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21 Settembre 2020

Pubblicato il

L'Europa tra passato e presente

Il grande Lorenzo e l’alba dei tempi nuovi. Una vita da “Magnifico”

di Daniele Lorusso

Lorenzo mostra spregiudicatezza per gli affari e allo stesso tempo, l’amore umanistico per la grande cultura e l’arte

il grande lorenzo
Lorenzo de' Medici. Ritratto di G. Vasari

Enigmatico e misterioso, il profilo – biografico, politico, artistico – di Lorenzo il Magnifico ha attraversato i secoli, continuando a suscitare stupore tanto nei contemporanei, quanto nei posteri.

Il grande Lorenzo e l’alba dei tempi nuovi

Se si vuole, è giusto considerare la tradizione, repubblicana e imperiale, di Roma, come qualcosa di diverso dall’Italia; come la progenitrice, la grande antenata, ma che presenta caratteristiche proprie, profondamente legate alle peculiarità delle civiltà antiche.

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Allora è possibile dire che l’ora storica dell’Italia ha coinciso con il Rinascimento, con quell’epoca che si apre con Dante e si conclude con la morte di Machiavelli e il Sacco di Roma.

Dunque, dal 1300 al 1527 – e quanto farebbe bene ai sovranisti di ritorno odierni, indagare quale miracolo di dolcezza, apertura, equilibrio, fu l’Italia di quei secoli!

Si trattò di una vera e propria alba dei tempi nuovi.

Sorte e predestinazione

Nato nel 1449 e morto nel 1492, Lorenzo il Magnifico è al centro di questo sviluppo. Nipote di quel Cosimo il Vecchio che aveva, di fatto, posto la famiglia Medici a capo di Firenze. Che sapeva fin troppo bene, come affermò Machiavelli nelle “Istorie fiorentine”, che gli Stati non si tengono con i paternostri in mano.

Lorenzo eredita dai suoi predecessoric, al pari di Pericle e Augusto.

Tutti abbastanza antichi, da sapere che dai diamanti non nasce niente. Così i Medici si circondano di uomini come Marsilio Ficino, che grazie al sostegno dei signori della città ha l’agio e la possibilità di effettuare quella traduzione di Platone e di Plotino destinata a cambiare il volto della cultura europea. I Medici si circondano anche di Leon Battista Alberti, Botticelli, Poliziano, Savonarola, Leonardo e Michelangelo.

Tra le monografie storiche uscite negli ultimi anni, merita di essere letto e meditato il libro di G. Busi, “Lorenzo de’ Medici. Una vita da Magnifico” (Mondadori 2016) che con passione storica, competenza filologica e autentico amore per la materia trattata, svela i segreti di quella vita unica, di quella personalità a tratti insondabile, di quell’individuo tanto singolare che, in un’epoca di uomini forti, fu il solo a guadagnarsi l’appellativo di “Magnifico”.

Il potere della sintesi

Ma Lorenzo non fu solo politico straordinario, inimitabile, capace di essere l’ago della bilancia dell’equilibrio politico italiano della seconda metà del Quattrocento. Come non fu solo grande mecenate e promotore delle arti, sodale di poeti, filosofi e grandi artisti figurativi, fu anche poeta, pensatore, letterato in proprio.

Capace di vivere, in prima persona, la complessità drammatica, la profondità abissale della cultura rinascimentale. Alla comprensione di questo aspetto, sono di ausilio fondamentale le sue opere.

E seppure egli non fu un poeta del livello di Dante e di Petrarca o un pensatore della caratura di Ficino e di Pico della Mirandola, pure le sue stesse parole sono il viatico di una visione della vita splendida, di lui uomo a tutto tondo, che in sé univa il politico, l’uomo d’affari, il diplomatico, il grande viveur, l’appassionato delle dimensioni mondane come di quelle della grande cultura.

Tra le raccolte recenti, quella intitolata “Poesie” (Garzanti), a cura di Ilvano Caliaro, docente all’Università di Udine, ha il pregio di essere ben introdotta, curata e commentata.

Le opere poetiche di Lorenzo mostrano come lo scavo nella tradizione letteraria in volgare, in Dante e Petrarca, così come nel filone del neoplatonismo trasmessogli da Ficino, e infine, nelle origini di quella cultura cristiana, la riscoperta della cui purezza era l’asse centrale dell’operazione teologico-politica di Savonarola, sia stata profondamente sentita, vissuta, fino alle corde profonde della sua personalità.

E, tuttavia, ci sia consentito dire che, nonostante Savonarola e le ufficiali professioni di fede, egli fu un grande pagano, e come tale visse e scrisse, analogamente a Goethe, che pure spesso interloquì con il cristianesimo.

Il messaggio nella bottiglia

La profondità del suo sentimento della Natura, la consapevolezza del ruolo della Fortuna nelle nostre vite, non sembra lasciare dubbi su questo. Un divino gioco dell’apparenza, screziato, molteplice, cangiante, dominato dal Caso, dall’incertezza, dalla caducità, dalla volontà di potenza e, a volte, da momenti sommi (almeno per un uomo come lui): così egli sentì, e pensò, la nostra esistenza.

Non è un messaggio che, a un’epoca come la nostra, infinitamente stravolta e alienata dalle strategie di mediazione, possa arrivare facilmente – eppure si tratta dell’unica speranza che abbiamo. Intendendo con ciò, la possibilità di rimettere, al centro della nostra esperienza, il rapporto uomo-natura.

Si spense nella villa di Careggi, dove si era spinto il nonno, Cosimo il Vecchio, dove Ficino aveva tradotto Platone e Plotino, dove tutto era cominciato, nello stesso anno in cui Colombo scoprì l’America, circondato
dall’affetto degli amici – Angelo Poliziano, Giovanni Pico della Mirandola, Girolamo Savonarola (la moglie, Clarice Orsini, era morta quattro anni prima) – vero annunciatore dei tempi nuovi.

 
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