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25 Maggio 2022

Pubblicato il

Atletica

Marcell Jacobs: “Tokyo non è stata un caso. Questo sarà l’anno più importante della mia vita”

di Lorenzo Villanetti
"La finale non volevo neppure correrla. Pensavo: sono il primo italiano ad aver raggiunto la finale dei 100, posso anche ritirarmi"
Marcell Jacobs e Gianmarco Tamberi
Marcell Jacobs e Gianmarco Tamberi

In una lunga intervista rilasciata al Corriere della Sera, Marcell Jacobs si è raccontato a tutto tondo, toccando vari temi, da quelli sportivi a quelli legati alla propria famiglia. Queste le dichiarazioni del campione olimpico, oro a Tokyo 2020 nei 100 metri: “È stata la vittoria più difficile”.

Marcell Jacobs e Gianmarco Tamberi
Marcell Jacobs e Gianmarco Tamberi

“Venivo da un’annata super, in cui mi era andato tutto bene. In molti avevano sollevato mille dubbi: sarà deconcentrato, non avrà più fame Tanti non conoscono l’atletica, pensano che si possa vincere l’Olimpiade così, con una botta di culo. Dovevo far capire che Tokyo non è stata un caso. È il frutto del lavoro di una squadra, di una vita”.

Marcell Jacobs si racconta: “Tokyo non è stata un caso”

“Mi sono fermato dopo l’Olimpiade perché era stata una stagione lunghissima, complicata da un infortunio. E l’energia nervosa si era spenta. Avrei rischiato di farmi male. So di aver perso anche tanti soldi ma non fa niente. Questo sarà l’anno più importante della mia vita: ci sono i Mondiali e gli Europei. E avrò gli occhi di tutti puntati addosso. Mi studieranno per capire come battermi.

Problemi a scuola per il colore della pelle? Mai. Non saprei raccontarle un solo episodio negativo legato al colore della mia pelle. Semmai, quando mi facevano disegnare la mia famiglia, ero l’unico che disegnava solo la mamma. All’inizio mio padre mi è mancato. Lo subivo. Poi mi sono abituato, e non ci ho pensato più. Dal restarci male sono passato alla mancanza di sentimento: papà non c’è, e basta. Mia madre Viviana ha trovato un nuovo compagno, e nel giro di due anni sono nati i miei fratelli, Niccolò e Jacopo.

Carl Lewis il mio idolo? No. Andrew Howe. Italiano e mulatto, come me. Ero in Calabria quando vinse l’argento ai Mondiali, e davanti alla tv ho pensato: un giorno salteremo insieme. Tra quelli storici Jesse Owens. Quando ho gareggiato a Berlino all’Olympiastadion ho pensato a lui che vince quattro ori davanti a Hitler, e mi sono emozionato”.

“La svolta è arrivata a Berlino”

“La svolta è arrivata a Berlino, inizio 2021. Io sono molto lento a entrare nei blocchi, anche perché è una posizione scomoda, e così gli avversari stanno scomodi più a lungo Ma all’improvviso il giudice grida: pronti! In altri tempi avrei fatto tutto in fretta e sarei andato nel panico. Invece ho alzato il braccio e gridato al giudice: che fai? Avevo imparato a farmi rispettare. Dopo la semifinale Ronnie Baker ha detto a voce alta, perché sentissi: non ce n’è per nessuno!

Poi durante il riscaldamento è venuto nel mio rettilineo per disturbarmi, e io sono andato a salutarlo sorridendo. L’ho spiazzato. Prima dello sparo ho augurato a tutti ‘good luck’, buona fortuna: mi guardavano come un matto. L’ho fatto anche con Coleman, ai Mondiali. Lui era un po’ seccato… Record? Nel tunnel incontro Jimmy Vicaut, il primatista europeo, che mi fa: complimenti per aver battuto il mio record! Non me n’ero accorto”.

“Non volevo correre la finale, mi sentivo esausto”

“Finale? Non volevo neppure correre. Ero sveglio dalle 5 del mattino. Avevo visto la prima pagina della Gazzetta dello Sport: una mia gigantografia, accanto una fotina di Baldini, l’oro nella maratona ad Atene 2004, con il titolo: ti dico io come si vince… Solo fare i 500 metri a piedi per andare allo stadio mi aveva distrutto. Mi sentivo esausto. Gambe di marmo. Crampi. Pensavo: sono il primo italiano ad aver raggiunto la finale dei 100; posso anche ritirarmi.

Invece resto calmo. L’inglese accanto a me parte prima dello sparo e viene squalificato; io, immobile. Una volta mi concentravo sugli avversari, pensavo a batterli. Sbagliato. Devi concentrarti su te stesso, pensare solo a correre il più veloce possibile.

Li ho guardati nel finale, con la coda dell’occhio. A sinistra non vedevo nessuno. Sul traguardo mi sono voltato a destra, per controllare di essere primo davvero. Poi mi sono visto arrivare addosso Gimbo Tamberi che saltava. E non si trovava una bandiera per il giro d’onore. Forse nessuno pensava che avrei vinto. Paolo sì; ma non era nello stadio, tipo l’allenatore del film Momenti di Gloria, che scopre che il suo atleta ha vinto solo quando sente l’inno e vede da fuori la Union Jack salire sul pennone. Il mio invece mi ha visto sul maxischermo. Fatto sta che resto senza bandiera, fino a quando un tifoso sconosciuto mi passa un tricolore“.

Le voci sul doping

“Voci sul doping? Non mi hanno toccato per nulla. Sono state messe in giro da persone che non conoscono l’atletica, e non conoscono me. Gente che non sa nulla degli anni bui, delle sofferenze, di tutte le cose che le ho raccontato. Per loro un italiano non poteva vincere l’oro nei 100. Ma io lo so quanto ci ho messo.

Giusto escludere i russi? Non saprei. Lo sport è sempre servito a fermare le guerre. Mi metto al loro posto; si diranno: io che colpa ho? Non ho preso io questa decisione.

Mennea? Non l’ho mai incontrato, ma so che è una leggenda, che faceva allenamenti durissimi. Oggi tutti e tre i record europei della velocità sono di un italiano: i 60 e i 100 miei, i 200 suoi. Ora il mio allenatore vuole farmi provare i 200, ma io non voglio… Troppa fatica. Anche se almeno una volta la gara di Pietro Mennea la devo fare”.

 

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