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22 Settembre 2020

Pubblicato il

L’Europa tra passato e presente: Lo schiacciasassi del presente

di Daniele Lorusso

Non apparirà esagerato affermare che, in ogni nazione, la letteratura rappresenta la parte migliore dell’identità di un popolo

Per quanto concerne il rapporto della nostra letteratura con il passato, il presente, il futuro del nostro paese, non apparirà esagerato affermare che, in ogni nazione, la letteratura rappresenta la parte migliore dell’identità di un popolo. Ciò accade per la Francia, l’Inghilterra, la Germania, la Spagna, la Russia e l’Europa dell’est, gli Stati Uniti. Per quanto concerne l’Italia, ciò è avvenuto in una misura straordinaria e singolare. Basti pensare che, in un arco di sette secoli, la nostra letteratura si svolge tra i nomi di Dante e di Eugenio Montale. Per non parlare delle arti figurative. 

Ora, una questione particolarmente spinosa, è intervenuta, a tale riguardo, nel nostro presente. Ed è il rapporto che le forme d’arte intrattengono con la dimensione commerciale, con i mass media, con quella che Walter Benjamin chiamò la riproducibilità tecnica. 

All’inizio fu la dimensione, apparentemente innocua, della fotografia. Poi vennero la radio e il cinema. Infine la televisione, che già nella generazione degli odierni quarantenni ha avuto un peso formativo enorme, per coloro che si ricordano come la propria crescita sia stata, letteralmente, plasmata dai cartoni animati, dalle partite di calcio, dai documentari e da tutti gli altri ambiti di interesse tematico raggiunti e toccati dalla televisione.

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Oggi, il peso determinante è stato raggiunto da internet – e basta vedere come qualunque bambino piccolo, in un ristorante, può essere persuaso a stare tranquillo, solo in presenza di un supporto che gli garantisca l’accesso alla rete, per rendersene conto. 

Ora, senza voler demonizzare questi processi, ma cercando di comprenderli con l’aiuto del pensiero filosofico, è difficile non riconoscere che il nostro punto di vista critico su questi fenomeni, ci è stato garantito e reso possibile dal magnifico, superbo, capitolo sull’industria culturale, che Horkheimer e Adorno inserirono nella loro “Dialettica dell’illuminismo” del 1947.

Ripensare alle origini del contemporaneo e del post-moderno, è molto difficile, ma molto importante e interessante, oggi che siamo pronti – ma lo siamo davvero? – per la post-realtà e per la post-verità, nonché per la post-storia.
Analogo discorso vale per le analisi di Heidegger sulla tecnica e sulla scienza, che “non pensa”, secondo una delle sue più scandalose, eppure tanto profonde, affermazioni. Ma è possibile risalire ancora più indietro, alle analisi grandiose di Marx sul capitalismo e alla lucidissima diagnosi di Nietzsche relativa al nichilismo. Non solo, ma già in Hegel e Goethe è possibile rintracciare spunti corposi in questo senso. 

Ecco perché ha senso parlare di “rovesciamento di mezzi e fini nel mondo contemporaneo”, di un uomo, di un soggetto, sempre più asservito alla potenza del mercato e dello sviluppo tecnologico. Ossia, che è diventato un apprendista stregone, incapace di regolare i processi e le dinamiche dello sviluppo e del progresso, da lui stesso messe in moto. 

L’uomo contemporaneo è un naufrago privo di bussola, un disperato privo di qualsiasi orientamento, ora che la morte di Dio è penetrata nel cuore di ognuno di noi. Ecco perché, con una reazione tutta di pancia, gli elettori del nostro paese, ma anche del resto dell’Europa, confluiscono a frotte verso le formazioni ad orientamento sovranista che, illusoriamente, promettono un ritorno ai valori tradizionali, specchietto per le allodole, in un’epoca in cui si studia una possibile colonizzazione di Marte.  

Ma è innegabile che l’arte abbia una sua responsabilità. Uno o due secoli fa, ci si intratteneva, anche per la semplice esigenza pratica di impiegare il tempo libero, con i classici greci e latini, con la Bibbia, con Dante e Shakespeare, con “I dolori del giovane Werther” di Goethe, con i drammi di Schiller, con Byron e i romantici.
Non solo, ma la capacità di creare consapevolezza critica da parte di certi autori e certi testi, fu enorme.

Ogni buon lettore della “Terza notte di Valpurga” (ottimamente curato da Paola Sorge per Editori Riuniti), il libro postumo di Kraus sul nazismo, sa fin troppo bene che il celebre incipit dell’opera – “su Hitler non mi viene in mente niente” – vale per tutti i capi e capetti che, da Hitler in poi, si sono succeduti, fino ad arrivare a Matteo Salvini. 
Se la morale è diventata, da troppo tempo, quella di non pensare, è inutile levare peana al cielo quando i giovani o i tifosi tornano ad inneggiare a Mussolini.

 

 
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