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Morte Mihajlovic, Luciano Moggi: “Una persona perbene, si è sempre sacrificato”

Il ricordo del giornalista bolognese Marco Guidi: “Una volta mi telefonò incazzato come una bestia, voleva picchiarmi”

Sinisa Mihajlovic

Sinisa Mihajlovic

“La moglie Arianna, con i figli Viktorija, Virginia, Miroslav, Dusan e Nikolas, la nipotina Violante, la mamma Vikyorija e il fratello Drazen, nel dolore comunicano la morte ingiusta e prematura del marito, padre, figlio e fratello esemplare, Siniša Mihajlović“.

E’ il comunicato attraverso il quale la famiglia dell’ex calciatore e allenatore ha comunicato la sua scomparsa. Aveva 53 anni. Da tempo, con varie vicissitudini, combatteva contro una forma acuta di leucemia.

Numerosi i messaggi di cordoglio che si stanno rincorrendo in queste ultime ore, destinati a un uomo, Siniša Mihajlović, che ha saputo unire speranze e opinioni, nell’unico riflesso possibile: il coraggio.

Lo stesso coraggio, che non lo aveva quasi mai abbandonato, trasposto in campo da giocatore, da allenatore, nella vita di ogni giorno. Mancherà Sinisa, per quella schiettezza feroce e raffinata. Per il valore dato ai sentimenti, alle parole. Quando aveva scoperto la malattia, aveva detto che sarebbe tornato in campo. Lo ha fatto. Per restarci.

“La morte di Siniša è un dispiacere per il calcio e ovviamente per la famiglia” – ci dice Luciano Moggi, ex direttore generale della Juventus  – Una persona dedita al lavoro che si è sacrificata, con il Bologna in special modo, pur non stando bene. E’ una persona perbene che scompare. Io l’ho avuto con me alla Roma, sono molto dispiaciuto. Soprattutto per quello che ha sofferto e che una persona non dovrebbe soffrire“.

Siniša Mihajlović era piaciuto molto alla città di Bologna” – ci racconta Marco Guidi, giornalista, bolognese, firma storica de Il Messaggero – “Una città di sinistra che aveva avuto un’ottima intesa con un uomo di destra. C’era una straordinaria intesa tra la città e Siniša favorita anche dal fatto che la prima volta era stato curato bene. E anche quando il Bologna lo aveva mandato via, in realtà si sapeva che ormai faceva fatica ad entrare negli spogliatoi. Nessuno lo ha mai detto per carità di patria. Ma io che conosco gente del Bologna, ma a volte arrivava agli allenamenti che era uno straccio. Però anche questo nessuno lo ha mai detto, c’era un amore e rispetto tra persone molto diverse”.

Con la città di Bologna, non solo con l’ambiente sportivo, era nato un bel feeling?

“Eppure non si somigliavano per niente. Si erano incontrati, stimati e voluti molto bene. Era un serbo in tutte le manifestazioni. Quando si è sparsa la voce relativa al suo stato di salute, la città si è mossa”.

E’ un esempio di resistenza, di attaccamento allo sport, alla vita. Un esempio, che ha unito bandiere, confini e pensieri di ogni genere…

“E’ così. Lui voleva andare avanti a tutti i costi. E’ una cosa tipicamente serba. Loro sono gli unici che annoverano come festa nazionale una sconfitta, La battaglia della Piana dei merli. Furono massacrati dai turchi, ma nel massacro riuscirono a uccidere il sultano turco. Siniša ha fatto la stessa cosa con la malattia. Lui ha combattuto sino all’ultimo”.

Sinisa Mihajlovic


C’è qualche episodio che ricorda particolarmente?

“Una volta abbiamo litigato ferocemente. Quando si recò a giocare a padel in Sardegna e risultò positivo al covid. Io dissi “L’è un po’ un Quajån”. Che a Bologna significa, in maniera bonaria, “E’ un po’ coglione”. Qualcuno glielo ha riferito, qualcun altro gli ha dato il mio numero di telefono. Mi fece una telefonata incazzato come una bestia, dicendo che mi avrebbe picchiato. Ovviamente litigammo, fu una telefonata di fuoco. Tramite conoscenze comuni gli spiegammo il senso di quella frase a Bologna. Ma per 3 o 4 giorni mi ha telefonato chiunque”.