Il genio di Adorno e la straordinaria musica della filosofia

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Quando si studia un grande autore, a qualunque ambito esso appartenga – filosofico, scientifico, artistico-figurativo, letterario, musicale – si impara presto che i momenti culminanti del genio, della creatività, dell’espressività durano poco. Anche nelle grandi personalità, che hanno lasciato un segno nei secoli…

Theodor W. Adorno
Theodor W. Adorno, filosofo, musicologo e sociologo tedesco

Così, per un pensatore come Machiavelli, appare naturale studiare il “Principe” e ciò che si è agitato intorno ad esso. Vale lo stesso discorso per la “Cappella Sistina” di Michelangelo. Per i grandi capolavori teoretici di Kant e di Hegel, per la “Critica della ragione pura” e la “Fenomenologia dello spirito”. Per “Così parlò Zarathustra” di Nietzsche. Per l’“Ulisse” di Joyce, così come per molte altre opere…

Progettare l’opera

Per un filosofo come Theodor Wiesengrund Adorno, il momento di grazia avvenne tra gli anni ’40 e ’50 del Novecento. Dopo una lunga frequentazione, anche personale, il suo maestro Walter Benjamin era morto, in circostanze drammatiche, nel settembre 1940. Ottant’anni fa, quell’essere polimorfico e unico che Benjamin era, provò a sfuggire alla morsa del totalitarismo nazista, abbandonandosi alla morte in una piccola cittadina, Portbou, sul confine franco-spagnolo. Simbolo di tutte le fragilità che cedono le armi alla violenza degli uomini e della Storia.

Adorno aveva pubblicato il suo primo libro su “Kierkegaard. La costruzione dell’estetico” nel 1933. Generosamente, Walter Benjamin lo aveva recensito immediatamente. Si tratta di un libro notevole. In cui il processo di elaborazione dell’eredità del pensiero di Hegel, avviene ai massimi livelli. Questo fenomeno – la fine dell’idealismo filosofico, come lo definì Benjamin nella sua recensione – è osservato attraverso il caposcuola danese dell’esistenzialismo.

Ma avrebbe potuto essere osservato attraverso Schopenhauer. O tramite Marx e la sinistra hegeliana. O, di nuovo, grazie a Nietzsche. Karl Löwith, storico della filosofia allievo di Martin Heidegger, meritoriamente, si è incaricato di dare una lettura complessiva di questo processo, attraverso il libro capitale “Da Hegel a Nietzsche” del 1941, tradotto in italiano, per Einaudi, da Giorgio Colli.

Le premesse: un amico solido

Dunque Adorno, da giovane, ha le sue stelle polari in Benjamin, nella musica e nell’estetica. Ma è nell’incontro con Max Horkheimer, che si decide il suo destino filosofico. Horkheimer era a capo della nascente Scuola di Francoforte. Era un filosofo talentuoso, organizzato sul piano accademico, estremamente dotato per le applicazioni sociologiche della filosofia. Cresciuto alla scuola di Hegel, di Schopenhauer, di Marx. Ma non era un genio. Non aveva le energie sufficienti per contrastare un Heidegger o, sul suo stesso terreno marxista, un Lukács.  

Così, forse con la memoria alla mitica collaborazione di Marx e Engels, Horkheimer e Adorno cominciano a lavorare insieme. Da una parte Horkheimer, l’organizzazione, dall’altra Adorno, il genio. In comune l’origine ebraica, in un’epoca di sconvolgente violenza per tutti coloro che vantavano questo tipo di radici. Ma non era, soltanto, un’appartenenza etnica certificata. Era un modo di essere nel mondo e di pensarlo. Il modo tutto tedesco di interpretare la filosofia: la critica, nel nome di Kant, di Hegel e di Marx, da una parte. Il senso ebraico dellutopia, del messianismo, della redenzione, dall’altra.

