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29 Ottobre 2020

Pubblicato il

Niccolò e l'Umanesimo

Machiavelli e la sfida di ieri e di domani: riflessione sul pensatore fiorentino

di Daniele Lorusso

Il "Principe" è il testo più scabroso e a cui Machiavelli deve la sua fama imperitura

machiavelli
Niccolò Machiavelli (1469 – 1527)

La cultura del Novecento italiano può vantare, nell’ambito della ricerca umanistica, alcune eccellenze di livello epocale. Roberto Longhi per la storia dell’arte; Guido Calogero e Giorgio Colli per il pensiero antico; Santo Mazzarino per la storia greca e romana. Federico Chabod per la storia rinascimentale e moderna; Mario Praz per la letteratura inglese; Giovanni Macchia per la letteratura francese.

Gianfranco Contini e Cesare Garboli per la filologia e la letteratura italiane; Cesare Cases per la letteratura tedesca; Luigi Pareyson e Emanuele Severino per la filosofia teoretica.

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Norberto Bobbio per il pensiero politico. Tutto ciò dopo la grande parabola dell’opera di Croce, che molti di questi fili aveva saputo racchiudere in sé e di cui la nostra cultura è stata imbevuta per decenni. Vedremo perché la sfida di ieri e di domani coincidono, attraverso una riflessione su Machiavelli.

La culla d’Europa

Per ciò che concerne la cultura del Rinascimento, di quella stagione unica e irripetibile in cui la cultura italiana ha brillato come l’astro più fulgido dell’Europa intera, il nome che svetta su tutti è quello di Eugenio Garin.

Autore di studi memorabili – tra cui ricordiamo “L’umanesimo italiano” (1947, Laterza), “La cultura del Rinascimento. Profilo storico” (1964, Laterza), il monumentale “Rinascite e rivoluzioni. Movimenti culturali dal XIV al XVIII secolo” (1975, Laterza), nonché uno stupendo contributo su “Vita e opere di Cartesio” (1967, Laterza) – egli ebbe la capacità, grazie allo straordinario livello di scavo della cultura di quei due secoli che sconvolsero il mondo, di restituire il dibattito e la tempra spirituale dell’epoca umanistica e rinascimentale.

La profondità e l’intensità vitale delle interpretazioni di Garin non hanno precedenti, se non forse in alcuni passaggi dell’opera di colui che di questi studi fu l’indiscusso capostipite, ossia Jacob Burckhardt.

Pensare con Machiavelli

Nell’opera di Garin, tanto vasta quanto mossa ma sempre fedele al suo centro, che fu il Rinascimento, merita di essere ricordato un piccolo volume intitolato “Machiavelli tra politica e storia” (1993, Einaudi).

Composto di due brevi testi, per un totale complessivo di circa sessanta pagine, esso si sofferma su due temi cruciali, per il grande pensatore politico fiorentino: il rapporto con Polibio, da una parte, e le “Istorie fiorentine”, la grande opera storica della tarda maturità, dall’altra.

Un elemento salta, dunque, subito agli occhi: Garin lascia fuori dalla sua considerazione proprio il “Principe”, il testo più scabroso e a cui Machiavelli deve la sua fama imperitura.

Polibio fu il grande storico greco, naturalizzato romano, che si colloca a circa metà strada tra Tucidide e Tacito. Membro del circolo degli Scipioni, egli servì a Machiavelli per il pensiero della ciclicità della storia.

Machiavelli e Nietzsche, l’eterno ritorno

Come nel caso della teoria di Nietzsche relativa all’eterno ritorno, la cultura del mondo classico servì al pensiero moderno e contemporaneo per elaborare una teoria circolare del tempo.

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In opposizione al razionalismo antico e moderno, ad Aristotele come ad Hegel, che avevano del tempo una concezione progressiva e lineare, Machiavelli e Nietzsche scavalcano questa configurazione interpretativa epocale con un balzo all’indietro, rifacendosi al mito.

Grande tema anche biblico – come ben sapeva Francesco Guicciardini, il grande sodale e amico di Niccolò – quello dell’eterno ritorno, che presenta il tempo come un anello, è il punto di maggiore scavo nell’argomento raggiunto dal pensiero filosofico europeo.

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Ma, appunto, seguendo Garin, possiamo constatare come questi temi appartengano ai “Discorsi sopra la prima decade di Tito Livio” – autentica summa del pensiero di Machiavelli – e non al “Principe”.

Le “Istorie fiorentine”, il secondo oggetto dell’analisi di Garin, sono l’ultima grande opera del pensatore fiorentino; enigmatiche e insondabili hanno dato filo da torcere agli interpreti da sempre.

Qui c’è, ancora una volta, tutto Machiavelli: il suo rapporto con i classici, la sua posizione rispetto all’umanesimo che lo aveva preceduto, le sue passioni e polemiche politiche, soprattutto in relazione alla storia di Firenze, e quindi dell’Italia, il suo modo di intendere il rapporto tra politica e storia.

La nota della speranza

Garin si rifà ai grandi specialisti del pensiero di Machiavelli – P. Villari, Ridolfi, Sasso, Dionisotti – ma in più vi aggiunge la sua incomparabile conoscenza della cultura rinascimentale.

Come in ogni pensatore radicale, come in Leopardi, Nietzsche, Heidegger, Adorno, il cuore del pensiero di Machiavelli è nel rapporto con l’umanesimo, nel suo oltrepassarlo, mantenendo con esso un costante dialogo.

Se Machiavelli fu un pensatore tragico, lo fu, anche e perché, drammatico fu il destino di Firenze e dell’Italia. Ma nella teoria ciclica della storia e del tempo, ci insegna Garin alla fine del secondo dei suoi saggi, vibra una nota di speranza.

Quando le cose sono scese tanto in basso da grattare il fondo del barile, conviene, per improcrastinabili necessità vitali e naturali, che si risollevino. Magari vaccinandosi, una volta per tutte, dalla tentazione dell’uomo forte, che eternamente ci affligge…

 
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