, sostiene il geologo, non dovrebbe sorprendere il fatto che le temperature continuino a crescere.

Poi arriva l’elenco delle «prossime sorprese», scritto con evidente sarcasmo: superamento dei 2°C, aumento degli eventi estremi, crescita delle morti legate al caldo, siccità e alte temperature capaci di danneggiare l’agricoltura, più incendi, perdita di specie, barriere coralline e foreste primarie.

Sono fenomeni diversi ma collegati dallo stesso meccanismo: più energia accumulata nel sistema climatico modifica temperature, precipitazioni, oceani ed ecosistemi.

L’UNEP aggiunge un elemento particolarmente importante. Non conta soltanto oltrepassare 1,5°C: conta quanto si sale e per quanto tempo. Un picco più elevato e una permanenza più lunga sopra quella soglia aumentano il rischio di danni irreversibili e riducono le possibilità di adattamento.

Oltre 1,5°C non significa arrendersi: bisogna ridurre il picco

Il titolo del rapporto, Limiting Overshoot, riassume il nuovo problema. “Overshoot” indica il superamento temporaneo della soglia climatica stabilita. Se evitare completamente quel passaggio non appare più realistico, l’obiettivo diventa impedire che sia troppo ampio e troppo lungo.

Lo scenario ritenuto dall’UNEP più efficace è quello denominato “overshoot, peak and decline”: superamento, raggiungimento di un picco e successiva discesa della temperatura. Per riuscirci servono forti e continue riduzioni delle emissioni, compreso il metano, fino alle emissioni nette zero e successivamente a emissioni nette negative, affiancate da interventi di adattamento.

Non è quindi una licenza per rinviare ancora. È esattamente il contrario: ogni ritardo può rendere il picco più alto e il ritorno sotto 1,5°C più difficile e costoso.

La polemica di Tozzi sui combustibili fossili

Su questo passaggio Tozzi abbandona il linguaggio strettamente scientifico e formula una precisa richiesta politica: accelerare l’uscita dai combustibili fossili e attribuire all’industria che li produce una parte rilevante del costo della riconversione.

«Non ci sono altre opzioni», sostiene, invocando regole internazionali vincolanti, limiti, controlli e una maggiore capacità della politica di intervenire anche sulle dinamiche del mercato.

La posizione è destinata a dividere, soprattutto quando il dibattito passa dalla diagnosi scientifica alle modalità e ai costi della transizione energetica. Il rapporto UNEP, però, conferma un punto fondamentale: una rapida transizione dai combustibili fossili alle energie rinnovabili è indicata fra le azioni necessarie per ridurre il picco del riscaldamento e porta anche benefici collaterali sulla qualità dell’aria, sulla salute e sul costo dell’energia.

Caldo, incendi e siccità: il problema è già dentro la vita quotidiana

Tozzi punta il dito anche contro chi continua a negare o ridimensionare il cambiamento climatico. «Non potendo più negare l’evidenza, si attaccano al fumo della pipa pur di non intervenire», afferma, utilizzando poi parole ancora più dure nei confronti di chi considera responsabile di aver rallentato le decisioni.

Al di là della polemica, il rapporto UNEP pone una questione molto pratica. L’aumento del caldo estremo non riguarda un futuro indefinito. Nel 2024 il pianeta ha già registrato, per la prima volta su base annuale, una temperatura media superiore di oltre 1,5°C ai livelli preindustriali; gli scienziati valutano naturalmente il clima su periodi più lunghi, ma il dato rappresenta un segnale della direzione intrapresa.

Per Roma e per le altre grandi aree urbane italiane questo significa che le politiche climatiche non possono essere considerate soltanto materia da vertici internazionali. Ombreggiamento delle strade, alberi, materiali utilizzati negli spazi pubblici, accesso al raffrescamento, tutela delle persone fragili, gestione dell’acqua e capacità della rete elettrica diventano questioni sempre più legate alla qualità della vita cittadina.

La previsione più scomoda, in fondo, è proprio quella sottolineata da Tozzi: molte delle cosiddette «prossime sorprese» sono già conosciute. La parte ancora da decidere riguarda quanto saremo disposti a fare per limitarne le conseguenze.

 
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