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03 Dicembre 2022

Pubblicato il

Il valore della tradizione: la sapienza greca riscoperta dalla filosofia moderna

di Daniele Lorusso
I Greci e la nostra storia: lo stesso cristianesimo sarebbe impensabile senza il contributo del pensiero filosofico greco
Statue greche ad Atene

Il contributo della tradizione è, in ogni epoca della cultura umana, di estrema importanza. Per l’Occidente e l’Europa, tradizione vuol dire la Grecia e Roma, altrettanto quanto ebraismo e cristianesimo. Come noto da ogni buon sussidiario, storicamente queste due tradizioni si sono combattute. Il cristianesimo nacque nei primi tempi dell’Impero romano d’Occidente e il crollo di quest’ultimo fu, certamente, dovuto alla diffusione del cristianesimo.

Mentalità antitetica a quella del paganesimo antico e che prepara il Medioevo. Ma, volendo spingere lo sguardo un po’ più a fondo, è possibile affermare che lo stesso cristianesimo sarebbe impensabile, senza il contributo del pensiero filosofico greco. A partire proprio da quell’incipit del Vangelo di Giovanni, che ne rappresenta una delle più grandiose manifestazioni.

Dal Rinascimento in poi, la diffusione della cultura greca e latina riprende in pieno la sua importanza. Basti porre attenzione ad esperienze filosofiche di caratura decisiva come quelle di Marsilio Ficino, Pico della Mirandola e Machiavelli, tutte nate nell’ambiente della Firenze medicea. Non solo ma anche al peso di Greci e Romani sulla tradizione figurativa dell’arte occidentale.

La filosofia greca in Occidente, un caso unico

Con lo svilupparsi del mondo moderno, il testimone passa dal Rinascimento italiano al mondo tedesco. Se ancora Kant e Fichte non avevano, per la cultura greca, che un’attenzione di circostanza, con Winckelmann, Goethe e Schiller, è possibile dire che la musica cambia, sotto questo punto di vista. Analogamente, è possibile fare lo stesso discorso per Hegel, Schelling e Hölderlin.

Friedrich Hölderlin (1770-1843) fu, per tutto l’Ottocento, considerato un minore, anche grazie ai giudizi limitanti di Goethe e Schiller. Lo stesso Benedetto Croce non lo amava. Fu Martin Heidegger a restituirlo alla grandezza dei massimi esponenti dello spirito tedesco, meditando sulla sua parola poetica per tutta la vita. Il rapporto che Hölderlin intrattenne con la grecità fu di travolgente profondità.

Ne è testimonianza la tragedia incompiuta “Empedocle”, in cui il grande presocratico agrigentino è l’emblema di un modo sconvolgente di vivere e di essere nel mondo. Giorgio Colli, che al contrario di Croce, non amava Goethe, e il cui lavoro di scavo nell’antichissima sapienza greca è rimasto ineguagliato, considerava Hölderlin addirittura superiore a Nietzsche, per quanto concerne lo scavo nei misteri della cultura greca.

I Greci e il martello

Nietzsche nacque l’anno dopo la morte di Hölderlin, in quel 1844 che vide anche l’uscita di “L’unico e la sua proprietà” di Max Stirner. Cominciava l’epoca del filosofare con il martello. La scuola filologica di Nietzsche, in gioventù, fu durissima. Fino all’esplosione del suo astro giovanile, con “La nascita della tragedia” del 1872. Può essere legittimo l’interrogativo relativo al fatto, che i due grandi della cultura tedesca, Hölderlin e Nietzsche, che proposero una ripresa radicale del dionisiaco, perirono entrambi della stessa sorte.

Nelle tenebre di una follia psichica senza scampo. Il distaccato e insondabile Goethe, colpevole, per Colli, di concedere troppo al cristianesimo, ebbe una vita tutta diversa, in cui lo spazio della serenità come programma ed ethos di vita, la fece da padrone. Alcuni decenni dopo, Thomas Mann dirà che chi prende Nietzsche alla lettera è perduto.

I presocratici sotto le bombe

Poi venne il tempo di Heidegger, il cui confronto con la grande tradizione speculativa della Grecia è centrale. Fin dai tempi di “Essere e tempo” (1927), in cui il problema filosofico di Heidegger era quello ontologico e a dominare erano Platone e Aristotele. Quando il suo pensiero maturerà, dopo la cosiddetta “svolta”, sarà la riscoperta dei Presocratici ad assumere una dimensione centrale. Poiché il problema non sarà più quello di rifondare l’ontologia, ma di oltrepassare la metafisica, ossia la stessa filosofia.

In testi strabilianti, per profondità rigore ingegno e talento speculativi, Heidegger si lascerà guidare dall’antichissima visione del mondo dei più antichi pensatori della Grecia. Questi scritti sono contenuti, per una parte, in libri come “Sentieri interrotti” (1950), “Saggi e discorsi” (1954), “Segnavia” (1967), nonché in moltissimi corsi universitari pubblicati postumi – tra cui si segnalano “Parmenide” (ed. it. Adelphi) ed “Eraclito” (ed. it. Mursia), tenuti negli anni ‘40.

Il risultato sarà qualcosa di unico: una concezione dell’essere che si lascia alle spalle le problematiche (e le pastoie) della vecchia metafisica, per approdare ad una lettura del senso profondo delle cose in cui domina una dimensione mistica e di sconvolgente profondità filosofica. In questa nuova concezione dell’essere, inaugurata da Heidegger, la parola greca “Aletheia” (verità), ripresa da Parmenide e il termine greco “Logos” (discorso), mutuato da Eraclito, giocheranno un ruolo decisivo.

Per cominciare a riflettere su Heidegger può essere utile il paragone con Picasso. Entrambi destrutturano le forme pittoriche e filosofiche tradizionali e sfondano, in qualche modo, le barriere dell’apparenza, quelle più legate al senso comune della realtà. Entrambi furono maestri di straordinario significato per le generazioni successive.

Curioso ed avvincente, allora – si pensi anche a Giorgio Colli ed Emanuele Severino – come, nella seconda metà del Novecento, la cultura europea abbia continuato a essere debitrice dei Greci…

 

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