Quattro misure cautelari riaccendono il caso dell’attentato a Sigfrido Ranucci vicino Torvaianica. La bomba esplosa davanti al cancello di casa del giornalista non era un avvertimento innocuo: era un ordigno con gelatina da cava, capace di uccidere se qualcosa fosse andato diversamente.
Attentato a Ranucci sul litorale romano: la svolta nelle indagini
All’alba di martedì i carabinieri hanno eseguito quattro misure cautelari per l’attentato compiuto nell’autunno scorso davanti all’abitazione di Sigfrido Ranucci, nell’area vicino Torvajanica. Le accuse riguardano detenzione, porto in luogo pubblico e uso di ordigno esplosivo, minaccia e danneggiamento, con aggravanti connesse al numero dei partecipanti e alle modalità di tipo mafioso.
I nomi finiti al centro del provvedimento sono Pellegrino D’Avino, 26 anni, Antonio Passariello, 53 anni, entrambi di Avellino, Saverio Mutome, 40 anni, e Luca Amato, 21 anni, quest’ultimo della provincia di Napoli. Una ragazza di 22 anni risulta indagata. Il quadro ricostruito porta a un gruppo che avrebbe lavorato su mandato di una persona ancora non identificata.
L’azione sarebbe stata preparata con precisione. Passariello avrebbe procurato l’auto. Gli altri avrebbero compiuto sopralluoghi nei giorni precedenti. Poi la fase esecutiva: il posizionamento dell’ordigno davanti al cancello e la deflagrazione. Il risultato fu devastante: due vetture distrutte, muro perimetrale danneggiato, paura nell’area residenziale.
La gelatina da cava e il rischio ignorato da chi ha piazzato l’ordigno
Il dato più inquietante riguarda il materiale usato. L’ordigno conteneva esplosivo da cava ad alto potenziale, in particolare gelatina da cava, materiale vecchio nella sua tipologia ma ancora dotato di una forza distruttiva enorme. Una sostanza del genere non appartiene alla logica del danneggiamento ordinario. È materiale che, una volta innescato, non concede margini di controllo.
Il passaggio giuridico sulla mancata certezza della finalità di uccidere resta importante, ma non può cancellare un fatto evidente: chi porta esplosivo da cava davanti a una casa deve prevedere che qualcuno possa morire. Un giornalista, un familiare, un vicino, un automobilista di passaggio. La volontà omicida può non essere accertata, ma il rischio creato era concreto.
Per Roma e per il suo litorale questo elemento ha un peso speciale. Torvajanica, Pomezia, la Pontina, Pratica di Mare sono luoghi attraversati ogni giorno da residenti, pendolari, famiglie, lavoratori. Una bomba collocata in un contesto abitato non colpisce soltanto un bersaglio scelto. Espone l’intero spazio circostante alla violenza di chi decide di trasformare una strada in un teatro di intimidazione.
La Fiat 500 X sulla Pontina e i collegamenti con la Campania
La ricostruzione degli spostamenti ruota anche attorno a una Fiat 500 X noleggiata in Campania. Il mezzo è stato individuato sulla via Pontina, con riscontri legati alle celle telefoniche. Il contratto di noleggio sarebbe stato firmato dalla figlia della convivente di Passariello, che si sarebbe presentato con lei per ritirare l’auto.
La Pontina entra così nella vicenda non come semplice arteria stradale, ma come pista investigativa. Collegare un veicolo, una targa, un contratto, un tragitto e alcune utenze telefoniche significa ricostruire i movimenti di chi avrebbe raggiunto il litorale romano per compiere l’azione.
Gli inquirenti hanno lavorato sui passaggi precedenti all’esplosione, sui sopralluoghi, sui contatti e sui supporti logistici. L’ipotesi è quella di un commando organizzato, capace di reperire materiali, mezzi, denaro e telefoni dedicati. Non un gruppo arrivato casualmente davanti a casa Ranucci, ma una struttura operativa incaricata di portare a termine un’intimidazione violenta.
Il testimone su viale Po: il passamontagna e il boato
Un automobilista che transitava su viale Po ha fornito una descrizione significativa. Davanti al civico 91 avrebbe notato una persona con il volto coperto da passamontagna, corporatura molto esile, abiti scuri, altezza intorno a un metro e settanta. Il soggetto si sarebbe mosso con fare sospetto, avrebbe attraversato la carreggiata e sarebbe salito su un’auto scura di piccole dimensioni dal lato guida.
Pochi istanti dopo, il testimone ha sentito un forte boato alle spalle. Guardando nello specchietto retrovisore, ha visto che l’esplosione era avvenuta proprio nel punto dove aveva notato la persona mascherata. È una scena che restituisce la dimensione reale dell’attentato: non un episodio distante, non una minaccia astratta, ma un’esplosione in una strada dove qualcuno stava passando in quel momento.
Questo dettaglio rende ancora più evidente il tema del rischio. L’assenza di vittime non può essere confusa con una minore pericolosità dell’azione. In un contesto urbano e residenziale, bastano pochi secondi perché un attentato pensato per intimidire produca conseguenze irreversibili.
Le intercettazioni e la frase sulla potenza della bomba
Nel fascicolo entrano anche conversazioni intercettate che raccontano un clima di disponibilità alla violenza. Il titolare dell’autonoleggio, parlando con un amico, avrebbe fatto riferimento al fatto che con quella macchina fosse accaduto qualcosa di grave. In altre conversazioni compaiono frasi sulla possibilità di “buttare i palazzi per terra” e di realizzare ordigni azionati con telecomando.
Sono parole che, dentro un’indagine su una bomba esplosa davanti a un’abitazione, non suonano come vanterie isolate. Descrivono una familiarità con il linguaggio degli esplosivi, con la potenza distruttiva, con l’idea che la paura possa essere prodotta attraverso il rumore, il fuoco, le lamiere distrutte.
Il commando avrebbe agito su commissione, dietro compenso economico. I mandanti avrebbero messo a disposizione soldi, schede telefoniche dedicate, materiali, assistenza legale e perfino un piano per una eventuale fuga all’estero. Emergono anche tentativi di deviare il lavoro investigativo. È un quadro che porta oltre i quattro destinatari delle misure e apre la parte più delicata dell’inchiesta: individuare chi ha ordinato l’attentato.
Ranucci, Roma e il valore pubblico di un bersaglio giornalistico
Colpire Sigfrido Ranucci significa colpire un giornalista esposto, un volto noto dell’inchiesta televisiva, una persona già abituata a vivere con minacce e pressione. Ma la bomba davanti casa non riguarda solo il singolo professionista. Riguarda il rapporto fra criminalità, informazione e territorio. Riguarda Roma, il litorale e l’intera area metropolitana.
Quando un ordigno viene collocato davanti a un’abitazione, il messaggio vuole superare la porta di casa. Deve arrivare ai colleghi, ai testimoni, a chi parla, a chi indaga, a chi racconta. La violenza funziona così: prova a isolare il bersaglio e a far capire agli altri che esporsi può costare caro.