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29 Ottobre 2020

Pubblicato il

L'Occidente chiama l'Oriente

La Cultura orientale, la miniera del futuro

di Daniele Lorusso

Poiché era attraverso il mito che quegli antichi uomini leggevano e interpretavano il mondo

cultura orientale
Krisna e Arjuna

Ora che la globalizzazione ha imposto anche ad altri continenti una sempre crescente occidentalizzazione dei costumi, degli stili di vita, appare sempre più cruciale il contatto con la grande cultura orientale.

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Ciò è dimostrato dall’aumento della diffusione del buddhismo tra i cittadini italiani, europei e, più in generale, occidentali. Ma lungi dall’essere l’alba di un nuovo Rinascimento, spesso la diffusione del buddhismo in Occidente non è che uno dei tanti articoli di consumo.

Uno strumento attraverso cui veicolare e incrementare il conformismo.

La Cultura orientale, l’India

Proveremo a tracciare una breve mappa di avvicinamento all’Oriente, nel suo momento iniziale, limitandoci all’India, che già da sola costituisce una tradizione di civiltà semplicemente sterminata.

Al cuore profondo dell’induismo sta quella gemma purissima di perfezione e lucentezza che è la “Bhagavadgītā”, facilmente reperibile in italiano.

Ma non offrendo, tutte le edizioni disponibili nella nostra lingua, una resa di pari qualità, si consiglia vivamente l’edizione Adelphi.

Edizione questa, curata da solidissimi conoscitori del sanscrito e del pensiero indiano.

Tra i testi critici di introduzione al pensiero dell’antica India, al suo sistema categoriale così diverso dal nostro, deve essere segnalato il libro di René Guénon, “Introduzione generale allo studio delle dottrine indù”
(ed. it. Adelphi), del 1921.

Grande studioso delle culture tradizionali, sempre in polemica con gli orientalisti del suo tempo, Guénon ha la capacità di farci attraversare il guado tra Occidente ed Oriente, con agilità e sicurezza.

Le Upanishad

Alcuni anni dopo, nel 1925, Guénon volle approfondire e radicalizzare la sua problematica, dedicandosi ad un altro grande gruppo di testi del pensiero indiano: le “Upanishad“.

Laddove l’intreccio speculativo si fa vertiginoso, e anche un Platone o un Hegel rischiano di apparire piccoli, Guénon scrive “L’uomo e il suo divenire secondo il Vêdânta” (ed. it. Adelphi).

Tra gli studiosi italiani e i libri dedicati all’India in lingua italiana, non può essere dimenticato il nome di Giuseppe Tucci, così come non possono non essere menzionati i lavori di Roberto Calasso.

“Ka” (Adelphi) è uscito nel 1996, e come il precedente “Le nozze di Cadmo e Armonia” (Adelphi 1988) dedicato al mito greco, ha ad oggetto il mito indiano.

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In culture politeistiche, come furono quelle della Grecia classica, di Roma e dell’India antica, i miti, ossia le storie degli dèi e degli eroi, brulicano di conoscenza e di aspetti sapienziali.

Poiché era attraverso il mito che quegli antichi uomini leggevano e interpretavano il mondo.

Viceversa, “L’ardore” (Adelphi) – pubblicato da Calasso nel 2010 – ha, al suo centro, l’intreccio di pensiero e rito, il loro continuo rimandare dall’uno all’altro, la ricerca di una perfezione e di un equilibrio basato su
elementi scarni, eppure immensi.

Per avere un quadro introduttivo minimamente esaustivo di questo ambito di studi, bisogna ricordare che il nome che, nel panorama internazionale degli studi di indologia, è emerso con maggior forza e decisione negli
ultimi decenni, è quello di Wendy Doniger.

Oriente sempre più vicino all’occidente

Per ciò che concerne il Buddhismo, merita di essere ricordato “Il pensiero del Buddha” (2009, trad. it. Adelphi) di Richard Gombrich.

Figlio del grande Ernst, Gombrich ha il merito di aver scavato in una materia in cui accade spesso che ci si lasci andare all’arbitrio, quando non alla fantasia.

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La Cultura orientale è sempre più vicina all’occidente. L’interesse di questi mondi culturali vastissimi, tanto nel tempo che nello spazio, si fonda, dunque, su varie ragioni.

La prima è di natura storica: la dimensione filosofica dell’Oriente merita di essere indagata e compresa.

La seconda è di natura politica: la comprensione dell’Altro, e il dialogo che ne deriva, possono aumentare le possibilità di pace per tutti. Infine la terza motivazione è di natura umana.

Il livello di conciliazione e di equilibrio con il mondo, raggiunto dal pensiero orientale, è per noi ancora tutto da scoprire.

Schopenhauer lo sapeva e ogni buon lettore di “Siddharta”, di Hermann Hesse, lo ha intuito da qualche parte dentro di sé.

Dopo due guerre mondiali sulle spalle, Auschwitz, la bomba atomica, la guerra fredda, la tv a colori, Internet, il lavoro precarizzato e l’onnipresenza dei cellulari.

Forse una parola dell’antico sanscrito o un gesto del Buddha possono guidarci laddove, da soli, non sapremmo arrivare.

 
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