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27 Ottobre 2020

Pubblicato il

Un’emergenza tira l’altra

Roma. Gli asili nido in convenzione rischiano di chiudere. E va evitato

di Redazione

Sono servizi pubblici e vanno garantiti, anche se gestiti da privati

A Roma gli asili nido sono a rischio. Le famiglie non versano più le loro quote. Il Campidoglio è restio a rimborsarle. Per i gestori e gli utenti sarebbe un disastro

Molti asili nido di Roma, quelli in convenzione, potrebbero non aprire più. E il problema è grosso. Davvero grosso. Parliamo di strutture che accolgono circa seimila bimbi, pari a un trenta per cento del totale. Parliamo dei piccini che li hanno frequentati finora e di quelli che ne avranno bisogno in futuro. Loro e le loro famiglie. Alle prese con un assetto sociale che spesso induce entrambi i genitori a lavorare. Oppure ce li costringe proprio, visto che uno stipendio da solo non può bastare.

Papà e mamma al lavoro, o in cerca di una fonte di reddito, e i figli più piccoli da affidare a chi sia in grado di prendersene cura. Agli asili nido, appunto. Quelli gestiti direttamente dal Comune e quelli in convenzione. Una convenzione che si rinnova di anno in anno e che riguarda l’intero periodo. Benché le rette siano versate mese per mese, alla stregua di rate, l’importo dovuto è unitario. Come in un abbonamento.

Tra le due tipologie c’è però una differenza decisiva, in questa fase così travagliata. I primi potranno uscire sostanzialmente indenni dall’emergenza sanitaria e riprendere la loro normale attività, in quanto i costi sono totalmente a carico del Comune. Il quale, anzi, avrà risparmiato dei soldi a causa della chiusura forzata. I secondi, al contrario, rischiano di chiudere. Di uscire schiantati dalla situazione in cui sono precipitati. Mettendo a repentaglio, quindi, la successiva ripresa dell’attività.

Per quale motivo?

Il discorso è parecchio intricato, come accade di solito quando ci sono di mezzo gli enti pubblici e la relativa burocrazia. Nonché la farraginosità e le contraddizioni delle norme. Ridotto all’osso, però, si tratta di questo: lo stop imposto dal Governo ha fatto crollare i ricavi, a causa del meccanismo che spiegheremo tra poco. Gran parte dei costi di esercizio, invece, continua a gravare sui gestori, a partire dall’affitto dei locali e dalle retribuzioni del personale. Poiché gli utili erano già assai modesti a pieno regime, nella nuova situazione sono svaniti del tutto. Trasformandosi in perdite.

Detto in modo più spiccio: così non solo non ci si guadagna più nulla ma ci si rimette. E se un’azienda lavora in perdita, e non ha dei capitali da investire per compensare i deficit, è condannata a fallire. A uscire di scena. Togliendo ai cittadini la possibilità di utilizzarne i servizi, perché in questo settore non è che si apra un’attività dall’oggi al domani. I requisiti, come è doveroso che sia, sono dettagliati e sono impegnativi.

Chiuso un nido non se ne fa subito un altro. 

La tagliola delle quote famigliari

Vediamo il meccanismo, allora. La retta di ciascun alunno è pagata in parte dal Comune e in parte dalla famiglia, la cui quota dipende dal reddito. In base all’Isee, l’Indicatore della Situazione Economica Equivalente, gli utenti contribuiscono in misura maggiore o minore. Qualcuno paga molto di più e qualcuno molto di meno. O addirittura nulla, anche se succede di rado.

Ciò che viene corrisposto dal Comune agli asili, perciò, non è identico per ogni bambino ma varia in funzione di quel che pagano le famiglie. Un importo maggiore se l’Isee è basso. Uno minore se l’Isee è alto. Con le varie gradazioni intermedie.

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Ed è qui che sorge il problema.

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Perché il Campidoglio, adesso che i genitori dei bimbi, giustamente, non pagano più nulla, è partito da una posizione miope. Miope e fuori luogo. Quella di non farsi carico affatto dei mancati introiti per i gestori. In pratica, l’Amministrazione rimarrebbe ferma agli importi che erogava già prima. Mentre le imprese, per fronteggiare il venir meno dei versamenti da parte delle famiglie dovrebbero ricorrere ad altri strumenti. Come la cassa integrazione in deroga, prevista dal Decreto Legge 18/2020 (il cosiddetto “Cura Italia”) nell’ambito delle misure di sostegno economico per i soggetti danneggiati dall’emergenza per il Covid-19. L’art. 48, in particolare, riguarda anche i servizi  educativi e scolastici.

