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Frane e alluvioni, l’Italia che cede: l’allarme di Tozzi e il rischio che riguarda anche Roma

Dopo Niscemi, Tozzi riaccende i riflettori sul dissesto idrogeologico. ISPRA: rischio diffuso. Anche Roma paga cemento, versanti, corsi d’acqua

Mario Tozzi, mura romane

Mario Tozzi, mura romane

Quando un pezzo di collina si muove e la terra si spacca, la notizia corre veloce. È successo a Niscemi e, in poche ore, quel nome è diventato un simbolo: non solo Sicilia, ma Italia. Mario Tozzi, geologo e volto noto della divulgazione, ha preso quella frana e l’ha trasformata in una domanda che punge: perché continuiamo a vivere come se il territorio fosse immobile, mentre cambia sotto i nostri piedi?

I numeri ISPRA e l’Italia esposta: non è una storia lontana

Le mappe ufficiali dicono che la vulnerabilità è diffusa. Il Rapporto ISPRA sul dissesto idrogeologico aggiorna la pericolosità da frana e alluvione e colloca milioni di persone in aree esposte a diversi livelli di rischio, con una quota altissima di Comuni interessati. Tradotto: la frana che finisce nei tg non è un “colpo di scena”, è spesso l’epilogo di fragilità note, annotate, segnalate.

Tozzi e il “passo indietro”: arretrare dove serve, prima che sia tardi

Il concetto usato da Tozzi è diretto: serve un passo indietro. Non significa bloccare tutto o “blindare” il Paese. Significa scegliere dove non si costruisce, dove si recupera, dove si delocalizza. Significa anche dire ai cittadini una verità difficile: alcune aree, per storia e caratteristiche, hanno un rischio che non si cancella con una pennellata di cemento.

Roma, il territorio “sotto casa”: fiumi, fossi, pendii e periferie

Per chi vive nella Capitale, la sensazione di distanza dura poco. Roma è un mosaico: il Tevere, l’Aniene, i fossi minori spesso dimenticati, le zone basse che soffrono gli allagamenti, i pendii che con piogge intense possono diventare instabili. Poi ci sono i quartieri cresciuti lungo strade e consoliari, la spinta continua verso l’esterno, le trasformazioni che riducono prato e terra viva. Quando l’acqua non trova spazio, corre: entra nei sottopassi, invade cantine, blocca il traffico, interrompe linee e servizi. E ogni volta la città scopre che il problema non è solo “il temporale”, ma ciò che c’è attorno.

Consumo di suolo: più asfalto, meno assorbimento, più danni

Il consumo di suolo è il moltiplicatore silenzioso. L’ISPRA, sul tema, fotografa un saldo ancora pesante e un ritmo di trasformazione che continua a incidere su ecosistemi e sicurezza, con ricadute economiche e ambientali. In pratica: se impermeabilizziamo, l’acqua resta in superficie e diventa onda. Se cancelliamo campi e aree permeabili, perdiamo un argine naturale.

Le reazioni che contano: prevenzione, controlli, manutenzione quotidiana

Dopo ogni evento arrivano sopralluoghi, ordinanze, promesse. Ma la città misura tutto su una domanda concreta: cosa cambia davvero dopo? Manutenzione dei fossi, pulizia dei canali, cura delle alberature a rischio, controlli sulle opere in aree sensibili, stop a nuove volumetrie dove non regge il terreno. È qui che la politica locale si gioca credibilità: nel lavoro poco visibile, quello che non fa foto, ma evita emergenze.

Dal racconto di Niscemi alla vita di tutti i giorni

La frana siciliana, letta da Tozzi come emblema, porta Roma davanti allo specchio: non basta indignarsi quando crolla un versante lontano. Serve capire che il dissesto è un tema urbano, sociale, quotidiano. E che la sicurezza non nasce in prefettura dopo il disastro: nasce molto prima, nel modo in cui si decide cosa costruire, dove farlo, e cosa lasciare libero perché il territorio possa respirare.