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Niscemi, la collina sopra casa e la paura che ritorna: il monito di Mario Tozzi

Niscemi, il paese che guarda la collina con paura: Mario Tozzi racconta come errori, condoni e poca cura del suolo trasformano il maltempo in disastro

Mario Tozzi, dalla sua pagina Fb

Mario Tozzi, dalla sua pagina Fb

A Niscemi la domanda non è “se” succederà qualcosa, ma “quando” e “quanto”. Mario Tozzi parte da lì, da un paese che osserva il proprio profilo come si guarda una crepa sul muro: speri che resti ferma, intanto sai che basta poco perché si allarghi. Il suo articolo è un racconto duro, eppure quotidiano, di come l’Italia si sia abituata a vivere sul bordo.

Il paese che aspetta il verdetto del cielo

Tozzi scrive che l’esito dipenderà anche dal meteo dei prossimi giorni, ma non si ferma al bollettino. La paura di un versante che cede non nasce in una notte: cresce con gli anni, con una casa costruita dove non si doveva, con un condono che mette un timbro su un errore, con una strada che taglia il terreno senza ascoltarlo. A Niscemi, come in decine di comuni, l’emergenza non è un lampo: è un’ombra che resta.

Quando la “cura del territorio” diventa una parola vuota

Il punto che colpisce è la distanza fra discorsi e gesti. Si promette prevenzione, poi si spendono risorse quasi soltanto dopo. Si parla di sicurezza, poi si lascia che l’abusivismo diventi abitudine. Tozzi usa una parola scomoda: ignoranza. Non come insulto, ma come scelta collettiva di non vedere, di non sapere, di non aggiornarsi, di non ascoltare chi studia il rischio e lo segnala da anni.

Condoni e costruzioni: la miccia che non si vuole spegnere

Nel testo c’è un passaggio che sembra scritto pensando a molte periferie italiane: costruire in aree fragili, poi chiudere gli occhi e sperare. E quando arriva la pioggia intensa, ecco l’alibi perfetto: “calamità naturale”. Tozzi ribalta la frase: la natura fa la sua parte, ma spesso siamo noi a trasformare l’evento in tragedia. Non è destino, è somma di scelte.

Roma e il Lazio nello stesso specchio

Chi vive a Roma conosce bene questa sensazione: basta un temporale serio e si moltiplicano sottopassi allagati, smottamenti in strade collinari, alberi che cedono, voragini. Nel Lazio basta spostarsi dai quartieri ai comuni dei Castelli, dei Monti Prenestini, della Tuscia, delle aree interne, per capire quanto il tema sia vicino. Il monito di Tozzi parla anche qui: un territorio senza manutenzione regolare diventa un territorio che presenta il conto al primo episodio violento.

Delocalizzare, mettere in sicurezza, dire dei no: le scelte che fanno rumore

Tozzi ricorda che, già da decenni, la scienza indica una linea: in aree a rischio elevato non si dovrebbe costruire nemmeno una capanna. È una frase che pesa, perché tradurla in pratica significa scelte impopolari: delocalizzare, bloccare cantieri, imporre vincoli, resistere a pressioni. Ma è l’unico modo per non lasciare le famiglie sole davanti a un crinale instabile.

Il futuro non si ripara con le sirene

Il cuore del pezzo è tutto qui: l’Italia non può continuare a vivere di sirene, transenne e dichiarazioni “dopo”. Niscemi non è soltanto cronaca. È una storia di cura mancata che riguarda anche noi, anche la Capitale, anche i quartieri dove l’acqua scende come un fiume perché il suolo non assorbe più e le opere non bastano.