La Truffa del capannone: raggirata e derubata tenta il suicidio, la storia

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E’ il 9 Giugno 2014 quando Minella Bei Angeloni si costituisce parte civile nel procedimento penale a carico dei suoi aguzzini.

Essi sono stati rinviati a giudizio per averla truffata e rovinata irrimediabilmente come imprenditrice e non solo. Dopo aver perso il capannone in zona Anagnina, a Roma, con tutti i suoi beni con cui svolgeva la sua attività di produzione di bandiere.

La truffa del capannone: la tragedia umana di Marinella bei Angeloni

Proverà inutilmente a salvare tutto, sacrificando ogni risorsa personale. Dopo aver subito il fallimento della sua azienda per un debito di sole 23 mila euro. Dopo aver tentato il suicidio nel disperato gesto incendiario del proprio ufficio.

Si accende una luce di speranza perché andranno a processo l’amica “sincera” Barbara (si sfilerà subito dal processo, riconoscendo il reato e patteggiando la pena), il vicedirettore della banca in cui operava da anni e l’avvocato a cui si era affidata su indicazione dei precedenti personaggi citati. L’accusa è concorso in truffa.

Un incoraggiante ottimismo pervade l’animo della donna e dei suoi quattro figli. La famiglia è cresciuta negli anni tra le mille difficoltà di una madre sola, imprenditrice in un sistema complicato e poco generoso con chi non ha santi in paradiso. Eppure, in quel giorno del 2014, la Sig.ra Minella si sente un po’ più forte. E’ riuscita a portare il suo caso all’attenzione dei media nazionali.

Gli inquirenti acquisiscono le prove documentate in ore di “girato” da parte delle Iene guidate da Giulio Golia, e così portano sul banco degli imputati insospettabili “colletti bianchi”.

E’ da loro che possono ottenere il giusto risarcimento e magari rientrare in possesso del “mal tolto” per ricominciare la vita di sempre, fatta di lavoro e sacrifici.

L’antefatto

La vittima, in difficoltà economiche per carenza di liquidità, si era vista pignorare il suo stabilimento per delle rate di mutuo non pagate.

L’amica Barbara, compagna del vicedirettore di banca sopra citato, si era offerta di fornire assistenza legale con il supporto di un noto avvocato.

Nel dettaglio sia in ordine all’esecuzione immobiliare che alla gestione delle posizioni debitorie societarie (non rilevanti) garantendole una definizione risolutiva delle pendenze anche attraverso l’ottenimento di rinvii in ordine all’esecuzione forzata ed accordi stragiudiziali con i creditori commerciali. Sarebbe bastato versare € 15 mila al creditore attore dell’esecuzione ed € 5 mila di compenso per i legali.

Siamo nel 2011 quando viene organizzata fittiziamente l’operazione per bloccare la vendita che in realtà avveniva all’insaputa della Bei Angeloni.

L’imprenditrice contatta Le Iene

Infatti, l’assegno circolare emesso dalla debitrice non veniva mai consegnato al creditore. Permettendo così ad una società neo costituita di rispondere all’asta nel Marzo 2012 (come unico acquirente!) e fare un vero e proprio affare come spiegheremo in seguito.

Dunque, la sfortunata imprenditrice, ormai priva di ogni mezzo e luogo per poter lavorare, subìto l’inevitabile quanto controverso fallimento della propria azienda, si metteva in contatto con Giulio Golia de Le Iene.

Il generoso giornalista, convintosi della credibilità della vittima e dell’avvenuta truffa, attraverso registrazioni audio/video raccoglieva, con l’attiva partecipazione della Bei Angeloni, importanti elementi probatori sulla colpevolezza dei personaggi citati. La sintesi dell’inchiesta, andava in onda su Italia uno il 2 maggio 2012, aprendo contemporaneamente la strada per una vera e propria indagine giudiziaria.

Gli atti d’indagine

Scorrendo le carte dell’indagine giudiziaria, basata essenzialmente sullo girato de Le Iene e sulle “testimonianze” delle parti, abbiamo rivolto l’attenzione su alcuni elementi circostanziati forse non adeguatamente attenzionati.

In primis, va detto che la disposizione di vendita all’asta del capannone, viene fissata per un valore di € 495 mila euro. La perizia non tiene conto che nel frattempo il terreno su cui insiste il fabbricato può essere utilizzato per la costruzione di immobili residenziali con una cubatura tale da determinare un valore dello stesso di almeno 750 mila Euro. L’unico acquirente intervenuto, si aggiudica l’asta ad € 370 mila.

