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08 Luglio 2020

Pubblicato il

Agire subito

Gli Stati Generali? Una inutile passerella, di F. Febbraro

di Francesco Febbraro

Gli Stati Generali: una kermesse esibizionista e vuota, mentre l'Italia, ricca di storia, arte e bio-diversità manca di investitori

Stati Generali
Stati Generali

Gli Stati Generali dell’economia probabilmente sono stati utili. Sia per confrontarsi su ciò che va fatto per il rilancio della nostra economia, che era già asfittica prima del Covid-19, sia per condividere la direzione nella quale muoversi e individuare le risorse necessarie per raggiungere, il prima possibile, gli obiettivi fissati dal Governo. Molti ritengono che da questo tipo di kermesse, che il più delle volte rappresentano solo una passerella per i personaggi che vi partecipano, raramente possa scaturire qualcosa di nuovo e utile sul piano operativo, anche perché a confrontarsi sono spesso coloro che già si confrontano tradizionalmente, in modo ricorrent

Gli inutili Stati Generali di Alemanno


Gli Stati Generali, voluti dall’allora Sindaco Alemanno per rilanciare la Capitale, si rivelarono del tutto inutili. Le poche idee emerse in quell’occasione non furono attuate e nessuno parlò di ciò che era urgente e necessario per la Città: semplificazione e snellimento delle procedure, con l’obbiettivo di assistere i cittadini anziché vessarli e concreta lotta alla corruzione. Niente di quello che serviva venne fatto, tantomeno per combattere la corruzione. Quegli anni di amministrazione capitolina furono punteggiati da arresti e vicende giudiziarie il cui apice venne poi raggiunto dalla condanna, in primo grado, a sei anni di carcere per lo stesso Alemanno, accusato di aver favorito l’insediamento nell’amministrazione romana della cosiddetta “mafia capitale”.

Stati Generali e le domande sul Rilancio

La roboante definizione di “Stati Generali” fa presagire grandi idee foriere di innovazioni mai viste. Vorremmo tutti che fosse così. Ma due domande aleggiano, in questo dibattito sul rilancio dell’Italia. Erano davvero necessari gli Stati Generali per dare le risposte che il Paese attende da decenni o non sarebbe bastato che il Governo si soffermasse su ciò che notoriamente non funziona, per adottare con coraggio le correzioni necessarie? La seconda domanda riguarda i soldi che l’Unione Europea mette a disposizione dell’Italia. Utilizzarli sarebbe molto utile per fare in modo che gli investimenti pubblici facciano da volano alla ripresa economica.

Ma dobbiamo ricordare che una parte di quei soldi sono somme già versate all’Unione dall’Italia e l’altra parte sono comunque soldi che dovremo restituire. In ogni caso si tratta di soldi che ci verranno dati “una tantum”. Non sarebbe meglio puntare ad attrarre i soldi “freschi” che possono essere messi in circolo dagli investitori internazionali? Sarebbero soldi che non solo non dovrebbero essere restituiti ma che potrebbero riprodursi costantemente, dando nuovo slancio alla nostra economia.


NOI ITALIANI INVESTIREMMO IN ITALIA?

Le due domande ammettono una risposta che ha a che fare con l’organizzazione del nostro “Sistema Paese” e con la sua attrattività per gli investitori. Ma c’è una terza domanda che dovremmo fare a noi stessi, prima di cercare le risposte alle prime due ed è la seguente: “se avessimo un miliardo di euro da investire, li investiremmo in Italia?” Se la risposta dovesse essere negativa dovremmo domandarci anche perché. E qui veniamo al punto.

Il paese più bello che fa la Cenerentola

C’è una singolarità che caratterizza l’Italia e sulla quale è bene riflettere. L’Italia sarebbe il migliore Paese del mondo dove vivere e lavorare. Quindi anche il migliore nel quale investire. Non serve nessuno sforzo per arrivare a questa conclusione. E non c’entra nulla la naturale tendenza patriottica ad esaltare la propria Nazione, bastano i dati oggettivi.

L’Italia ha un clima invidiabile, gode di una bio-diversità quasi unica, offre paesaggi mozzafiato che vanno dalle Dolomiti alla Costa Smeralda, passando per le colline toscane e la campagna pugliese. Possediamo il 75% del patrimonio artistico, architettonico e culturale mondiale. Non c’è paese italiano, per piccolo e isolato che sia, che non nasconda qualche incredibile tesoro. In ogni regione si trovano alimenti e vini di altissima qualità, con tipicità incredibili che tutti cercano di imitare o taroccare. Forse ho dimenticato qualche altro pregio, ma questi bastano e avanzano per capire che nessuna Nazione al mondo potrebbe competere con noi per le cose che ho elencato.


COSA CI IMPEDISCE DI AVERE UN GRANDE APPEAL?
Eppure, Roma, Venezia, Firenze e Napoli, tanto per citare alcune delle nostre principali città, non riescono a competere con Parigi e Londra per numero di turisti, meno ancora per investitori. Se ci pensate non ha senso. Parigi ha molte bellezze storiche e architettoniche e grandi opere d’arte, alcune delle quali “importate” dall’Italia, ma sono forse un decimo di quelle di Roma. Questo rapporto diventa addirittura di un ventesimo se il confronto viene fatto con Londra. Ma allora, cosa ci manca per essere il Paese più desiderato del mondo? E perché questo “qualcosa” che ci manca si riflette così negativamente tanto sul turismo quanto, e ancora di più, sulla voglia di investire in Italia? La risposta è duplice ed è diversa per il turismo e per gli investimenti.

