14 Aprile 2021

Pubblicato il

Ares 118: è codice rosso

di Redazione

L'emergenza sanità colpisce anche l'Ambulanza: ne abbiamo parlato con un operatore

Nel giorno del presidio organizzato dal Nursind abbiamo incontrato anche Luca Cimino, coordinatore regionale della stessa sigla sindacale.

Noi come Ares 118 spendiamo 21 milioni di euro l’anno per il pagamento degli straordinari dei dipendenti – ci racconta – Recentemente è stata indetta una gara europea per sopperire alla carenza di personale, che ci costa altri 25 milioni di euro l’anno. Senza contare i 7 milioni che spendiamo per le ambulanze a spot, dato che il 50% del 118 ormai è privatizzato e non più pubblico”.

Ecco le prime linee del quadro che Cimino vuole disegnare con le sue parole. E, continuando, il quadro si riempie di particolari: “La carenza di personale supera le 2000 unità da dotazione organica. Con tutti i milioni di euro spesi per gli straordinari, e con gli altri sprechi (sopra descritti), si potrebbero assumere circa 1000 dipendenti a tempo indeterminato”, e quindi dimezzare il numero del personale mancante – ci spiega ancora.

“Il problema è che col blocco del turn over – che la Regione Lazio sembra non avere, ancora, intenzione di sbloccare – non è stato sostituito il personale che è andato in pensione”. In più, apprendiamo che, non essendoci nuove assunzioni non c’è di conseguenza un ricambio generazionale del personale operante; la media d’età dei dipendenti va sempre più aumentando. “Questo comporta che alcuni operatori non possono più garantire il soccorso sul territorio, alcuni sono finiti nella sezione amministrativa a lavorare. Non potendo contare su questi operatori, l’Ares si è quindi rivolta ad esterni, ovvero aziende private o ambulanze a spot (quelle a pagamento, ndr)”.

Gli operatori, in questa situazione, non riescono a lavorare serenamente e, soprattutto, dignitosamente. “Per ogni singolo dipendente – ci spiega Cimino – ci sono 80 ore mensili di straordinario in media. A volte, si arriva anche a 200, 250 ore. E contro qualsiasi legge”.

Mancano i dipendenti – e non solo al 118, ma anche negli ospedale la quantità di personale turnante è del tutto insufficiente – mancano i mezzi, mancano i postiletto (che dal 2005 hanno subìto un taglio drastico): è così che si verifica il blocco delle ambulanze. “Centinaia di ore al mese, i mezzi vengono bloccati all’interno dei Pronto Soccorso, poiché mancano le barelle, trattenute all’interno dei nosocomi, perché il personale medico non può sbarellare il paziente” – ci spiega ancora.
“I pazienti, quindi, restano ore e ore sulle barelle delle ambulanze, che tra l’altro sono anche più scomode di quelle degli ospedali. Se, per paradosso, a pochi metri dall’ospedale si dovesse verificare un incidente, il mezzo non potrebbe uscire, non avendo la possibilità di prendere a bordo il paziente. Al massimo, il personale medico può recarsi sul posto e prestare le prime cure al paziente; però non può trasportarlo in ospedale”.

Servirebbero più barelle in ospedale e più mezzi sul territorio, anche perché “noi – spiega Luca – anno dopo anno incrementiamo il numero di interventi che svolgiamo. Solo su Roma effettuiamo circa 300mila interventi in un anno”.

C’è poi da dire che i mezzi a disposizione hanno percorso un numero di km tale che andrebbero sostituiti. In media, ci informa Luca, un mezzo costa tra gli 80 e i 90mila euro; il prezzo può variare in base al tipo di mezzo e ai presidi da installare a bordo.
“Resta comunque il problema della mancanza di personale – continua Cimino – Pur con l’acquisto di mezzi nuovi, non avremmo personale cui affidarli”.
Quando parliamo di personale, è bene precisarlo, parliamo sia dei sanitari del 118, sia del personale medico. Anche riguardo la seconda categoria, ci sono problemi di mancanza di personale. Quindi spesso, come ci conferma il nostro interlocutore, i mezzi sono sprovvisti del medico; quando invece il medico è presente, non è garantito il suo servizio nelle 24 ore.

2 sono le principali conseguenze di tutto questo, come ci spiega il Nursind per il tramite del suo coordinatore regionale: “Da una parte diminuisce il livello di attenzione del personale turnante, il rischio di errore è dietro l’angolo; dall’altra, quando i nostri mezzi sono bloccati nei Pronto Soccorso, perché impegnati in altri interventi, succede che debba partire un’ambulanza più lontana, che quindi può arrivare con qualche minuto di ritardo. In quei casi, le conseguenze possono essere imprevedibili, sia dal punto di vista del primo soccorso, sia per i nostri operatori che a volte sono stati letteralmente aggrediti per responsabilità non loro”.
“Se la lesione è molto grave – continua Cimino – e l’operatore non può far altro che recarsi in Pronto Soccorso per farsi medicare, quel mezzo si blocca perché non ci sono sostituzioni”.

