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06 Luglio 2020

Pubblicato il

Cautela

I soldi dell’Europa? “Temo i Greci anche quando portano regali” di F.Febbraro

di Francesco Febbraro

L'Europa sta per dare all’Italia molti soldi da investire per la ripresa: "Timeo Danaos et dona ferentes", temo i Greci anche quando portano regali...

I soldi dell'Europa, Conte incontra von der Leyen
Bruxelles, Conte incontra la Presidente della Commissione europea von der Leyen

I soldi dell’Europa. Il Virus sta finalmente sparendo. Il Prof. Zangrillo, che in quanto Primario del San Raffaele di Milano non è l’ultimo arrivato, sostiene che il virus abbia perso ormai la sua carica di aggressività e quindi le restrizioni alle quali siamo soggetti sono eccessive. Basta quindi un po’ di prudenza e di organizzazione. Non è il solo a sostenerlo e, com’è facile immaginare, la sua affermazione ha scatenato l’ira funesta degli Esperti di Corte. Fanno appello ai dati statistici. Ma la statistica astratta sembra smentita da concreti dati clinici. La polemica andrà ancora avanti, fino a quando, come ha scritto Viviana Frigino in un suo recente articolo, dalla cronaca si passerà alla storia di questa Pandemia. La polemica sul Covid-19 riguarda gli esperti e i politici interessati alla propaganda. A noi interessa di più il futuro, dal quale dipenderà la ripresa dell’Italia.

I soldi dell’Europa: il lavoro al centro del progetto di rinascita

Quando si parla di “ripartire” si parla di posti di lavoro, che in Italia scarseggiavano prima del Covid-19 e che ora, per la crisi che attanaglia migliaia di imprese, sono ulteriormente ridotti. Riusciremo a ripartire? E se ci riusciremo, con quali strumenti e seguendo quale direzione? In altri articoli ho esposto il mio punto di vista su come combattere la degenerazione burocratica. Le procedure farraginose che attanagliano il nostro Paese e le scelte che, a mio avviso, potrebbero fare ripartire alcuni settori, recuperando immediatamente molti posti di lavoro. Ma il problema più grande, se non vogliamo accontentarci di tornare a come eravamo prima, è generare nuovi posti di lavoro.

La programmazione che manca da decenni

La fine delle ideologie ha fatto smarrire a molti italiani i tradizionali riferimenti politici. La conseguenza di questo “stato confusionale” è stata l’avvicendamento di leader che hanno goduto di incredibili e repentini picchi di consenso. In alcuni casi svaniti altrettanto rapidamente: Berlusconi, Renzi, Grillo e adesso, chissà come andrà con Salvini o Meloni. In questi anni, nel dare il mio voto, ho sempre cercato un Partito che andando al governo mettesse al centro del suo programma politico il lavoro per i giovani. Puntando su quelli che, a mio avviso, dovrebbero essere i cardini fondamentali: scuola, università, ricerca scientifica e politica industriale. Nessun Partito di Governo, inclusi quelli che sulla carta dovrebbero essere più attenti e sensibili a questi temi, ha finora seguito concretamente questo percorso.

L’opportunità di dimostrare che siamo meglio di prima

L’Unione europea sta per dare all’Italia molti soldi da investire per la ripresa, una parte addirittura a fondo perduto. “Timeo Danaos et dona ferentes” – temo i Greci anche quando portano regali, disse Laocoonte per dissuadere i troiani dal portare dentro la città il famoso Cavallo di Troia. Anch’ io credo poco ai regali dell’Europa, ma per un attimo voglio illudermi e pensare a cosa si possa fare con tutti questi soldi. Nell’immaginario Casinò degli investimenti, dove punteremo le fiches che ci darà l’Europa? Questa potrebbe essere la nostra occasione, forse l’ultima, per dimostrare di non essere più quelli della Cassa per il Mezzogiorno. Allora, anziché favorire lo sviluppo del sud, favorì, con la benedizione dei Governi democristiani, la rapina e lo sperpero di migliaia di miliardi di lire.

Se le Regioni moltiplicano i costi della Sanità

Una parte dei soldi dell’Europa ci servirà per riorganizzare il Sistema Sanitario. Magari evitando gli sprechi del passato, che ci costrinsero ad operare tagli drastici di ospedali e posti letto. Sarà forse necessario riprendere in mano la Costituzione per rivedere il ruolo delle Regioni. Il Covid-19 ha messo in evidenza i vantaggi e gli svantaggi dell’autonomia sanitaria delle Regioni. Ma non c’è dubbio che nel recente passato siano state proprio le Regioni a scavare il pozzo senza fondo nel quale è annegata la Sanità pubblica. Forse ha ragione Santo Versace quando dice che le Regioni generano solo sperperi e corruzione.

Un patto per puntare sul futuro

Per tutti gli altri investimenti deciderà il Parlamento. C’è da sperare che maggioranza e opposizione smettano per un attimo di fare propaganda elettorale, per dare all’Italia il migliore indirizzo possibile. Il lavoro sarà la priorità, ma sarà una priorità decisiva solo se verrà inserita in un organico programma di sviluppo industriale. Evitando la solita tentazione dei nostri politici, di distribuire soldi a pioggia. La migliore scelta strategica sarebbe quella di puntare, in modo mirato, sul trinomio scuola, ricerca, produzione, per sostenere l’innovazione tecnologica che trasformi, in un’ottica possibilmente “ecosostenibile”, l’intera produzione nazionale. Una scelta che sarebbe vantaggiosa sia sotto il profilo economico che sotto quello della salute pubblica, che in questi giorni sembra stare tanto a cuore a tutti.