La bellezza decadente non affascina

Per il turismo il problema risiede nell’organizzazione del sistema, nel marketing dell’immagine italiana nel mondo e nella gestione del rapporto con il turismo, sia di qualità che di massa. Verrebbe da dire che il problema siano proprio gli italiani. Siamo quelli che da sempre si limitano a sfruttare al massimo ciò che hanno, senza investire nuove risorse. La manutenzione del patrimonio storico e culturale è quasi nulla, la modernizzazione dei musei e dei luoghi della cultura quasi inesistente.

Per non parlare dei servizi a supporto del turista, che sono inesistenti o scadenti. Sul rovescio della medaglia ci sono i costi che, approfittando dell’unicità dei luoghi, a volte sono scandalosi. Un programma televisivo USA, di cinque anni fa, che è andato in onda di recente, mostrava l’unicità indiscutibile di Venezia, esaltandone la bellezza.

Ma sull’altro piatto della bilancia veniva messa la follia di fare entrare nella Laguna le grandi navi da crociera, con i rischi che esse comportano, l’arretratezza del progetto “Mose” costato cifre da capogiro ed ancora oggi non funzionante, l’approssimazione dilettantesca e volontaristica con la quale si affronta quotidianamente il fenomeno dell’acqua alta, con galosce e passerelle, messe in opera in fretta e furia in modo poco funzionale, per finire con l’elevato costo di un caffè da gustare al tavolino di Piazza San Marco al prezzo di 12 euro!


COSTI ALTI E SERVIZI SCADENTI ALLONTANANO I TURISTI
La bellezza non ha prezzo, ma i costi alti e i servizi scadenti, uniti alla maleducazione ed alla trasandatezza allontanano i turisti. Condizioni analoghe, seppure con mutate condizioni, si ritrovano da Pompei a Roma, dove peraltro agiscono indisturbate le piccole mafie dei punti di ristoro ambulanti o dei centurioni che obbligano i turisti a pagare costose foto in loro compagnia. Sullo sfondo di questo scenario incombe il degrado delle grandi mafie per le quali siamo tristemente famosi nel mondo. Circostanze che non sono assolutamente rinvenibili né a Parigi né a Londra. Possiamo quindi lamentarci se, nella migliore delle ipotesi, il nostro turismo è sempre più del tipo “mordi e fuggi”?

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Cosa allontana gli investitori?

Per gli investitori il discorso è diverso ed ha a che vedere con i soliti punti dolenti che riguardano il sistema giudiziario civile e penale, l’arretratezza e la fragilità del sistema infrastrutturale territoriale, le procedure complesse e farraginose per ottenere un permesso, il rapporto con le rappresentanze sindacali e il sistema fiscale.


Chi se la sente di investire in un Paese nel quale una controversia giudiziaria civile si definisce in media in dieci anni? Per non parlare della controversia amministrativa innanzi al TAR o, peggio ancora, una vicenda giudiziaria penale. Perché investire in un Paese nel quale la manutenzione del territorio è inesistente o scarsa e le infrastrutture sono fragili al punto da mettere a repentaglio i collegamenti fondamentali ed internazionali? E’ quello che è successo a Genova con il Ponte Morandi e succede spesso con le frane che bloccano le reti ferroviarie nazionali.

Chi se la sentirebbe di investire i propri soldi per insediare un’azienda sapendo che c’è il rischio, altamente probabile, di dover attendere tempi biblici e comunque vaghi per ottenere una qualunque autorizzazione o nulla osta, a prescindere dalla dimensione di ciò che si intende realizzare? Per quale motivo un investitore dovrebbe scegliere l’Italia sapendo che non potrà licenziare nessuno nemmeno se si rivela incapace o inaffidabile? E che se anche ci riuscisse i tempi sarebbero lunghi e comunque con costi che graverebbero in gran parte sulle sue spalle? E a chi conviene investire facendo impresa in un Paese dove il costo del lavoro è alto e il sistema fiscale punitivo, ottuso, protervo, incomprensibile, faticoso e indisponibile a un dialogo leale?


SERVONO CERTEZZE NON CHIACCHIERE
Gli investitori hanno bisogno di certezze, che a volte consistono anche in risposte negative, ma chiare e immediate. Noi siamo invece il Paese delle incertezze, dove la risposta a qualunque quesito è il solito “dipende” che non si sa mai da cosa dipenda mentre la lentezza burocratica si autoassolve appellandosi alla confusione normativa che regna sovrana.

Basta verbi al futuro, agire subito

Servivano gli Stati Generali per avere coscienza di questo? Dagli Stati Generali sono arrivate le risposte ai problemi che abbiamo sommariamente accennato e che sono noti a tutti? Ma soprattutto, considerato che i problemi sono gli stessi da decenni e che nessun Governo li ha mai risolti, gli Stati Generali ci hanno detto che cosa ostacola in concreto il processo di cambiamento e di rinascita e come possiamo rimuovere quegli ostacoli? Sembra di no. Una parte delle risposte potrebbero arrivare dal tanto atteso Decreto Semplificazione, che intanto è stato rallentato per dare spazio proprio agli Stati Generali.

Che tipo di semplificazione emergerà da questo decreto, sarà di facciata, quindi inutile o sarà sostanziale, quindi rivoluzionaria? Per ora nessuno lo sa. Anche qui, purtroppo, dobbiamo dire ancora “vedremo”.

Ma il tempo a nostra disposizione si assottiglia sempre più, mentre altre Nazioni sono già tornate in pista. Il Governo si ricordi che qualunque verbo, coniugato ancora al futuro o al condizionale, sarà nostro nemico.

 
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