Non essendoci il personale, allora, come già raccontato, ci si rivolge ai privati o alle ambulanze a spot tramite l’attivazione di alcune convenzioni. “Il punto, però, è che non si possono attivare dei mezzi in convenzione oggi per oggi” – rivela Cimino – “Se, ad esempio, alle 11 si rompe un mezzo, l’ambulanza privata non riesce a fornirne un altro. Le ambulanze private, poi, costano 400-500 euro al giorno; quelle a spot anche fino a 1000 euro”.

Le istanze dei lavoratori, sono finite anche sui banchi della Regione, a cui si sono rivolti per chiedere sia lo sblocco del turn over, sia che l’azienda resti pubblica e non venga svenduta ad altre aziende private che non garantiscono né la professionalità degli operatori, né tantomeno il servizio stesso. “Non a caso – ci spiega il coordinatore regionale del Nursind – alcune società sono state denunciate perché a bordo i loro mezzi non avevano tutti i presidi, o perché gli autisti erano senza patente, o perché il personale medico e infermieristico non era all’altezza, non era idoneo”.

“Qui al San Camillo – continua riferendosi al presidio in atto – la situazione è leggermente più critica, perché si tratta di un ospedale di II livello (cioè di un ospedale che tratta specialistiche in più rispetto ad un ospedale di I livello, ndr). Ma i mezzi vengono bloccati ogni giorno qui al San Camillo, come al Pertini, al Sant’Andrea, al Policlinico Casilino, al Policlinico Tor Vergata, qualche volta al Grassi, qualche volta al S. Filippo Neri, spesso e volentieri anche ai Castelli”.
Apprendiamo così, che la situazione è critica anche nelle città di Provincia, e in tutto il territorio regionale.

“Quando i mezzi vengono bloccati a Civitavecchia – continua Cimino – ci troviamo in grande, grandissima difficoltà, perché alcune volte siamo costretti a portare i pazienti nella Provincia di Viterbo. Quindi: non solo non si fa partire il mezzo più vicino perché bloccato, ma anche lo si deve mandare più lontano. Prima che un mezzo torni operativo passano ore, e prima che giunga sul luogo passano troppi minuti”.

Che ci sia uno spreco delle risorse è un dato di fatto, evidente a chiunque. “La sanità è allo sbando – sostiene Cimino – e tutti sappiamo che da anni si tende ad aprire la strada alla sanità privata”. Ma la sanità deve rimanere pubblica: così urlano ai megafoni i manifestanti davanti al San Camillo.
E per fare questo, tra le altre cose, bisogna investire meglio le risorse, reintegrare il personale, sbloccare il turn over. Invece, “ricerche più che attendibili (collegio Ipasvi, ndr) affermano che per quanto riguarda gli infermieri, nel Lazio ne mancano 6mila; in tutta Italia, 60mila. E quando parliamo del Lazio, parliamo inevitabilmente anche di Roma – dice ancora Cimino – città in cui vivono tantissime persone, in cui ogni giorno si svolgono manifestazioni, incidenti; c’è il Papa. Ultimamente ci si mette anche il tempo: in questi giorni le alluvione, qualche anno fa la neve. Ci sono 2 aeroporti, linee ferroviarie, le metropolitane: Roma vive perennemente in emergenza”.

In più, gli ospedali sono mal disposti e i posti letto sono totalmente insufficienti: “non è stato tenuto in considerazione il fatto che a Roma, a curarsi, vengono tante persone da fuori, dal Sud, dal centro Italia”. Spesso, per curare patologie gravi; questo, comporta che i posti letto rimangano occupati più a lungo.

In una città come Roma, quindi, basta un ospedale in meno a mandare in tilt tutto il resto? Certamente sì. “Il San Giacomo – si chiede Luca – perché non è stato riconvertito in un punto di primo intervento o di primo soccorso? Quando è stato chiuso quell’ospedale, il bacino di utenza si è spostato tra l’Umberto I e il San Giovanni, o all’Isola Tiberina”. Tutte zone centrali, visto che il San Giacomo copriva quella che possiamo definire la vecchia Roma, fatta di strade in cui basta un motorino parcheggiato male per bloccare per eccessivi minuti un mezzo dell’ambulanza.

“Certo – conclude Luca Cimino – non si capisce perché, spesso e volentieri, i mezzi vengono bloccati per ore, ma poi basta una chiamata del medico di sala alla dirigenza dell’ospedale per sbloccare anche 8 mezzi tutti insieme. Viene da pensare che ci sia un interesse dietro, quale non lo so. Però noi viviamo da anni come ho raccontato fino ad ora: vediamo i mezzi bloccati, i pazienti versare in condizioni senza dignità, e poi per sbloccare 8 mezzi, che fino a poco prima erano bloccati, basta una sola chiamata”.

 
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