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Filosofi di fronte al potere: il caso di Giordano Bruno

Una libertà che gli proveniva dai Greci e dal Rinascimento; che rese Bruno l’ultimo genio del Rinascimento

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Giordano Bruno


Tra i pochissimi pensatori occidentali ad abitare quella zona di confine in cui la storia della filosofia si incontra con la leggenda, Giordano Bruno conclude, molto degnamente, la grande parabola del Rinascimento italiano. Protagonista di una vita notevole e di una grande morte, al pari di Empedocle, Socrate, Nietzsche, la sua vicenda speculativa e umana ci rende orgogliosi del nostro essere italiani.

Ma anche del nostro essere europei. Poiché il tratto europeo della vicenda di Bruno è innegabile e incancellabile. Sia pure di un’Europa che, spiritualmente e culturalmente, dipendeva dall’Italia. Pendeva dalle labbra di un’Italia che aveva espresso Dante, Petrarca, Machiavelli, Ariosto, Leonardo e Michelangelo

L’interprete

Sebbene la provenienza accademica non sia, in tutti i casi, garanzia di ricerca ampia e profonda, molto spesso i lavori monografici altamente approfonditi provengono, ormai, dalle Università ed è normale che sia così. Tale è il caso, per quanto riguarda il pensiero e la vita di Giordano Bruno, di Michele Ciliberto (Napoli, 1945). Formatosi con Eugenio Garin, lo studioso italiano del Rinascimento più importante del secolo scorso, egli si è occupato di Bruno con notevole profondità, nonché di Machiavelli.

Forse con un lavoro di scavo minore, se si pensa, ad esempio, agli studi che, su Machiavelli, ha prodotto Gennaro Sasso.Tra le monografie di Ciliberto su Bruno, oltre al recente “Il sapiente furore. Vita di Giordano Bruno” (Adelphi), sono notevoli due libri. Una ricerca su Bruno, che Ciliberto ha scritto per Laterza, del 1990. Nonché un libro intitolato “Giordano Bruno. Il teatro della vita” (Mondadori 2007, pp. 555), in cui la felicità della sintesi tra piano speculativo e piano biografico, è abbastanza unica. Vale la pena di spendere qualche parola su quest’ultimo lavoro. 

Vita e tragedia

Con notevole acume ermeneutico, Ciliberto mette in risalto la dimensione teatrale, come quella fondamentale, nella comprensione della vita e del pensiero di Bruno. Anche la visione del film di Giuliano Montaldo del 1973, con Gian Maria Volonté nel ruolo di Bruno, può contribuire all’intuizione di questo aspetto. Bruno non era un agnellino, un topo di biblioteca. Una volta disse che il verso che più gli si confaceva, era uno di Ariosto che dice: “d’ogni legge nemico e d’ogni fede”.

E se tale rimase la sua cifra esistenziale e speculativa – coerentemente al sentimento che ci trasmette il celebre monumento in Campo de’ Fiori, dove Bruno fu arso vivo il 17 febbraio 1600 – tuttavia essa non lascia intravedere, ancora, la parte costruttiva del suo pensiero. L’incredibile libertà di cui era capace. Una libertà che, nel XXI secolo, noi aspettiamo ancora di raggiungere.

Non solo, ma che, sempre più, vediamo sfuggire in lontananza. Una libertà che gli proveniva dai Greci e dal Rinascimento; che rese Bruno l’ultimo genio del Rinascimento. Ma, sul piano esistenziale, qualcosa andò storto. L’istinto teatrale di Bruno, così ben individuato da Ciliberto, lo porterà alla riproposizione di un medesimo modulo, inevitabilmente fallimentare.

Fin dai primi passi giovanili, per arrivare alle maggiori corti d’Europa, tra cui quelle di Francia e Inghilterra, egli cercò il riconoscimento, attraverso lo scontro più aspro. Una conciliazione impossibile, come si può ben comprendere. In Inghilterra mandò su tutte le furie, prima l’Università di Oxford, da cui si aspettava una cattedra. Poi la stessa Elisabetta I.

