30 Luglio 2021

Pubblicato il

Moschea a Torpignattara, indignazione popolare si fa inchiesta

di Redazione

In un edificio adibito a box auto è in atto la trasformazione a moschea. Ma le procedure non sembrano chiare

Quando ci si trova a dover parlare di temi scottanti come quello dell’immigrazione e dell’integrazione razziale, i rischi sono molteplici. A partire da quello, inevitabile, di voler tutelare le minoranze a discapito del bene comune, fino all’esatto opposto per cui tendiamo ad esaltare ogni aspetto negativo della convivenza multietnica, fino ad esasperarle in compartimenti stagni senza via d’uscita.

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Eppure, siamo romani! Dunque, fino a che punto ci siamo dimenticati l’insegnamento antico che trovava il suo apice espressivo nel Pantheon? Abbiamo davvero scordato quanto fosse essenziale per un impero in espansione accettare tutti gli Dei, conosciuti e sconosciuti? O forse ricordiamo solo questo insegnamento, omettendo che i princìpi fondanti rimanevano pur sempre quelli della Patria, degli Antenati e della piètas?

Lo spunto per un nuovo dibattito, cui qui non ci prenderemo l’onere di voler trovare una risposta fattiva, viene dalla recente polemica sulla Moschea in costruzione nel V Municipio di Roma Capitale, in via Giovannoli. Da un lato abbiamo la più grande concentrazione di emigrati dal Bangladesh di religione musulmana alla quale non è più sufficiente una sola moschea dalla portata massima di 500 persone. Dall’altra i residenti italiani (cattolici e non), esasperati dalla convivenza forzata con una cultura e tradizioni assai distanti dalle proprie.

Di per sé, la comunità bengalese, è una delle maggiormente accette dagli italiani, in quanto difficilmente dedita al delinquere o a fenomeni quali la prostituzione o lo spaccio di sostanze stupefacenti. Come ben spiegava, nel 2011, Rony Akther (presidente fondatore dell’Istituto Italiano di Cultura Bengalese), “i bengalesi si dividono in tre tipi di lavoratori: il negoziante, il commerciante con il banco al mercato o lungo le strade e il ristoratore. Essendo la nostra un’immigrazione soprattutto maschile con l’intento di mantenere le famiglie rimaste al Paese, alcuni di noi iniziano dai fiori e dai semafori perché si fa anche questo, abbiamo un orgoglio per mantenerci in vita: tra di noi è difficile che ci siano ladri, stupratori o gente che vende droga, così come tra le donne non c’è la prostituzione. Cerchiamo di non creare problemi con le altre comunità, magari al nostro interno si creano  situazioni negative, ma fuori quasi mai”.

Eppure, ora il problema a Torpignattara c’è e non si ferma alla sola coesistenza di religioni diverse. Nell’intervistare gli abitanti di questa zona, infatti, ci rendiamo presto conto che è loro totalmente estraneo qualsiasi concetto razzista. Simona, classica signora di borgata, ci dice: "Non è di per sé il problema della Moschea. Questi quartieri sono abitati da persone di tutte le culture e di varie radici etniche. Quello che ci fa arrabbiare, (sebbene capiamo che il problema non viene dalle comunità, ma dall’alto), è il fatto che ormai siamo noi la minoranza da tutelare. Ci sono norme e regole severe per tutti noi, eppure, quando si parla di questi temi, tutto è concesso. Le pare giusto che io non possa mettere una branda nel mio garage (che non è a uso abitativo), mentre qui si stanno trasformando dei box auto in un luogo di culto?".

Effettivamente, il nodo della questione è proprio questo. Così i cittadini si affacciano quotidianamente dai balconi per protestare, civilmente, contro una costruzione che pare non avere nulla di legale, né tantomeno un procedimento autorizzato. Si dice che per vie ufficiose sia stata fatta una richiesta al V Municipio per l’apertura di un luogo di culto, così come si dice che i box avrebbero l’abilitazione necessaria per accogliere i fedeli. Ma, di fatto, le carte non si trovano, né sono consultabili nell’archivio municipale.

Per intenderci, la domanda in questione rimane: il Sig. Tarantino, proprietario dei garage, come ha potuto permettere che gli stessi fossero trasformati in un unico edificio con vetrate e stanze, adibito in un futuro prossimo a Moschea?

L’indignazione popolare, che aspetta una fattiva risposta, nasce dunque dall’aura di mistero di tutta la vicenda che non sembra avere una linea chiara e definita. Troppi i punti in sospeso: saranno sufficienti i metri quadrati ad ospitare i numerosissimi fedeli (che oggi si ritrovano a pregare in mezzo le strade) di religione islamica? Il Municipio è al corrente del cambio di destinazione d’uso?

Infine, i ragazzi del Cis di Torpignattara, aggiungono un’ulteriore perplessità. "Non so quanti siano a conoscenza del rituale di lavaggio dei defunti prima del seppellimento, praticata dagli islamici". Ci spiega Fabio Salvati: "Ci risulta si necessiti di grandi vasche piene d’acqua in cui effettuare la detersione ed il lavaggio sacrale del corpo. Ora ci chiediamo: come e dove saranno posti? A noi sembra una vicenda fatta senza alcun criterio e celata da un perbenismo generale per cui, pur di non passare per contrari all’integrazione, si accetta anche di oltrepassare norme igieniche, di sicurezza ed anche iter obbligatori. Noi non siamo d’accordo".

Per ultimo va tenuto conto che, nel quartiere, è da anni presente la Moschea Di Quba, in via della Maranella, evidentemente non più sufficiente al numero dei fedeli. Non sarebbe forse più semplice allargare quet’ultima?

In Municipio, le recente discussione voluta dall’opposizione non ha portato a chiarimenti efficaci.  Regna la più totale confusione per quanto riguarda questo cantiere. "È necessario – dichiara  il dirigente del Circolo Forza Italia di Tor Pignattara Emiliano Fazio – che venga fatta chiarezza, anche perché la società che lo gestisce, come ho già affermato, sta cercando di riacquistare gli immobili appena venduti per poi cedere tutto a una associazione culturale islamica che vorrebbe adibire parte dello stabile, in spregio ad ogni normativa urbanistica, a moschea".

Nel frattempo, il presidente della commissione Trasparenza di Roma Capitale e capogruppo di Forza Italia, Giovanni Quarzo, dichiara di presentare al più presto un’interrogazione in Aula Giulio Cesare, nella quale "poter affrontare nel dettaglio le problematiche emerse".

 
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