28 Luglio 2021

Pubblicato il

Italia Campione d’Europa, non solo 11 talenti: è vittoria della condivisione

di Massimo Benedetti

Una vittoria che si proietta fuori dal mondo sportivo fino ad arrivare alla dimensione politica e sociale

Italia campione d'Europa Festeggiamenti a piazza del Popolo
Italia campione d'Europa Festeggiamenti a piazza del Popolo

Dopo 53 anni siamo di nuovo campioni d’Europa. Una vittoria conquistata su un campo di calcio il cui trofeo però, si proietta fuori dal mondo sportivo fino ad arrivare sulle mensole del mondo politico e più in generale di quello sociale.

Italia campione d’Europa dopo 53 anni

Perché questa coppa porta con sé il rischio di risplendere così tanto rispetto ai trofei già conquistati in passato dalla nostra Nazionale?

Può sembrare scontato il riferimento ai drammatici vissuti della pandemia, può sembrare scontato il bisogno intrinseco di una società sofferente al voler festeggiare, e può sembrare scontato il forte senso di appartenenza che una Nazionale di calcio suggella ogni qual volta partecipa ad una competizione sportiva. Tutto questo sembra non bastare a raccontare la dimensione in cui questa vittoria ci ha proiettati.

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E allora la ricerca si sposta su aspetti che di primo acchito possono sfuggire, su sfumature alle quali il tempo e la modernità ci hanno disabituato o oltremodo distratti. Chi ha vinto realmente?

Non hanno vinto solo 11 giocatori e un allenatore

Sembrerebbe scontato rispondere una squadra composta da 11 giocatori e un allenatore. Nella realtà ciò di cui siamo stati testimoni ha visto in questa nazionale il principio fondante della coesione e del lavoro di gruppo. Una squadra che ha saputo andare oltre il singolo, che ha saputo svincolarsi da ogni icona e da ogni pre-impostazione individuale. Un’Italia che già all’interno del management dirigenziale ha saputo porre un allenatore non più singolo accentratore di competenze, ma più precisamente come calamita di un sapere collettivo fatto di gregari a disposizione di un gruppo e non di un leader.

Una squadra che si è fatta squadra svestendo la spocchiosità di giovani calciatori di successo, offrendogli al contrario il fratino per un ruolo da titolare mai certo. Attraverso questo tipo di terreno ben livellato, e arato che si è coltivata l’essenza vera della coesione.

Sapersi mettere a disposizione, offrire sé stessi al gruppo

E’ arrivato il messaggio del sapersi mettere a disposizione del gruppo lasciando indietro le vecchie spoglie, buttando in un angolo dello spogliatoio tutte le conferme acquisite accettando, invece, un ruolo e un obiettivo la cui forza e il cui fine erano seppur conosciuti, inimmaginabili. Più semplicemente ci si è messi a disposizione scommettendo contro l’inconsistenza di ogni pronostico o aspettativa, rendendo di per sé questo trofeo non più assoggettabile al solo evento sportivo ma più in generale a quello sociale e culturale. Si è vinto contro il concetto di uomo forte, dove a salire sul gradino più alto del podio c’è stato sì un gruppo di ragazzi vestiti di azzurro ma che stringendosi fra loro hanno lasciato posto ad un’intera nazione e, forse, ad un intero continente politicamente unito per la prima volta.

Un boato sordo, soffocato all’interno dello stadio di Wembley che rimbalzando ha ridondato enormemente nelle strade di molte città europee, un boato la cui eco non è finita nella notte dei festeggiamenti perché la sua musica e le sue parole stanno dando nuova forma ai concetti retorici di cui la politica per troppo tempo si è impossessata.

Italia campione d’Europa: una vittoria condivisa, un’autentica felicità


Citando le parole di Christopher McCandless “la felicità è vera e tale solo quando è condivisa”, quando poi si sposa con nuove verità la felicità infonde anche speranza. Dunque, quella coppa alzata , non ci ha regalato solo felicità e gioia ma diviene simbolo storico di frattura fra passato e presente donandoci grande speranza e nuova fiducia in noi stessi.

E’ attraverso queste dimensioni che un evento sportivo diviene spartiacque tra l’angoscia e la leggerezza, tra la saccenza retorica del qualunquismo a cui siamo stati abituati e la raffinata lezione inattesa che solo le regole della condivisione potevano offrirci.


Tutto questo ci viene raccontato da gesti semplici ma quanto mai veri, sentiti, profondi. Gesti come l’abbraccio tra Vialli e Mancini, come un Donnarumma che non esulta pur avendo parato il rigore perché non ha capito che è campione d’Europa, da quel desiderio incessante di cantare dentro il campo, sull’aereo, in albergo e ancora su un pullman per le strade di Roma.

Ecco, condividere significa non essere mai proprietari neanche delle proprie gesta. Qui forse alberga il valore vero di questa vittoria. Questa coppa avrà un posto speciale nella bacheca di questa Nazione, ancora più speciale lo avrà nelle pagine della storia.

In collaborazione con dottoressa Letizia Nobilia

 
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