Il momento magico

È noto che cosa venne fuori dalla collaborazione tra Horkheimer e Adorno. Quella “Dialettica dell’illuminismo”, pubblicata nel 1947, che è una delle opere filosofiche più importanti e decisive del Novecento. Sotto l’occhio vigile di Gretel Adorno – moglie di Adorno e fedele amica di Walter Benjamin – i due tratteggiano, allo stesso tempo una fenomenologia e una genealogia della cultura occidentale, ancora oggi sconvolgente.

Mettendo in luce una passione per il dominio, che dall’Ulisse omerico arriva all’industria culturale odierna. Ma se, per Horkheimer, l’opera è un punto di arrivo, per Adorno è un punto di inizio. Nel ’51 esce “Minima Moralia” e molte altre opere decisive, per il pensiero contemporaneo, seguiranno.

Nel ’49 era uscito “Filosofia della musica moderna”, apprezzato da Thomas Mann, che aveva voluto la collaborazione di Adorno, per la redazione delle parti musicali del “Doktor Faustus” del 1947. È bello osservare come i due ricordino di questa esperienza in comune. Da una parte le celebri pagine di “La genesi del Doktor Faustus. Romanzo di un romanzo” di Thomas Mann, in cui vengono rievocate le circostanze dell’incontro con Adorno.

Il grande esule, Thomas Mann, l’ultimo gigante della letteratura tedesca, persuaso che la Germania era lì dove era lui, ha bisogno di quel genio ebraico-tedesco per mettere a fuoco la problematica di una Germania che ha perso la propria anima.

Proprio in relazione al destino racchiuso nella sua musica. Dall’altra Adorno, critico smaliziato e senza pari, nel suo “Per un ritratto di Thomas Mann” contenuto nel III volume di “Note per la letteratura”, ricorda l’incredibile privilegio di aver avuto contatti così stabili con il maestro. Si tratta di una testimonianza importante, decisiva.

Se qualcuno fosse nel dubbio, Mann non è un artista che compie operazioni a buon mercato. In lui c’è, veramente, tutta l’eredità di Schopenhauer, Nietzsche, Wagner. Non solo, ma anche il frutto del discepolato con Goethe. 

Verità come storia

Oltre che saperlo, comprenderlo, Adorno lo sente. Si è vero, il neo-capitalismo è degno del totalitarismo fascista, ma gli permette di scrivere queste tesi e di ascoltare l’ultimo grande della letteratura tedesca. Tra la serenità dell’America che dà rifugio agli ultimi esuli della grande cultura tedesca e le SS di Himmler che, di fatto, hanno privato Benjamin della vita, c’è troppa differenza, perché un intelletto del livello di Adorno non percepisca il dislivello.

Oggi che circa ottant’anni sono passati e anche più, è possibile percepire tutta la radicalità, la durezza, la spietatezza dello sguardo di Adorno rispetto al neo-liberismo. Quella stessa che gli faceva scrivere, in “Minima Moralia”, che “non si dà vera vita nella falsa” (aforisma 18).

Allo stesso tempo, però, studiando un po’ la Storia, abbiamo la percezione di non poter possedere la perfezione di una condizione edenica, per quanto concerne i mondi dell’uomo. La Seconda guerra mondiale costò circa cinquanta milioni di morti. Guerre, volontà di potenza, nichilismo, sopraffazione, disperazione e morte, sembrano caratterizzare la condizione umana.

Eppure, se si osserva la svolta in senso ottimistico e democratico di Habermas, che fu allievo diretto di Adorno, potrebbe sembrare miope non rilevare gli ampi margini di positività che sono stati guadagnati. Almeno per quanto riguarda l’Europa e l’Occidente. La verità è che il dolore e la disperazione si sono spostati altrove. Che tutto dipende dalla fortuna di nascere in una parte o nell’altra del mondo. 

Il pensiero di Adorno ci insegna a non voltare la testa dall’altra parte di fronte al dolore. Allo stesso modo di Nietzsche, ma con una sensibilità sociale, politica e umana che l’autore di “Così parlò Zarathustra” non possedeva. Questa sensibilità, attenzione, intelligenza dell’umano si trasforma, nella sua opera, nella più bella prosa filosofica che il secolo scorso abbia prodotto