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In Marocco un italiano mi ha fatto pensare al peso del pregiudizio

Per voler rimediare ai danni provocati in passato, siamo arrivati al paradosso di trovarci nella situazione completamente opposta e altrettanto sbagliata

Birra alla spina

Nella mia aula, durante gli anni delle elementari presso la scuola Giuseppe Parini a Roma nella seconda metà degli anni 70, vi era, affissa sulla parete di sinistra rispetto alla cattedra della Maestra Lombardi, una cartina geografica che ritraeva l’Europa, il Vicino Oriente e l’Africa settentrionale.

Dal mio banco, sempre lo stesso in quegli anni, ogni volta che mi voltavo a guardare la cartina, la mia attenzione era colpita da un nome di una città in particolare, scritto in nero, in grassetto e sottolineato: Rabat.

Non conoscevo il nome di quella località, tantomeno il paese di cui è la capitale: il Marocco.

A parte il Libano, dove era nato mio nonno Giovanni e dove aveva conosciuto e sposato mia nonna Victoria, gli altri nomi di paesi al di fuori dell’Europa significavano nulla o quasi per me. Eppure, in terza, in quarta e in quinta elementare, quel nome fra tutti attirava alla mia attenzione.

Finché un giorno, nel settembre del 1979, appena iniziata la quinta classe, mia madre annunciò a mia sorella e a me che il ministero degli Affari Esteri, presso cui era impiegata, l’avrebbe inviata in missione diplomatica all’estero e, indovinate dove? Proprio in Marocco.

Avrebbe preso servizio, con la funzione di viceconsole, presso il Consolato Generale d’Italia a Casablanca. A Rabat c’è la nostra ambasciata. Certo, sarebbe stata una coincidenza clamorosa ma come dice Gibbs “le coincidenze non esistono” (solo per appassionati di NCIS… ).

Per un anno abitammo nella città dell’omonimo film con Humphrey Bogart, per poi spostarci in una cittadina a metà strada tra la capitale e il Consolato: Mohammedia, da dove sto scrivendo e nella quale vivo e lavoro.

In quegli anni in Marocco vi era un solo posto dove potevi degustare la pizza: il ristorante “La mamma”. Dove? A Rabat! Il cerchio si era chiuso. E così in occasioni molto speciali, come un compleanno o una pagella meravigliosa, mamma ci portava a mangiare la pizza nel ristorante della capitale.

Oggi in Marocco la pizza è diventata un piatto popolare quasi quanto il cous cous, con la differenza che quest’ultimo lo si cucina nelle case private o lo si propone nel menu dei ristoranti solamente il venerdì, nel giorno sacro ai musulmani, mentre il nostro piatto lo si trova congelato in vendita nei supermercati, proposto in ogni menu di qualunque ristorante ed in qualunque negozio che venda cibo, praticamente ovunque, a qualunque ora del giorno e della notte, in ogni angolo del Marocco e ad ogni angolo di strada.

Spesso, il sabato sera, vado al ristorante O Santa Beach di Rudy, un francese mio amico, a poche decine di metri da casa mia. Rudy propone, a mio avviso, la più buona pizza di tutto il Marocco, cotta al forno a legna.

Sabato scorso c’era molta gente. Forse lo strascico delle vacanze di Natale. Appena arrivato ordino una pizza a portar via e avendo almeno un quarto d’ora da attendere mi siedo al bancone del bar per una birra.

Accanto a me c’è un uomo sui sessanta anni, l’aria simpatica, intento a sorseggiare il proprio boccale e a chattare presumibilmente su WhatsApp. A un certo punto invia un messaggio vocale, in italiano. S’incontrano di rado connazionali qui in Marocco, così ne approfitto e, alzando il mio boccale, gli auguro “salute!”. Contraccambia e sorride. Capisco che condivide il piacere di incontrare un altro italiano in terra straniera e iniziamo a chiacchierare.

Di fronte a Sandro (così si presenta) e a me, e alle spalle del barman, c’è uno schermo sul quale scorrono silenziose le immagini di Al Jazeera. Con lo sguardo fisso sul servizio che testimonia come gran parte la striscia di Gaza sia completamente devastata mi dice:

“Quella di Israele ti sembra una reazione proporzionata? Certo hanno subito un attacco barbaro e disumano ma sembra che non attendessero altro per spazzare via i palestinesi dalla faccia della terra. È un po’ come se l’Europa, per eradicare la mafia dalla Sicilia, radesse al suolo Palermo a suon di bombardamenti massacrando anche migliaia di cittadini.

