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26 Settembre 2020

Pubblicato il

Passato e presente

Sindacati in crisi, perdono iscritti e consensi: un’analisi del fenomeno

di Redazione

Sindacati in crisi: il declino di una organizzazione che da troppo tempo ormai non è più capace di farsi carico degli interessi generali del Paese

Sindacati in crisi
Sindacati in crisi

Sindacati in crisi. CGIL e CISL perdono iscritti in maniera progressiva, negli ultimi due anni più di 500.000 lavoratori non hanno rinnovato la loro adesione ai sindacati. La CGIL ha registrato un calo di 285.000 tesserati, la CISL di 188.000. E la UIL invece, ha incrementato di 26.000 adesioni il suo pacchetto fiduciario.
Dati preoccupanti, sintomi precisi di un malessere derivante dal mondo del lavoro, mai come in questo momento devastato da dubbi, incertezze e precarietà. L’analisi è su scala nazionale e su quella regionale risultano essere poche le regioni più “sindacalizzate”, Basilicata e Toscana. Mentre tra le meno “sindacalizzate” svettano Campania, Piemonte e Val d’Aosta.
Vediamo il perché di questa crisi, o almeno tentiamo di farlo, raccogliendo varie voci provenienti dagli stessi lavoratori e dai loro rappresentanti sindacali.

Sindacati in crisi, il problema dei consensi


Una delle cause più evidenziate è che il sindacato non è riuscito a guadagnare consensi tra i nuovi entrati nel mercato del lavoro e che la base di sostegno è, nel tempo, diventata più eterogenea.

I giovani, con i pochi contratti di lavoro a tempo pieno, non si iscrivono al sindacato perché hanno paura di non avere il rinnovo dello stesso, per cui l’afflato solidale fra lavoratori svanisce.
La scarsa capacità di incidere nella presente crisi e la relativa assenza di proposte serie e innovative sono altri elementi più volte ribaditi.

Ma la cosa più deprimente è che il sindacato continua ad essere visto come una corporazione a volte contrapposta e a volte connivente con la lobby industriale e bancaria. Una visione molto lontana da come lo avevamo conosciuto durante la vita politica e sociale novecentesca. Un sindacato attualmente chiuso, concentrato nella difesa dei lavoratori del pubblico impiego e dei pensionati e che trascura i lavoratori produttivi. Che ignora quelli che rischiano di più, i meno tutelati e senza garanzie, lasciandoli al loro destino.

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Alcuni degli intervistati, i più anziani, ricordano invece un movimento sindacale attivo e attento che diede un notevole contributo, collaborando con i governi degli anni ’90. Un movimento vitale per impedire il default del Paese.

Landini e il nuovo progetto sindacale mancato


Oggi invece la parola sindacato spesso viene pronunciata con livore e disprezzo e resta confusa tra mille sigle sindacali, viste come un impaccio e che ostacolano la grande metamorfosi della società occidentale. È vero che il problema è presente in tutto il mondo industrializzato e in Europa in modo più acuto ma in Italia è presente in forma ormai drammatica.


Comunque buono o cattivo che sia, il sindacato viene ormai individuato come un nemico da abbattere, soprattutto ora nel clima di esasperazione generale che si è venuto a creare.
L’auspicato rafforzamento del ruolo del sindacato non è quindi in atto. Anzi la “presa” sul tessuto pulsante della società si sta sempre più indebolendo, la classe operaia si sta sbriciolando e la segmentazione dei lavori è ormai un fatto assodato.


Prendiamo in esame la CGIL, nel 2016. Landini aveva già prefigurato una vera sciagura per gli anni a venire se non si fosse messo mano ad un nuovo progetto sindacale. La sua previsione, per la prima volta negli ultimi 60 anni, coincideva con quella di Confindustria. Il suo intervento fu propedeutico per mettere in guardia anche il settore siderurgico e quello elettronico. Ma da lui ci si aspetta oggi di trattare anche aspetti atavici che non si sono mai affrontati. Come quello del sindacato unitario e l’indipendenza dei quadri sindacali dai partiti. È un aspetto molto importante da affrontare soprattutto in CGIL.


Non è bastato l’esempio che ci è arrivato da alcuni paesi socialisti dove il sindacato è diventato sussidiario ai governi e ha perso la sua funzione. L’unico ad aver voluto affrontare questo problema ed altri è stato Giorgio Cremaschi che dopo 40 anni ha restituito la tessera in segno di protesta…
Resta il declino di un’organizzazione che da troppo tempo non è più capace di farsi carico, come si diceva una volta, degli interessi generali del Paese. Un’organizzazione che deve principalmente difendersi da se stessa se vuole restare in vita.

Manlio Milana

 
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