Nella deposizione resa al P.M. in sede di sit, Golia dichiara che notizie di corridoio non comprovate dallo stesso per mancanza di mezzi investigativi idonei e per paura di commettere reato, porterebbero a collegare il trio dei presunti truffatori con una Banca cointeressata alla vendita e la società intervenuta in asta.

NDR: la moglie dell’Avvocato risulterebbe essere funzionario di detta banca, che era inserita nella procedura esecutiva in quanto creditrice di una somma di € 30 mila. Purtroppo di tale rapporto nessuno ne fa menzione né risulterebbero accertamenti della GdF.

Il danno ha “indotto al suicidio”

Golia, con l’approvazione degli inquirenti presenti, espone la tesi del movente volto a far assegnare l’immobile all’asta in favore dell’acquirente non permettendo iniziative di trattativa al debitore, inducendolo in errore (vedi anche un assegno circolare con errata intestazione), omettendo lo stato della procedura etc.

Infatti, la società acquirente risulterà unica partecipante all’asta e con ogni probabilità unica ad essere al corrente del reale valore del compendio immobiliare.

Tanto da effettuare un acquisto piuttosto “anticipato” rispetto alle consuetudini temporali delle vendite giudiziari.

Il 31/10/2013 su istanza della parte offesa, c’è il sequestro preventivo del capannone . Nel ricostruire i fatti, l’allora difensore della Bei Angeloni evidenzia come l’intera questione, abbia tra gli altri, provocato un “gravissimo danno biologico che ha addirittura indotto la sig.ra al suicidio, circostanze tutte note nel fascicolo del PM.”

Sempre nell’istanza, si cerca di delineare il ruolo del fortunato acquirente, facendo riferimento anche ad una querela sporta il 01 ago 2013 di cui non se ne conosce l’ esito nei confronti dell’A.U. di detta società da parte della Sig.ra G. M.

L’aggressione mentre è in stato di gravidanza

La donna all’epoca è in stato di gravidanza e viene aggredita e minacciata all’interno del capannone in cui la stessa alloggiava gratuitamente. Infatti svolgeva con il marito mansioni di custodia e pulizia per conto della Bei Angeloni.

Il 24/06/2013, però, a seguito istanza dell’acquirente, avviene Dissequestro del capannone su Ordinanza del Tribunale del Riesame in quanto l’analisi del traffico telefonico non avrebbe fatto emergere alcun contatto tra la società intervenuta in asta e gli indagati.

L’ordinanza ritiene fondata la tesi di come la parte offesa non avesse avanzato nessuna proposta economica concreta ai creditori al fine di scongiurare la vendita!?

Uno dei passaggi fondamentali della truffa era proprio quello di far pensare alla Sig.ra Minella che con € 20 mila l’asta potesse essere sospesa. Ma in realtà, la proposta non veniva mai inoltrata in danno della stessa.

Il processo per la truffa del capannone

Quando il processo ha inizio, benché le speranze per la parte offesa di rientrare in possesso del bene sottratto fossero ridotte al minimo, quanto meno un giusto risarcimento appariva raggiungibile e quasi scontato.

Il dibattimento, la conferma delle prove documentali, l’escussione dei testi a favore tanto attivi quanto credibili, avrebbero potuto condurre non solo alla condanna degli imputati. Ma anche ad una diversa valutazione del giudice su quella strana aggiudicazione in asta da parte di un alquanto “lungimirante acquirente”.

E poco poteva importare alla Sig.ra Minella, se nel frattempo la sua Azienda era fallita e se aveva perso tutto ciò per cui si era sacrificata.

“Poco male” se la stessa verrà in seguito condannata su denuncia del nuovo proprietario per aver appiccato il fuoco in quello che era stato “il suo ufficio”. Tentativo di togliersi la vita quale rifiuto e reazione estrema a un ingiusto epilogo.

Una beffa ulteriore questa, se si pensa a quanto dichiarato al PM dall’aggiudicatario dell’asta in relazione al fatto che non avesse mai ispezionato l’immobile prima dell’acquisto.

Era irrilevante in quanto la nostra intenzione era comunque di demolire l’immobile…per costruire un nuovo edificio”.

19/01/2016, data della sentenza

Il giudicante, pur nel condannare gli imputati, non ritiene siano stati acquisiti elementi per coinvolgere nella truffa il “fortunato” acquirente dell’asta incriminata!