Il problema, per gli asili nido in convenzione, è sicuramente generale e mette comunque a rischio la continuazione dell’attività. Ma per alcuni c’è un aggravio ulteriore. Che si abbatte sui nidi ubicati nelle zone dove i redditi sono mediamente più elevati e gli utenti pagano (pagavano) le quote più onerose. Queste strutture, infatti, si ritrovano a subire un contraccolpo maggiore di quello patito da chi invece opera in quartieri meno benestanti.

L’esito è paradossale. A parità di servizi erogati, e di alunni iscritti, gli introiti diventano inferiori per chi opera nelle aree più “pregiate”. Sobbarcandosi, di conseguenza, dei costi maggiori per l’affitto delle sedi.

È giusto, tutto questo?

Evidentemente no. E fingere di non saperlo, trincerandosi dietro il fatto che neanche il Comune ha colpa dei mancati esborsi delle famiglie, è sbagliato e meschino. Indegno di un ente pubblico che deve/dovrebbe mettere al primo posto la correttezza sostanziale, quand’anche vi siano degli appigli legali per fare diversamente.

Ammesso e non concesso, beninteso, che quegli appigli ci siano davvero.

Asili nido di Roma: l’appuntamento è al 29 aprile

La contesa è in pieno corso di svolgimento. Ed è ovvio che andrà seguita con estrema attenzione.

Lo snodo decisivo è il protocollo d’intesa. Che dopo il rinvio della precedente scadenza del 14 u.s. dovrebbe andare alla firma il prossimo 29 aprile. A così breve distanza, però, una bozza condivisa e rassicurante ancora non c’è. E dall’Amministrazione capitolina arrivano segnali contraddittori. Veronica Mammì, l’Assessora alla Persona, Scuola e Comunità solidale, spinge per soddisfare le richieste dei gestori. Il suo collega del Bilancio, Gianni Lemmetti, tende invece ad anteporre i possibili risparmi per il Comune.

Una divaricazione che potrebbe sembrare nella logica delle rispettive competenze, ma che viceversa è inaccettabile. Benché distinti, infatti, gli assessorati sono organi del medesimo soggetto istituzionale. La cui linea di condotta deve essere per definizione omogenea. E incardinata su una visione nitida e stabile: essendo palesemente assurdo che la soluzione dei problemi venga condizionata dalle divergenze tra i titolari delle varie deleghe.

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Tuttavia, nonostante queste gravi e persistenti incertezze, la presidente di Onda Gialla (l’associazione che riunisce numerosi dei nidi in convenzione con Roma Capitale) è ottimista. E spera in un epilogo positivo della vertenza.

«L’interesse prioritario – ci dice Cristina Ragaini – è quello dei bimbi e delle famiglie. Credo che al Comune se ne rendano conto e perciò confido in uno sblocco dell’attuale impasse. Come peraltro è già avvenuto in altre città. Del resto – aggiunge – i nidi in convenzione non sono certo delle aziende privilegiate. Semmai è vero il contrario. Con noi l’Amministrazione è molto esigente: e se questo è sacrosanto, a tutela dei nostri piccoli alunni, è sempre più difficile da assicurare. Visto che i margini di guadagno sono ormai al lumicino

Insomma: sopravvivere all’attuale emergenza è l’obiettivo indispensabile e pressante, ma quand’anche ci si arrivi non significherà affatto che vada tutto benissimo. La stessa presidente Ragaini riconosce con estrema e serena obiettività che le carenze e le difficoltà ci sono anche in tanti altri settori. Tuttavia, il concetto va rimarcato. Nell’interesse di tutti noi.

Usciti dalla gravissima tempesta dell’emergenza sanitaria proclamata dal governo Conte, bisognerà che non ci siano equivoci. La ritrovata “normalità” non dovrà affatto sfociare in un unanimismo obbligatorio. Molto c’era da aggiustare prima. Ancora di più ci sarà da aggiustare in futuro.

 
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