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03 Dicembre 2021

Pubblicato il

“Sugar Tax”, all’inglese: un tributo che colpirà le bevande zuccherate

di Redazione
La scusa è l’obesità giovanile, che dipende anche dall’abuso delle bibite. In realtà si mira a un po’ di gettito in più

Ci stanno pensando, al Governo. Un nuovo tributo, o se preferite un nuovo balzello, che si va ad aggiungere agli innumerevoli altri. E che andrà a colpire le bevande zuccherate. Non solo quelle gassate, che sono le prime a venire in mente, ma anche tutte le altre che abbiano, appunto, un contenuto di zucchero particolarmente alto.

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Per ora la misura è scritta in un emendamento alla Manovra, ma pare che tra M5S e Lega l’accordo ci sia. E quindi è molto probabile che l’ipotesi si trasformi in realtà. Introducendo anche in Italia la cosiddetta ‘Sugar Tax’, che nel Regno Unito è diventata operativa nella scorsa primavera.

Le motivazioni sono due. Una di facciata, l’altra sostanziale. Cominciamo da quest’ultima, che del resto è facilmente intuibile: incrementare di un altro po’ il gettito fiscale, in una fase in cui ce n’è un bisogno estremo. Quanto alla destinazione del sovrappiù, ne parleremo più avanti.

La spiegazione di facciata, invece, è la tutela della salute pubblica. Quella dei giovani, più in particolare. Bambini in primis. Obiettivo: disincentivare l’uso massiccio di questo tipo di bibite. Una cattiva abitudine molto diffusa e che è tra le cause dell’obesità giovanile.

Certo: il problema esiste realmente. Stando alle statistiche, in Italia coinvolge il dieci per cento dei bambini. Un dato che nell’Unione Europea sale addirittura al 20 tra le ragazze e al 25 tra i ragazzi. Con un aggravio, sui sistemi sanitari nazionali, che  arriva fino al 7 per cento della spesa totale.

Tasse su e ciccioni giù. Forse

Ma quanto dovrebbe essere elevato, il nuovo tributo, per diventare un vero deterrente?

Vediamo cosa succede nel Regno Unito, dove la Sugar Tax è stata introdotta il 6 aprile di quest’anno. Il sistema è sdoppiato: oltre 5 grammi di zuccheri ogni 100 millilitri, si pagano 18 pence al litro (all’incirca 20 centesimi di euro), mentre quando si superano gli 8 grammi per ogni 100 millilitri il prelievo raggiunge i 24 pence al litro (circa 26 centesimi).

Più che scoraggiare drasticamente il consumo, l’idea è di contribuire a limitarlo. Per molti non cambierà nulla, ma per gli altri sì. E per la legge dei grandi numeri, quello che può sembrare un miglioramento limitato si traduce in un esito tutt’altro che trascurabile.

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Magari, come è successo Oltremanica, i primi a riposizionarsi sono i produttori. Nell’intento di non perdere quote di mercato, abbassano il contenuto di zuccheri e riescono a ottenere una tassa più modesta. O addirittura, chissà, nessuna accisa.

Italia: le imprese sul piede di guerra

Assobibe, l’associazione degli industriali delle bevande analcoliche che aderisce a Confindustria, è partita subito al contrattacco. Detto in maniera spiccia, un pianto greco. Un miscuglio di lamentele e di foschi presagi: già adesso il settore non va un granché, il quadro economico rimane difficile, se i prezzi salgono i consumi scendono, i posti di lavoro si ridurranno, gli investimenti pure, non si aiuta la crescita complessiva del Paese, e via di questo passo.

Certo: ognuno bada ai suoi interessi, e li difende come può, ma qui si sono fatti prendere la mano. Come se il comparto bibite fosse l’architrave dell’economia nazionale.

Il punto chiave: servono soldi

Che il punto chiave sia incassare altri soldi lo abbiamo già detto. Ma quella che invece è assai dubbia è la destinazione finale. Non trattandosi di una ‘tassa di scopo’, ossia di un tributo che nasce con una finalità esplicita e vincolante, non ci sarebbe neanche l’obbligo di specificare che cosa si farà dei denari incassati.

La ‘necessità’, però, è di natura politica. Siccome si va a toccare un bene di largo consumo, che rientra nelle abitudini di ogni fascia di reddito, è chiaro che conviene fornire una spiegazione precisa. Sì, vi tartassiamo pure qui ma è per degli scopi apprezzabili. Quindi capiteci e non arrabbiatevi (troppo).

All’inizio, dunque, pareva che non ci fossero dubbi. Avendo deciso di eliminare l’IRAP sulle partite IVA fino a 100mila euro, bisogna trovare le coperture necessarie a compensare i mancati introiti. Sempre che, poi, non bastassero alla bisogna le risorse derivanti da altre misure di riassetto della spesa pubblica.

Adesso, invece, quella certezza è quantomeno incrinata. Il ‘bottino’ fa gola per definizione, in tempi di vacche magre, e a farsi sotto è il ministero dell’Istruzione. Intervistato da Repubblica, il ministro Marco Bussetti mette le mani avanti: “Utilizzeremo la cosiddetta ‘sugar tax’ per trovare i 100 milioni che servono all’università e incrementeremo il Fondo ordinario”. A sua volta, il viceministro Lorenzo Fioramonti caldeggia il medesimo risultato, accoppiando i vantaggi per la salute dei cittadini e quelli per il mondo della Scuola e della Ricerca: “Questa tassa – dice – ha un doppio valore: ridurrà le malattie cardiovascolari, diminuendo l’utilizzo di zuccheri nelle bevande, e aiuterà a far crescere l’università e la sua ricerca”.

Semplici auspici? O deliberate pressioni?

Inutile fare gli ingenui. Quando i politici si mettono a parlare in pubblico stanno cercando di acquisire un vantaggio. Da spendere, poi, nelle ‘segrete stanze’.

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