21 Aprile 2021

Pubblicato il

L'ossessione

Un tema difficile: Adorno interprete di Auschwitz

di Daniele Lorusso

"La sofferenza incessante ha tanto diritto di esprimersi quanto il martirizzato di urlare”

adorno auschwitz
Auschwitz

Riflettere sullo statuto del Male nel mondo contemporaneo, al di là dei tristi casi della cronaca quotidiana, vuol dire riflettere su Auschwitz e sui Gulag, nonché sulla bomba atomica. Ossia sulla devastante esperienza dei totalitarismi del Novecento e sulle sue implicazioni e connessioni con la tecnica e con il progresso scientifico.

Ma come è vero che non si entra in una porta sbarrata senza avere una chiave, tanto meno si comprendono eventi dalle implicazioni etiche e politiche tanto vaste, senza avere buoni autori che ci aprano la via alla comprensione. Qui pensiamo soprattutto ai pensatori e ai poeti, ancor prima che agli storici e ai divulgatori.

Per limitarsi ad un fenomeno capitale come Auschwitz, abbiamo in Italia una guida di prima grandezza, ossia le opere di un fenomenale scrittore come Primo Levi.

Viceversa, dalla grande cultura dell’ebraismo tedesco, ci provengono i grandi lavori di una pensatrice politica della levatura di Hannah Arendt. Nonché le riflessioni di Adorno, ossia di quel filosofo che, insieme ad Heidegger, è stato il critico più acuto del mondo contemporaneo.

Il sasso nello stagno

L’esperienza di Auschwitz, che Adorno – come Arendt e al contrario di Primo Levi – non visse mai in prima persona, non solo è uno dei temi della sua opera, ma ne costituisce uno dei perni centrali, intorno a cui quasi tutto il resto ruota.

Soltanto lutopia, lo stato di conciliazione e di redenzione che, in Adorno, alla maniera ebraica e messianica, aveva preso quel posto, che nel pensiero di Marx aveva la rivoluzione, possiede, all’interno della sua filosofia, un’importanza paragonabile. Non a caso esso occupa l’aforisma 153 di “Minima Moralia”, l’ultimo dell’opera.

Se, dunque, Auschwitz non raggiunse Adorno direttamente, esso, tuttavia, colpì il suo maestro Walter Benjamin, che morì suicida, perché in fuga dai nazisti, nel 1940. Dunque, Auschwitz non colpisce direttamente Adorno, ma lo trova nel momento in cui le sue forze filosofiche hanno, ormai, raggiunto la maturità, dopo anni di apprendistato su Hegel, Marx, la musicologia, l’arte contemporanea, i contatti con Lukács, Benjamin, M. Horkheimer.

In “Minima Moralia”, del 1951, Auschwitz ritorna di continuo, come un’ossessione. Nella “Dialettica dell’illuminismo”, scritta a quattro mani con Horkheimer negli stessi anni, esso occupa l’importante penultimo capitolo dell’opera, intitolato “Elementi dell’antisemitismo”. Anche la tarda “Dialettica negativa” (ed. it. Einaudi), del 1966, non è da meno.

Ma vale la pena soffermarsi su una frase celebre, come quella contenuta nel primo saggio di “Prismi. Saggi sulla critica della cultura” (1955, trad. it. Einaudi).

Essa dice: “la critica della cultura si trova dinanzi all’ultimo stadio della dialettica di cultura e barbarie: scrivere una poesia dopo Auschwitz è un atto di barbarie, e ciò avvelena la stessa consapevolezza del perché è divenuto impossibile scrivere oggi poesie”.

Dopo Auschwitz

Per intendere pienamente questa celebre affermazione, bisogna tener conto che le ragioni della filosofia e quelle del buon senso comune e della realtà quotidiana, non camminano sullo stesso piano. Per cui la frase non riceve, paradossalmente, la sua smentita dal fatto che i nostri Montale e Pasolini abbiano scritto, dopo Auschwitz, non solo poesie, ma grandi poesie.

Basti pensare alla raccolta di Montale “La bufera e altro”, che è del 1956.

(Ed è con piacere che constatiamo come Claudio Magris, a p. 168 del suo “Danubio”, interpreti in modo analogo la celebre sentenza di Adorno).

In ogni caso fu lo stesso Adorno a voler ritornare sulla sua celebre affermazione. Nell’ultima parte della “Dialettica negativa”, intitolata “Le meditazioni sulla metafisica”, nel primo paragrafo intitolato “Dopo Auschwitz”, egli definì la frase come “un errore”.

Con la motivazione che “la sofferenza incessante ha tanto diritto di esprimersi quanto il martirizzato di urlare” (p. 326). E contestualmente domandandosi, se sia lecito sopravvivere, a chi condivide con i milioni di gassati nei campi, la sorte di appartenere allo stesso popolo.

Il pensiero di Auschwitz, dunque, costringe alla meditazione che ritorna continuamente su sé stessa. Fornendo l’occasione di pensare al come vorremmo essere uomini domani. Su questo è giusto che i giovani continuino a riflettere.

 
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