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29 Gennaio 2022

Pubblicato il

La memoria è un dovere

La poesia italiana di fronte alla Shoah: uno sguardo non provinciale

di Daniele Lorusso
Auschwitz non toglie solo i diritti, la libertà, ma priva gli uomini delle caratteristiche che li rendono umani
auschwitz il lager
Il campo di sterminio di Auschwitz, dove persero la vita oltre un milione e centomila persone

La letteratura italiana contemporanea ha riflettuto con profondità ed efficacia su quelle esperienze capitali, che furono il nazi-fascismo e la Seconda guerra mondiale. Da Pavese a Vittorini, da Primo Levi a Italo Calvino, da Natalia Ginzburg a Elsa Morante, fino a Fenoglio. Si tratta di quel filone neo-realistico che, con tanta felicità, attraverserà anche il nostro cinema. 

Lirica e tragedia

Se si guarda, invece, alla lirica, è possibile estrapolare almeno due grandi poesie che, con sguardo non provinciale, si sono misurate con quegli eventi capitali. Una è la poesia-manifesto all’inizio di “Se questo è un uomo” di Primo Levi. Il libro uscì nel 1947, lo stesso anno di “Il sentiero dei nidi di ragno” di Italo Calvino, romanzo a tema resistenziale. L’altra poesia è “La primavera hitleriana” di Eugenio Montale, il più grande lirico di lingua italiana del Novecento, l’unico poeta italiano a potersi confrontare, da pari, con R. M. Rilke e T. S. Eliot.

La poesia fu composta tra il 1939 e il 1946 e fa parte della raccolta “La bufera e altro”, uscita nel 1956, laddove l’arte di Montale raggiunge il suo culmine. Raccolta ora disponibile in un’edizione Mondadori, commentata da Ida Campeggiani e Niccolò Scaffai. Naturalmente si tratta di un accostamento, più che di un vero paragone, poiché le modalità stilistiche di Primo Levi e di Eugenio Montale sono molto differenti.

Levi era prevalentemente un narratore e il suo stile tendeva, naturalmente, al realismo, seppure stravolto e reso allucinatorio dall’oggetto della narrazione. Montale non fece mai un’esperienza estrema e tragica come il Lager ed era un lirico puro, di una purezza che era quella di Leopardi, di Petrarca e del suo Dante (“Dante ha fatto il pieno… e per gli altri la benzina è stata scarsa”, disse, una volta, in un’importante intervista a G. Zampa).

L’inferno sulla terra

La poesia-manifesto di Primo Levi, all’inizio di “Se questo è un uomo” è molto nota, per fortuna anche nelle scuole. Ciò non toglie che le sue parole continuino a pesare come macigni. Questa è, forse, la misura del classico: essere una parola che nutre, a tutte le età e per tutte le classi sociali. L’incipit dice: “Voi che vivete sicuri / Nelle vostre tiepide case”. Queste parole sono rivolte a noi, alle nostre generazioni. Le quali non sanno più cosa siano inferno e morte sulla terra.

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Non lo sanno perché una generazione, quella di Primo Levi, ha lottato fino allo spasimo, per far sì che anche noi non dovessimo vivere tutto questo. Ed è ciò che sarebbe successo, se Hitler avesse vinto la Seconda guerra mondiale. Eppure, non sempre riusciamo ad apprezzarlo. Prosegue, dopo due versi: “Considerate se questo è un uomo”. Dopo altri quattro versi: “Considerate se questa è una donna”.

L’inferno dei viventi, il Lager, Auschwitz in particolare, non toglie soltanto i diritti, la libertà. Ma priva gli uomini delle caratteristiche che li rendono umani. Morire per un sì o per un no, dice Levi. Essere senza capelli e senza nome.“Meditate che questo è stato”: questo è il verso centrale della poesia. La memoria è un dovere, un imperativo categorico che ognuno di noi deve coltivare dentro di sé. Questo il significato di queste grandi parole.

Il male arriva in corteo

“La primavera hitleriana” di Montale è un testo di ardua lettura. Come tutto il Montale prima maniera, quello di “Ossi di seppia”, “Le occasioni”, “La bufera e altro”. La poesia ha per oggetto la visita di Hitler a Firenze nel 1938. L’atmosfera di cupa angoscia che aleggia per Firenze, la città luminosa che ha visto fiorire il grande pensiero e la grande arte del Rinascimento. “Folta la nuvola bianca delle falene impazzite”, dice il primo verso.

Nei momenti, personali e collettivi, di grande angoscia, sembra che sia la natura stessa ad essere presa dal caos. Che ciò dipenda da ragioni oggettive o, più probabilmente, da ragioni di proiezione angosciosa della nostra interiorità, resta, in ogni caso, misterioso. Il piede “scricchia” come sullo zucchero, calpestando il manto di falene distese a terra. 

Un “messo infernale”, ossia Hitler stesso che, con Mussolini si affacciò da Palazzo Vecchio, corre “tra un alalà di scherani”. Anche dalle vetrine degli artigiani sale l’angoscia. La vetrina di un macellaio è premonizione angosciosa della carneficina imminente. Soltanto la presenza di Clizia, donna-angelo e Beatrice contemporanea, dietro cui si cela Irma Brandeis, italianista americana amata dal poeta, è garanzia che la condizione del Male che affligge il mondo non sarà irreversibile.

Così la poesia scioglie progressivamente l’angoscia, fino ad arrivare alla percezione di una liberazione finale. Come è possibile vedere, raffrontando la poesia-manifesto di Primo Levi all’inizio di “Se questo è un uomo” e “La primavera hitleriana” di Montale, la nostra letteratura a confronto con il Male contemporaneo, ha saputo offrire uno sguardo non provinciale.  

 
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