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19 Settembre 2020

Pubblicato il

Massimo Di Cataldo, la gogna mediatica e la rabbia del web

di Redazione

Prosciolto dalle accuse mosse dall'ex compagna Milacci. Ma la gogna mediatica non ha risparmiato Di Cataldo

Prosciolto: mai parola suonò più dolce alle orecchie di Massimo di Cataldo, il cantautore romano accusato di maltrattamenti ai danni della ex compagnia Anna Laura Milacci. Finisce così per lui un incubo, che lo aveva visto coinvolto in una terribile spirale di accuse pesanti (tra cui aver procurato un aborto alla compagna, anche questa accusa da cui è stato scagionato), prontamente utilizzate dai media e della semplice opinione pubblica per scatenare una caccia all'uomo.

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La vicenda di Di Cataldo, su cui tanto è già stato detto, mette in luce un serio problema di (in)giustizia preliminare, che evince da appelli, controappelli e cassazioni di vario tipo. L'argomento è delicato: violenza su una donna da parte di un uomo. Il metodo di esposizione dei fatti non è invece delicato: gogna nella pubblica piazza virtuale, Facebook, dove l'ex compagna del cantautore diede inizio alle danze pubblicando foto di lei grondante di sangue, con la specifica di aver perso un figlio a causa delle botte di Di Cataldo. Ovviamente ne è sortito il panico e la rabbia più feroce. Su Facebook, sotto gli articoli e le notizie pubblicate dal Corriere della Sera o da la Repubblica, non si contavano neanche i commenti contenti insulti, offese, auguri di morte e tanto altro ancora. Il tutto rincarato poi da telegiornali e giornali, che riportando la vicenda hanno scatenato un dibattito oltre che nel mondo virtuale anche in quello reale.

Purtroppo per i cantanti, il detto di G. M. Cohan ("Non m'importa di come parlino di me, basta che ne parlino") non vale per loro, giacché se parlano male di te e ti accusano di essere un mostro che ammazza di botte la compagnia e il figlio che porta in grembo, le vendite non aumentano, e oltre che (di gran lunga più importanti) la faccia e l'onore perdi anche la carriera, che pur elemento secondario ha una caratteristica tutta particolare: quella di portare un piatto di minestra in tavola. Ora che la vicenda è finita, ora che le accuse sono tutte decadute, sarà un bel lavoro riuscire a far tornare tutto come prima, immaginiamo. Gli insulti, le offese, la vergogna non si lavano via in un attimo.

Ci sarebbe allora da capire chi o cosa dovrebbe pagare per questo travaglio, che è il degno figlio di due grandi problemi di oggi. Il primo è la declinazione sbagliata che si sta dando alla sacrosanta difesa della donna come genere certo da tutelare di più rispetto ad un uomo (da un punto di vista fisico, intendiamo). Come sempre avviene, da una giusta causa può nascere una caccia alle streghe, che ha effetti disastrosi per la società, e che non di rado può scatenare una vera e propria fase del terrore (e non è ancora questo il caso), o più frequentemente può procurare un handicap ad una parte della società. Se la mia ragazza me la vuole far pagare perché abbiamo litigato, e si presenta in commissariato con un referto medico che le dà tre giorni di prognosi pur non avendo lesioni evidenti (in piena salute, se io ora andassi all'ospedale accusando dolori alla gamba/pancia/testa dicendo di aver preso una botta, i medici mi darebbero qualche giorno di prognosi pur non trovando nulla di evidente, perché si tratta di una forma cautelare nei loro confronti, giacché se veramente dovessi sentirmi male loro potrebbero giustificarsi dicendo di avermi dato una prognosi), e mi accusa di averla picchiata, per me sono guai grossissimi. La faccenda, in genere, diventa una spirale da cui è difficile uscire. E questo fa male alle donne in primis, giacché all'evidenza di molti casi finti di violenza sulla donne, prima o poi la favola del 'Al lupo! Al lupo!' avrà le sue conseguenze, e quando una donna sarà in serio pericolo certo si andrà purtroppo più cauti.

Il secondo problema è la sostanziale deregolamentazione di Facebook e dei social network. Queste piattaforme si sono trasformate in gogne di pubblico arbitrio senza regole, con istrioni e capipopolo che si improvvisano spade della giustizia, giudici sul web del bene e del male con l'immenso potere di scatenare guerre di insulti e minacce cavalcando rabbia repressa e qualunquismo. Lo si può notare in qualunque post pubblicato da pagine Facebook con un numero sufficientemente alto di fan: è una mattanza. Una mattanza che Di Cataldo (e come lui tanti altri) ha sperimentato sulla sua pelle, venendo sommerso da male parole e accuse di ogni sorta e genere, e che fortunatamente sembra ora aver avuto fine con il suo definitivo proscioglimento.

Da notare, infine, che chi di dovere sta vagliando l'ipotesi di rigirare l'accusa contro l'ex compagna, iniziando un processo per calunnia.

 
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