Cambiare indirizzo per moltiplicare i posti di lavoro

Proteggere l’ambiente, il paesaggio e i beni culturali italiani, in modo concreto e non lamentoso, significa proteggere e favorire lo sviluppo della principale risorsa nazionale. Abbiamo il disperato bisogno di investire nella manutenzione del territorio e delle infrastrutture e di invertire la tendenza a consumare le nostre modeste risorse, puntando sulle energie rinnovabili. Sole, vento e maree ne abbiamo in abbondanza. Il recupero e la trasformazione delle parti di città degradate, danneggiate o malsane sarebbe l’occasione per riqualificare interi quartieri, avviando contemporaneamente il portentoso volano dell’industria edilizia. Possiamo riorganizzare le città, riducendo gli spostamenti casa-lavoro, implementando, ma anche rivedendo, con i dovuti accorgimenti sul versante sociale, l’esperienza dello “smart working”.

Quanto è utile lo smart working?

In questi mesi abbiamo potuto sperimentare, con risultati alterni e spesso contraddittori, i vantaggi ma anche i rischi che questa riorganizzazione comporta. Riorganizzazione che non deve essere affidata al caso e al semplice calcolo economico. Lo “smart working” può essere vantaggioso solo se si investe sull’intero sistema dei servizi a sostegno della famiglia e della maternità. Bisogna potenziare e sviluppare l’agricoltura e l’industria agroalimentare, sostenendo le giovani imprese che stanno innovando l’agricoltura con tecniche da fantascienza, che puntano alla diversificazione delle colture e alla produzione biologica. Ma anche risolvendo le carenze di manodopera meno qualificata che il Covid-19 ha drammaticamente evidenziato. L’elenco potrebbe essere lungo, ma da queste sommarie indicazioni si intuisce che di lavoro potrebbe essercene fin troppo, se solo decidessimo di invertire la rotta.

Scuola, Ricerca e Industria

Qui ritorna la centralità della ricerca scientifica e della scuola. Ma anche di un filtro selettivo che favorisca i migliori e i più meritevoli, non sulla base di valutazioni estemporanee, come un’interrogazione o un esame di Stato, ma sulla valutazione dell’intero corso di studi e delle effettive potenzialità dello studente. E’ anche il momento di spostare l’attenzione dei giovani dal miraggio di un titolo di studio, inteso come astratto strumento di qualificazione, per focalizzarla sulla conoscenza come strumento del saper fare, alla luce delle potenzialità individuali. Nessun titolo di studio ha valore se è separato dalla conoscenza pratica. Le nostre Università purtroppo – l’ho sperimentato negli anni in cui ho insegnato – tendono a riprodurre il limite della scuola secondaria superiore, fornendo le basi teoriche di una professione, senza quasi mai insegnare le tecniche pratiche. La teoria separata dalla pratica serve solo a rinviare ulteriormente l’ingresso nel mondo del lavoro.

Informare le famiglie per indirizzare i giovani

I giovani vanno anche indirizzati, seguendo la programmazione nazionale e le necessità dell’industria, fornendo gli strumenti per far conoscere i settori nei quali c’è la maggiore richiesta di lavoro qualificato, senza per questo trascurare le loro inclinazioni e le loro aspirazioni, che spesso coincidono con il loro talento. Alcuni programmi della RAI, in questi mesi di chiusura forzosa, hanno fornito una infinità di informazioni utilissime, oltre che stimolanti, sulle opportunità occupazionali e sul ventaglio immenso di corsi di studio disponibili nelle nostre Università e Scuole di specializzazione. Ma erano programmi notturni, che forse in pochi, studenti e genitori, avranno visto. Non sarà il caso, Ministro Azzolina, di diffonderli tra le famiglie in modo più diretto o in orari più idonei?

Non esistono lavori umili ma esiste l’umiliazione di non avere un lavoro

L’Italia ha bisogno di trasformarsi in un Paese moderno anche sul fronte della rispettabilità del lavoro. In molti Paesi del mondo gli studenti e i laureati si mantengono, in attesa del lavoro desiderato, facendo lavori cosiddetti “umili”. Da noi no, piuttosto si sta a casa a bighellonare tutto il giorno, ma non si accetta un lavoro se non è il lavoro “al quale mi dà diritto il mio titolo di studio”. Bisogna far capire ai nostri ragazzi che non esiste un lavoro umile, di cui vergognarsi, ma esiste solo la vergogna di non sapersi mantenere da soli e l’umiliazione di non avere un lavoro.

Mestieri sconosciuti, utili e redditizi

Si possono indirizzare i giovani verso i mestieri e le professioni che servono di più all’Italia e che spesso sono gratificanti più di quelle che richiedono la laurea. Ci sono decine di specializzazioni che offrono opportunità di guadagno superiori a molte professioni. Quanti sanno che l’industria italiana è alla disperata ricerca di saldatori industriali? Ne mancano decine di migliaia e non sono persone in tuta sporche di grasso, ma operatori che, abbigliati come chirurghi in candidi camici, manovrano macchinari complessi, guadagnando spesso più di un discreto avvocato. Anche in questo è ora di voltare pagina.

 
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