18 Maggio 2021

Pubblicato il

Torna il feticcio Fake News. Italia Viva vuole una commissione d’inchiesta

di Federico Zamboni

Nel mirino c’è la manipolazione online. Ultimi 5 anni compresi. E incluso, quindi, il referendum 2016 che spazzò via la riforma costituzionale di Renzi

“Delitti contro la Repubblica”. Nientemeno. E quali saranno mai, questi comportamenti così pericolosi da minacciare il nostro bello stato democratico? Che notoriamente, lungo i 71 anni della sua esistenza, si è sempre segnalato come un fulgido esempio di governi adamantini e di informazione corretta, dalle stragi dei cosiddetti Anni di piombo alla continua sottomissione agli USA e alle contiguità a dir poco sospette con la mafia. Sorvolando, per brevità, su tutto il resto.

Ce lo svela Maria Elena Boschi, quali sono quei temibilissimi “delitti”. L’ex ministro per le Riforme, infatti, è la prima firmataria della prima proposta di legge del neonato partito di Matteo Renzi. Obiettivo: istituire una commissione parlamentare d’inchiesta che indaghi “sui casi di diffusione seriale e massiva delle fake news”.

Lo scopo è duplice. Da un lato, in proiezione futura, elaborare leggi più stringenti e controlli più puntuali da parte delle pubbliche amministrazioni. Dall’altro – attenzione – indagare su ciò che è avvenuto nei cinque anni scorsi, con specifico riferimento ai “casi di informazioni distorte per influenzare consultazioni elettorali”. Tra le quali consultazioni – attenzione bis – ci rientra anche il referendum del 4 dicembre 2016.

Esatto: quello che stroncò la riforma costituzionale voluta da Renzi seppellendola sotto una valanga di No. Più precisamente, il 59,12 per cento dei voti validi contro il 40,88. Detto in termini tennistici, e arrotondando un pochino (oddio: sarà pure questa una fake news? speriamo di no), un secco 6-4.

La batosta, come si ricorderà, indusse il premier-boyscout a farsi da parte. Ma solo… in parte. Prima del voto aveva proclamato a gran voce che in caso di sconfitta avrebbe lasciato definitivamente la politica. Dopo il voto, ripensandoci meglio, fece marcia indietro e non si ritirò affatto.

Costretto a ingoiare il boccone amaro, nell’immediato non poteva certo mettere in discussione la correttezza del risultato referendario. Ma c’è da scommettere che già a ridosso della debacle si sia ripromesso di ottenere un qualche tipo di rivalsa. O quantomeno di provarci.

Fake news? Solo quelle anti-sistema

Che in politica la manipolazione esista, e che esista pressoché da sempre, è un dato di fatto incontrovertibile. E in un certo senso ne è un aspetto costitutivo. Basti pensare alla propaganda: che è agli antipodi di un’informazione neutrale e che non ha certo come scopo quello di accrescere la consapevolezza dei destinatari.

I messaggi lanciati, al contrario, fanno leva sull’emotività e procedono a colpi di semplificazioni più o meno grossolane. Più o meno capziose. Che al pari delle pubblicità commerciali cercano di rendere attraente – anzi seducente – il prodotto da vendere. Come? A colpi di slogan.

Accanto alla propaganda palese, gestita direttamente dai partiti o dai singoli candidati, c’è però un condizionamento più sottile e sfuggente. Che viene esercitato dai media “amici”, se di proprietà privata, o da quelli lottizzati, se a finanziamento pubblico come la RAI.

Questo, ripetiamolo, è sempre avvenuto e continua ad avvenire. Ognuno tira acqua al suo mulino e ci sono infiniti modi di orientare i lettori e gli spettatori nella direzione voluta. Dalla scelta delle notizie di cui parlare (o non parlare, o parlare pochissimo: giusto quel minimo che metta al riparo dall’accusa di averle censurate) a ogni altro aspetto della confezione finale. A cominciare dai titoli, i cui effetti cambiano moltissimo a seconda della maggiore o minore grandezza dei caratteri e della collocazione in un punto o in un altro della pagina. O dello schermo.

Il punto, però, è che tutto questo è stato ignorato per decenni e decenni. E in realtà si continua a ignorarlo, per quanto riguarda i media mainstream. A finire sul banco degli imputati sono invece i contenuti sgraditi all’establishment. I contenuti generati da soggetti indipendenti, che in quanto tali sono incontrollabili, e diffusi attraverso Internet.

Certo: non è che i propalatori di bufale online non ci siano, ma non sono assolutamente gli unici e i soli. Eppure è soltanto per le notizie e i commenti non allineati ai modelli dominanti, che si è tirata fuori la definizione di “fake news”. E ci si è messi a gridare all’attentato alla democrazia.

La questione è enormemente più complessa. Se davvero si farà la commissione parlamentare sollecitata da Renzi & C., l’unico aspetto positivo è che dovranno passare dagli anatemi generici a delle definizioni precise.

Siamo curiosi di vederle. Siamo impazienti di contestarle.

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