Prima pagina » Cronaca » C’è ancora chi si chiede perché in certe situazioni i poliziotti sparano?

C’è ancora chi si chiede perché in certe situazioni i poliziotti sparano?

Giudicare a freddo è tutto infinitamente più facile. Si è calmi, si soppesa ogni singolo aspetto, si valutano le varie opzioni

Polizia

L’ultimo caso è pura attualità. L’agente di polizia che a Rogoredo ha ucciso uno spacciatore (un noto spacciatore, con numerosi precedenti) che cercava di sfuggire all’arresto. E domenica 1 febbraio un caso ancora, la sparatoria tra agenti di polizia e un rapinatore, sempre a Rogoredo.

La reazione puntuale, dal mondo dell’opposizione e dei media che la sostengono, è nella chiave del sospetto. All’insegna di una disapprovazione pressoché automatica. Preventiva e quindi pregiudiziale.

La stessa che si è manifestata, in forme anche più nette, in tante altre occasioni. E che riecheggia in due episodi recentissimi: i tre anni di carcere affibbiati al carabiniere Emanuele Marroccella e il risarcimento di 780 mila euro a carico del gioielliere Mario Roggero, già condannato in appello a 14 anni e 9 mesi per aver ucciso due dei tre malviventi che avevano tentato di rapinarlo.

Solo coincidenze? Solo una vicinanza temporale che, erroneamente, fa apparire degli avvenimenti distinti come parti di un fenomeno generale?

No. In pratica succede ogni volta. Ogni volta che le forze dell’ordine fronteggiano un criminale e lo uccidono. E ancora di più quando a reagire, e ad ammazzare, sono dei privati cittadini, vittime di una rapina – che non di rado è l’ennesima – nei loro negozi. Oppure di una rapina in casa, magari nel cuore della notte.

Quando stai dormendo e vieni svegliato da un rumore inaspettato e allarmante. Che ti fa temere, o capire, che dentro la tua abitazione è entrato un intruso. O un’intera banda. Individui senza scrupoli che sono venuti a derubarti, o peggio. Perché le cronache le hai lette anche tu e te le ricordi: tutte le volte che i ladri si sono trasformati in aggressori efferati, infierendo sugli altri membri della famiglia che hanno trovato all’interno. Gli anziani, le donne, i figli.

L’idea – il preconcetto – è che quelle morti potessero/dovessero essere evitate. Soprattutto, ma non solo, quando ad aver agito è un agente. Perché ha messo mano alla pistola? Perché non ha sparato in aria? O alle gambe? O comunque stando attento, attentissimo, a evitare che i suoi colpi fossero fatali?

Come si riflette bene, dall’esterno…

In teoria, per non dire in astratto, sono domande legittime. Che si imperniano sull’intento, di per sé condivisibile, di evitare abusi. Essendo ovvio che il ricorso alla forza, da parte degli agenti, non deve trasformarsi in violenza immotivata e rimanere, invece, nei limiti di una condotta lucida e proporzionata alle effettive necessità.

Ma.

Ma questo non può, a sua volta, degenerare in un eccesso di segno opposto. Ignorando che le valutazioni a tavolino sono cosa ben diversa da quelle che si fanno sul campo, quando la velocità di reazione è decisiva e i secondi, o anche meno, possono fare la differenza tra colpire o essere colpiti.

A freddo è tutto infinitamente più facile. Si è calmi, si soppesa ogni singolo aspetto, si valutano le varie opzioni. Finendo però col dimenticare che la stessa cautela non la si poteva usare nella concitazione degli eventi. Sarebbe stato bello, sarebbe stato magnifico, avere quelle opportunità di confrontare i pro e i contro delle varie soluzioni, per poi scegliere la migliore.

Però non era possibile. Quella che si stava svolgendo non era un’istruttoria. Era un inseguimento. O un conflitto a fuoco, già in atto oppure incombente.

Come a Rogoredo. Lo spacciatore che scappava ha messo la mano in tasca e ha estratto una pistola. Che solo dopo, dopo che il pericolo era cessato perché ormai il delinquente era stato colpito e ucciso, si è scoperto essere un’arma a salve. Una scacciacani, come si dice.

Sul momento, invece, appariva una pistola vera e come tale doveva essere valutata. C’era un criminale armato che minacciava di sparare e andava neutralizzato prima che potesse farlo. Significava sparare per primi, con il rischio di ammazzarlo?

Sì. Ed era giusto.

Era doveroso.

Così si pensa, così si giudica

Che tutto questo lo facciano i politici, o i commentatori dei media, è sbagliato e deprecabile, ma le conseguenze non sono ancora le più gravi. Anche se preparano il terreno agli esiti peggiori di cui parleremo tra poco. Diffondendo tra la popolazione, ossia nell’opinione pubblica, lo stesso atteggiamento: sfavorevole agli agenti, sempre sospettati di aver esagerato, e viceversa comprensivo nei confronti dei delinquenti.

I quali sì, certo, hanno violato la legge, ma restano meritevoli della massima tutela. Specialmente se appartengono alle categorie predilette dai progressisti e da un certo tipo di cattolici: i poveri immigrati e i malvisti nomadi (che peraltro rimangono tali, in questa loro rappresentazione benevola, anche quando ormai sono stanziali da un pezzo, vedi i Casamonica qui a Roma).

Ma veniamo al peggio.

All’ambito in cui il pregiudizio diventa gravissimo, e imperdonabile, perché si trasferisce in ambito giudiziario. Quando i magistrati utilizzano la loro discrezionalità per spostare l’accento su ciò che gli agenti, o i comuni cittadini, hanno fatto di discutibile. Di non perfettamente misurato.

Dopo di che, ergendosi su questo rigore che sconfina nella capziosità, stabiliscono che quegli sbagli sono inaccettabili. Che costituiscono un reato. Con una condanna penale per i responsabili. Con un risarcimento per le vittime.

Conclusioni che non sono obiettivamente illegittime – altrimenti le si potrebbe rettificare d’autorità, sentenza dopo sentenza, sino a stroncare la pervicacia di chi si ostini a procedere in quel modo – ma che proprio per questo sono ancora più insidiose e vanno stigmatizzate per quello che sono: non l’effetto oggettivo delle norme vigenti ma l’interpretazione, soggettiva, dei margini di opinabilità che quelle norme lasciano.

L’ambito giudiziario, perciò, diventa una questione politica. Ricordandoci che la separazione dei poteri comporta anche, eccome, la ricorrente eventualità di un contrasto, sostanziale, tra i differenti punti di vista di chi prende decisioni concrete, nell’esercizio delle rispettive funzioni.

Riconoscere questo dissidio è il punto di partenza. Risolverlo, rimuovendo dalle leggi esistenti certe zone d’ombra, è quello d’arrivo. Sia pure nella consapevolezza che ormai, per l’eccessivo rilievo dato ai trattati sovrannazionali e alle loro affermazioni “di principio”, questa bonifica interna potrebbe non bastare.

Gerardo Valentini – presidente Movimento Cantiere Italia