Che poi non capisco perché durante tutto l’anno si celebri con film, documentari e servizi, il giorno della memoria della Shoah. Ma la data non è a fine gennaio? Mi sa che la maggior parte delle persone nemmeno sa che nei campi di sterminio nazisti perirono quasi 17 milioni di prigionieri di cui sei milioni erano ebrei. Gli altri, oltre 10 milioni, erano russi, polacchi, omosessuali, gitani, portatori di handicap, dissidenti politici e qualsiasi individuo non considerato “ariano“.

Perché nessuno ne racconta la storia? E perché non celebriamo anche il loro giorno e quello di altri genocidi? Il comunismo di Stalin, Lenin, Mao e Pol Pot ha mietuto oltre 120 milioni di vittime. E i nativi americani? Almeno, in Australia si celebra il “Sorry day” per chiedere scusa agli aborigeni massacrati dagli europei.

Viviamo in un mondo fuori controllo. In cui per voler rimediare ai danni provocati in passato, come le ingiustizie sociali, i diritti negati ad alcuni e quant’altro, siamo arrivati al paradosso di trovarci nella situazione completamente opposta e altrettanto, a mio avviso, sbagliata.

Le idee e i modi di vivere delle minoranze vengono imposti alla maggioranza. Se, non voglia Dio, ti capita di litigare con una persona e sei bianco, eterosessuale e cristiano devi sperare che il tuo avversario non sia nero, musulmano o omosessuale, Altrimenti, anche se hai ragione, saresti accusato di razzismo, islamofobia e omofobia.”.

Sandro è un fiume in piena. Lo ascolto in silenzio, senza interromperlo. E prosegue : “Sai, la settimana scorsa sono andato a Parigi per lavoro e ho preso un volo della Air France. Il pilota era nero. Dalla pelle scura era anche la funzionaria della dogana che mi ha perquisito la mia valigia all’arrivo.

Ho preso un taxi per andare in hotel e molti degli autisti erano chiaramente di origine africana.

Ma in Francia è normale. Lo sapevi che l’8% della popolazione francese è di origine africana? Parliamo di quasi 8 milioni di persone. In Italia, su 60 milioni di abitanti, ci sono solamente 800.000 cittadini africani.

Allora mi spieghi perché in televisione in ogni pubblicità, programma, telefilm (e qui ho la conferma che Sandro abbia almeno 50 anni perché i più giovani non usano quel termine, piuttosto “serie” o “fiction”) c’è un nero? Io non ho niente contro gli africani ma non corrisponde alla realtà. Tu hai mai visto un autista dell’ATAC di Roma nero? O un pilota dell’Alitalia dalla pelle scura? Quanti giocatori di calcio neri nati in Italia ci sono nella nostra nazionale?

E poi ovunque ci deve essere un gay, un trans, un fluido, in ogni programma TV. Non ho nulla nemmeno contro i rappresentanti della comunità LGBTD. Ma allora, se proprio vogliamo dare spazio alle minoranze, vorrei vedere in televisione, in ogni spot o trasmissione, un nano, un nasone, un ateo dichiarato, un filippino, un cinese, un peruviano. O tutti o nessuno a questo punto.

Poi torno a casa e devo trovare risposte alle domande di mia figlia che mi chiede perché le favole della Disney, che guardavamo assieme quando era piccolina, sono state modificate e “ripulite” e perché, ad esempio, la fatina di Cenerentola, che nel cartone animato originale somiglia a Zia Bianca, adesso è una specie di Malgioglio di colore e perché il principe di Biancaneve, che faceva innamorare le bimbe, non può più baciarla.

“Monsieur Marcello, votre pizza est prête!”, mi grida da lontano Aziz il pizzaiolo.

Rimarrei ad ascoltare Sandro per tutta la serata. Le sue riflessioni mi hanno fatto molto riflettere ma la pizza è buona bollente e a casa mi attende del lavoro. Ci salutiamo e ci scambiamo il numero di telefono con la promessa di restare in contatto. La margherita “ben cotta“ era buonissima e l’ho digerita rapidamente.

Le parole di Sandro, invece, sono rimaste nella mente, pesanti come macigni, dure come la verità.