28 Luglio 2021

Pubblicato il

Medio Oriente

Cartolina da Gerusalemme: la convivenza come problema filosofico

di Daniele Lorusso

La drammatica recrudescenza del conflitto tra Israele e Palestina, nella primavera 2021, ripropone il problema dei rapporti dell'Occidente col suo Altro

La drammatica recrudescenza del conflitto tra Israele e Palestina, nella primavera 2021, ripropone il problema dei rapporti dell’Occidente col suo Altro. Problema capitale che si impone al pensiero contemporaneo. Problema filosofico perché universale, che continua a sollecitare il dubbio rispetto alla forma che l’Occidente ha voluto darsi, più o meno consapevolmente, lungo il corso della sua storia.

La convivenza, problema filosofico perché universale

Questo ethos, per dirla con Severino, si affaccia nel conflitto tra Grecia e Persia, all’inizio del V secolo a. C., per riproporsi con l’impero dalle ambizioni universalistiche di Alessandro Magno. Torna a riproporsi con Roma e con la sua smisurata volontà di conquista. Ma, è noto che la storia la scrivono i vincitori e i romani erano un popolo che andava per le spicce.

Bisogna aggiungere che il cristianesimo, la cui parabola è stata dominante nel Medioevo, non ha fatto altro che riproporre il contrasto e la difficoltà di conciliare la teoria con la prassi. E se il Rinascimento, sotto l’egida del pensiero di Machiavelli, ha conosciuto il lato feroce dell’uomo. La prima età moderna con lo sterminio degli indiani d’America e la tratta degli schiavi ha mostrato il volto brutale dell’Europa, come raramente era capitato prima.

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La prima età moderna continua a far sentire i suoi colpi di coda in tutta la storia americana. Senza dimenticare il colonialismo e l’imperialismo di Inghilterra e Francia. Arriviamo, infine, alla grande pagina del razzismo e dell’antisemitismo europei. Fino alla Shoah e, appunto, alla nascita dello Stato di Israele. E ci si perdonerà l’aver voluto comprimere una vicenda immensa, come quella occidentale, in poche righe. Accade, se con Umberto Eco, ci si appassiona alla vertigine della lista.

L’Occidente e quel vizio antico

Quando Filippo II di Macedonia chiamò il più profondo e brillante filosofo della Grecia, Aristotele, alla sua corte perché si occupasse dell’educazione e della formazione del suo giovane rampollo, il futuro Alessandro Magno, forse non era consapevole di aver creato una configurazione epocale. Certo era che la sua ambizione mirava al meglio. Aristotele scrisse delle opere apposite per l’educazione del giovane Alessandro, che non ci sono pervenute.

Tra i frammenti superstiti, che si trovano nel volume XI dell’edizione delle Opere del filosofo pubblicate da Laterza, nello scritto che era intitolato “Alessandro o delle colonie”, Aristotele consigliava il divino allievo di trattare i Greci come amici e i barbari come animali o piante. Se c’è un punto in cui la rottura tra Aristotele e Alessandro ci fu, è proprio questo.

È noto che l’ambizione universale di Alessandro era tale, che il mondo asiatico e le sue genti vennero equiparate ai macedoni e ai greci, in tutto e per tutto. Dando luogo a una delle pagine più straordinarie e luminose del mondo antico. Ma Aristotele era la norma e Alessandro l’eccezione, purtroppo. Quando si osserva, sulla colonna traiana, la sorte dei Daci, si ha un po’ meno stima per l’imperialismo di Traiano.

Ora sarebbe impossibile, e antistorico, sostenere che siano stati gli europei ad inventare fenomeni come la guerra o l’imperialismo. Ma, come si accorsero tanto filosofi di area conservatrice come Heidegger, quanto filosofi di area marxista come Horkheimer e Adorno, l’Occidente si è mostrato particolarmente smaliziato nella gestione delle logiche del potere e del dominio.

Ciò appartiene, di nuovo, al modo in cui, nell’antica Grecia, si era venuta a configurare la nostra cultura razionale. Ne è un esempio la scienza contemporanea, fenomeno di natura esclusivamente occidentale, i cui vantaggi sono innumerevoli, ma cui sono imputabili, per dirla con Adorno e Horkheimer, anche elementi di regresso.

La questione Israelo-Palestinese

Il problema del conflitto tra Israele e Palestina è molto complesso e richiede, per essere giudicato congruamente, una competenza approfondita sia del mondo ebraico che di quello arabo. Fino alla comprensione approfondita dell’Antico Testamento e del Corano. Poiché indubbia è la presenza di configurazioni teologiche e religiose in entrambe le parti. Il che non aiuta il cammino di un percorso di pace, che è l’unica cosa da perseguire sensatamente e ad ogni costo.

L’americanizzazione di Israele porta acqua al mulino di quella volontà di potenza di matrice occidentale, cui prima si accennava. D’altronde, molto spesso, la posizione palestinese è troppo legata all’idea di un non-diritto all’esistenza di Israele. Il cammino della cultura europea, e della sua matrice filosofica, potrebbe insegnare qualcosa, sotto questo punto di vista.

La vecchia Europa ha sconfitto le guerre di religione, e i totalitarismi si potrebbe aggiungere, attraverso il fondamentale concetto di tolleranza. I cantori di questa idea furono filosofi come Spinoza, Locke, Voltaire. Al di là delle controverse questioni filosofico-politiche che il tema implica, e che lasciamo volentieri agli specialisti del ramo, l’idea è profonda, geniale, innovativa, nonostante porti ormai sulle spalle i suoi secoli.

Essa può essere espressa anche da una frase cruciale di Hannah Arendt, che rifletté tutta la vita sull’esperienza della polis greca. Essa dice: “Non l’Uomo, ma gli uomini abitano questo pianeta. La pluralità è la legge della terra” (H Arendt, “La vita della mente”, Il mulino, p. 99).

 
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