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26 Gennaio 2021

Pubblicato il

I paradisi artificiali, Charles Baudelaire‏

di Redazione

Il Sabato Lib(e)ro di Livia Filippi

Nell’Ottocento prende forma il concetto odierno di droga e la letteratura, in particolar modo, ha contribuito al consolidamento di questa nozione.

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Per Schivelbusch "i letterati cultori dell'oppio e dell'hashish del XIX secolo aiutano in un certo modo la società borghese nel formulare tabù contro queste droghe. Ci vuole l'immaginazione e la carica antiborghese dei poeti che descrivono l'oppio e l'hashish come veicoli per l'espansione dell'io e della sua liberazione per scuotere la società dalla sua indifferenza. Solo tramite il significato asociale che i poeti attribuiscono all'oppio e all'hashish queste sostanze cominciano a perdere il loro carattere di farmaci domestici d'uso quotidiano per apparire improvvisamente come stupefacenti pericolosi. Il timore profondo di venirne a contatto, che almeno fino a pochi anni fa caratterizzava il rapporto con gli stupefacenti, non è spiegabile solo con i loro effettivi pericoli. Le fantasie di paura borghesi sono le controimmagini dei sogni dei poeti".

Baudelaire mangia quella sorta di marmellata verdastra che è l’hashish in modo saltuario presso l’Hôtel de Pimodan, abitato dal pittore Boissard, attorno al quale si forma quello che Gautier chiama “Il club des hachichins”. Il fascino delle droghe diviene per lui fonte di ricerca poetica, tanto che tra il 1850 e il 1860 compone i saggi raccolti nel libro Les Paradis Artificiel. Negli scritti, fortemente influenzati dall’esperienza personale, egli riflette sul vino e sulla necessità di droghe come l’hashish e l’oppio, intese come “mezzo per la moltiplicazione dell’individualità”, nei momenti di impotenza creativa. Lo stesso libro comprende un libero adattamento dalle Confessioni di Thomas De Quincey: il mangiatore d’oppio per eccellenza, l’uomo con cui confrontare un’esperienza di vita e di scrittura, come già avvenuto con un altro suo simile, Edgar Allan Poe.

Ossessionato dalla preoccupazione di come mantenersi in quello stato di agitazione e di ebbrezza indispensabile alla creazione poetica, Baudelaire sperimenta nell’attività poetica il più alto grado di vitalità: solo in quella atmosfera di costante eccitamento e di evidenza assoluta, la vita diventa decifrabile e ricca di senso.

Ma è possibile richiamare a piacere quello stato? Lo stato di ubriachezza serve a Poe come “un mezzo mnemonico, un metodo di lavoro (…) appropriato alla sua natura appassionata. Il poeta aveva imparato a bere come un letterato accurato si esercita sui quaderni d’appunti”.

L’ebbrezza, sostiene in quel passo Baudelaire, non è per il poeta una fuga nell’oblio, ma il suo esatto contrario: uno sprofondare negli choc della memoria.

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Ma quel genere di cammino “più diretto” è però anche “il più pericoloso”. La ricerca di un metodo che gli procuri a volontà gli stati propizi all’invasione lirica spinge Baudelaire verso le droghe. Ciò che col tempo lo distaccherà da esse è forse la scoperta che le droghe non sono all’altezza del compito poiché sono dei treni ad alta velocità che lo conducono nella terra meravigliosa e terribile del sublime, sono delle montagne russe che lo portano in vetta ma poi lo catapultano nell'abisso.

Così, quando l’oppio è ancora un farmaco popolare di cui si cominciano appena a sospettare alcuni effetti collaterali e l’hashish una curiosità esotica per alcuni conoscitori, Baudelaire inventa i Paradisi Artificiali e pronuncia contro la droga una condanna complessiva perfettamente analoga a quella odierna. Definisce l’hashish “un perfetto strumento satanico”, poiché esso dà al consumatore l’impressione di essere un dio. Attenua i suoi rimorsi, trasforma l’esame di coscienza in una glorificazione di sé e ciò gli dà l’impressione che il mondo intero sia per lui un’inesauribile fonte di piacere: “Per me l’umanità ha lavorato, è stata martorizzata, immolata, per servire da alimento al mio implacabile appetito di emozioni, conoscenza, di bellezza!”, esclama il suo mangiatore di hashish.

E’ indubbio che Baudelaire condanni la droga per l’attività immaginativa che produce, poiché chi si droga scambia la realtà con la rappresentazione. Ciò nonostante stupisce la frequenza con la quale, nei Paradisi Artificiali, lo stato mentale del drogato è accostato metaforicamente al dominio della poesia. L'hashish sembra realizzare le similitudini dei "poeti panteisti" con i suoi effetti di spersonalizzazione. Con il suo rallentamento del tempo, dà l'impressione al consumatore di essere "un romanzo fantastico vivente, anziché scritto". Tuttavia, anche se l'hashish produce uno stato mentale "poetico", esso paralizza la volontà, ossia quella facoltà che potrebbe metterlo a frutto.

Attraverso una prosa priva di esaltazioni e moralismi retorici, Baudelaire continua dunque la sua missione di estrapolare il Bello dal Male. La condanna dell'uso della droga diventa elogio dell'arte e della sua grandezza: l’arte è il paradiso naturale, il sublime che rende liberi, la droga è l’illusione del sublime e, quando si dissolve in una nube di fumo, ha inizio l’inferno di essere schiavi di se stessi, soggiogati dalla propria dipendenza.

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Se Charles Baudelaire non avesse fatto uso di droga, avrebbe scritto le sue poesie? Concediamo al grande poeta francese l’eccezione di rispondere ad una domanda con un’altra domanda: “Chiamiamo baro il giocatore che ha escogitato il sistema per giocare a colpo sicuro; quale appellativo daremo all'uomo che intende acquistare, con un po' di denaro, la felicità e il genio?”

 
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