Inoltre non riconosce danno patrimoniale ulteriore per la parte offesa. In particolare per la vendita all’asta del compendio immobiliare, non ritenendo sufficienti le prove e le deposizioni raccolte, né le intervenute circostanze che potessero evitare alla Bei Angeloni l’espropriazione immobiliare.

(Nessuno chiede alla società creditrice, se la dazione dei 20 mila euro, qualora formalizzata, avrebbe potuto effettivamente sospendere per 1 anno la vendita all’asta, consentendo alla Sig.ra Minella la vendita in proprio del bene, visto l’effettivo rilevante valore).

In pratica, secondo quanto emerge in sentenza, la truffa ( e tutti i rischi ad essa collegati )avrebbe riguardato solo l’acquisizione indebita di 5 mila euro!

Non è risultata meritevole di alcun approfondimento investigativo la società che nel concreto ha tratto i maggiori vantaggi da tutta la vicenda. Ha acquistato ampiamente sotto prezzo un bene del valore di € 750 mila consultando semplicemente il sito delle aste giudiziarie, e senza alcun sopralluogo sul posto! – così come dichiarato nel processo dalla stessa.

La situazione oggi

Oggi, a distanza di 10 anni dal fatto di reato e di 6 anni dalla sentenza di primo grado, sapete come è andata a finire?

  1. Nessuna data è stata fissata per il processo d’appello proposto dai condannati che usufruiranno dell’inevitabile sopravvenuta prescrizione
  2. Il noto avvocato, già con altri procedimenti similari in corso è ancora tranquillamente “operativo”.
  3. L’ormai ex vicedirettore di banca non ha ancora totalmente pagato la provvisionale di pochi spiccioli determinata dal Giudice di primo grado.
  4. “L’amica Barbara”, probabilmente espatriata in Germania, ha fatto perdere le proprie tracce per sottrarsi alla causa civile di risarcimento a seguito del patteggiamento di pena.
  5. La parte offesa, è a processo per la bancarotta della propria azienda. Inoltre, è stata anche condannata in primo grado per danneggiamento e tentato incendio del “proprio” ufficio! A seguito della denuncia sporta dal “nuovo proprietario” che così si “accaniva” pur nella consapevolezza che avrebbe demolito l’edificio una volta entratone in possesso. Vive di reddito di cittadinanza e dell’aiuto dei familiari. Malgrado uno stato di salute compromesso dagli eventi narrati, continua a combattere per ottenere Giustizia.
  6. In luogo del capannone in cui si producevano bandiere, è effettivamente stata edificata una palazzina con numerosi appartamenti, dal valore commerciale di alcuni milioni di euro a seguito dell’acquisto in asta per soli 370 mila euro.

Grande dignità ed effimera soddisfazione della giustizia mediatica

Alla cara Sig.ra Minella dunque, è rimasta oggi l’effimera soddisfazione di quel servizio televisivo mandato in onda de Le Iene. Almeno per poter dire a se stessa, ai suoi figli, al suo mondo lavorativo:” Vedete, sono stata truffata ma ho lottato fino alla fine!” Era il 2012, ed il fenomeno dello show televisivo giudiziario era da poco sbarcato sulle reti private nazionali per come lo conosciamo oggi. Oggi però, casi come quelli di Minella Bei Angeloni non sembrano generare più un audience sufficiente.

Ormai solo la morte violenta o altri crimini sempre più aberranti hanno la dignità mediatica per essere proposti al grande pubblico e forse anche per essere debitamente attenzionati dagli inquirenti.

Eppure, nel rivedere il video de Le Iene di 10 anni fa, la rabbia e l’impotenza per una Giustizia inespressa rimane invariata.

Il timore è che prima o poi, anche i crimini più efferati perderanno l’appeal per una giusta considerazione.

Auguriamo un diverso esito al “Giallo di Ponza”

Speriamo solo che tra 10 anni, anche una morte irrisolta come quella del “Giallo di Ponza“ non risulterà considerata e trattata dalle varie componenti della nostra struttura sociale alla stregua della Truffa del capannone.

PS. Per quanto sia intervenuta una sentenza di primo grado, abbiamo volutamente mantenuto anonimi gli imputati e le società coinvolte, attenendoci al video de Le Iene. Nella speranza che fonti giornalistiche e giudiziarie vogliano nuovamente attenzionare il caso.

Abbiamo altresì indicato il nome della parte offesa, in omaggio alla determinazione, alla capacità di lottare e alla dignità dimostrate con i pochi mezzi a disposizione.