Ogni volta fu costretto a fuggire, ad andarsene alla chetichella. Ogni volta, la sua rabbia e il suo sdegno montavano. Ogni volta, riproponeva lo stesso approccio della volta precedente. È vero, anche, che ciò che il suo ingegno aveva da proporre, era indigeribile per qualsiasi pubblico colto europeo dell’epoca. Proponendo simili istanze, Schopenhauer e Leopardi, Nietzsche e Marx, pagarono il loro pesante scotto, circa tre secoli dopo.

Filosofo, eretico, uomo universale

Bruno aveva sposato le tesi di Copernico. Non solo, ma era diventato ateo, senza farne grande mistero. Proponeva un’idea di tolleranza, che portasse al superamento delle guerre di religione, che allora insanguinavano l’Europa. Si era appropriato di tutte le concezioni misteriche del politeismo occidentale e le proponeva come correttivo alle storture del cristianesimo.

Aveva in odio i preti, il Papa, la Madonna, la Chiesa, lo stesso Cristo, senza – di nuovo – farne grande mistero. In altre parole, diceva cose che avrebbero fatto gridare allo scandalo i benpensanti americani degli anni ’50 del Novecento.

In più aveva un istinto teatrale di prim’ordine – e, lo sottolineiamo ancora, è merito di Ciliberto, ribadirlo nel suo splendido libro. Tale che lo portava, in un’epoca in cui la dissimulazione era un fatto di sopravvivenza, a mettersi costantemente al centro della scena. Forte del suo incredibile approfondimento del pensiero magico, egli non era, come i troppo ancora umanistici Machiavelli e Nietzsche, soltanto un grande pensatore.

Egli fu un filosofo, ma anche un riformatore sul piano religioso; ma anche un rivoluzionario sul piano politico; e, nello stesso tempo, un eretico e un ateo. Quando l’Inquisizione romana capì – dall’Inquisizione veneta (Bruno era stato denunciato a Venezia, dal tristo Giovanni Mocenigo) – i termini del caso, fu inflessibile nel volerlo processare direttamente. E per Bruno fu la tragedia.

Un canto solitario

“In tristitia hilaris, in hilaritate tristis”. Così suona il motto, posto da Bruno al principio del “Candelaio”, del 1582. Il rincorrersi delle antitesi dialettiche è, nel suo pensiero – come in Eraclito e Platone prima di lui, in Hegel e Marx dopo di lui – travolgente. Su questo impianto di tipo dialettico, fermentano temi di carattere materialistico, neo-platonico, magico e pitagorico (la trasmigrazione delle anime avrà sempre un ruolo importante nelle sue concezioni), copernicano, anti-aristotelico.

Fino ad anticipare filosofi del Novecento come Heidegger e grandi psicoanalisti come Jung. Ovvio, che quando le sue opere (e nemmeno le più radicali), arrivarono nelle mani degli Inquisitori, la Chiesa rimase sconvolta, reagendo senza pietà. In un modo non molto diverso, del resto, da come il tribunale ateniese reagì nei confronti di Socrate.

A dimostrazione di come il rapporto tra filosofia e potere, sia sempre stato difficile. Per quanto concerne la morte in Campo de’ Fiori il 17 febbraio 1600 – “il rogo della fenice” lo definisce Ciliberto – due elementi, poco noti al pubblico dei non specialisti, meritano di essere ricordati. In primo luogo, alla lettura della sentenza, Bruno pronunciò queste parole: “Certamente voi proferite questa sentenza contro di me con più timore di quello che io provo nell’accoglierla”.

In seconda istanza, quando era vicino alla morte, gli fu mostrata l’immagine del Crocifisso ed egli voltò, con disprezzo, il volto dall’altra parte. Episodi che danno la misura della statura dell’uomo e del filosofo. Il suo istinto teatrale era riuscito a trasformare la propria morte in una grande rappresentazione tragica

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