14 Aprile 2021

Pubblicato il

Filosofia

Giorgio Colli: nell’officina di un maestro

di Daniele Lorusso

Aveva nei Presocratici e in Schopenhauer e Nietzsche i suoi riferimenti filosofici incrollabili

giorgio colli
Giorgio Colli

Dopo la morte di Benedetto Croce, nel 1952, la filosofia italiana fu orfana di un padre, di una figura decisiva, di livello epocale, tra l’altro dell’ultimo grande umanista della nostra tradizione (sono tra i pochissimi a ritenere Giovanni Gentile non all’altezza di Croce, né dal punto di vista filosofico né, tantomeno, da quello politico, morale, umano).

Una prepotente originalità

In questo panorama, in cui l’Italia si apriva a molte delle istanze del pensiero europeo, perdendo così la cifra della propria originalità, la figura di Giorgio Colli, pur con premesse e tematiche assai diverse da quelle di Croce, ha mantenuto il pensiero italiano all’altezza della propria originalità.

Colli aveva nei Presocratici e in Schopenhauer e Nietzsche i suoi riferimenti filosofici incrollabili. Fu grande traduttore dell’Organon di Aristotele e della Critica della ragione pura di Kant.

Non solo ma fu, con Mazzino Montinari, l’autore di un’impresa titanica: la prima edizione storico-critica delle Opere complete di Nietzsche. Pubblicata in italiano da Adelphi e edita anche in tedesco, ha contribuito a depurare il filosofo di Zarathustra di tanti pregiudizi critici accumulatisi sul suo conto.Così lo scarno gruppo di opere di cui egli fu autore si suddivide tra queste tematiche.

“La natura ama nascondersi” (1948), “Filosofia dell’espressione” (1969), “La nascita della filosofia” (1975), “La sapienza greca” (1977-1980), sono dedicate al pensiero greco (tutti gli scritti di Colli sono editi, in italiano, da Adelphi). “Dopo Nietzsche” (1974), “La ragione errabonda” (1982, postumo), “Scritti su Nietzsche” (1980, postumo), “Per un’enciclopedia di autori classici” (1983, postumo), sono dedicati al pensiero moderno e contemporaneo, soprattutto a Nietzsche e Schopenhauer.

Un terreno da arare sempre di nuovo

Ma chi erano i Presocratici? Soltanto timidi precursori di Socrate e Platone, come ce li presenta ogni buon manuale di storia della filosofia per licei, e come aveva già fatto Aristotele? Nella cultura europea, fu il giovane Nietzsche tra i primi – autore di quel libro straordinario che fu “La nascita della tragedia” (1872) – ad accorgersi che le cose stavano in tutt’altro modo.

I Presocratici, che poi Colli definì sapienti, furono uomini straordinari, in grado di stupire la Grecia intera, per l’eccezionalità del messaggio, la profondità della parola, la radicalità delle concezioni. 

Non solo, ma come poi ben seppero Heidegger, e in Italia il nostro Severino, essi costituiscono l’unica scialuppa di salvezza, in grado di condurre il pensiero occidentale fuori di quella gabbia dorata che ha nome metafisica, e che è il portato della lezione tanto di Platone che del cristianesimo. 

I sapienti di maggior caratura furono, per Colli, Eraclito (cui è dedicato il terzo volume della “Sapienza greca”), Parmenide ed Empedocle. Ma molti altri furono personaggi di primissima grandezza: da Talete ed Anassimandro a Pitagora, ai sofisti Protagora e Gorgia, all’allievo di Parmenide Zenone di Elea, per cui Colli nutriva un’autentica venerazione.

Si pensi anche solo al rispetto e all’ammirazione che il Platone del “Teeteto” aveva per Parmenide, definendolo “venerando e terribile”. O al fatto che il giovane Nietzsche, in “La filosofia nell’epoca tragica dei Greci” – opera gemella della “Nascita della tragedia”, dedicata alla filosofia dei Presocratici e pubblicata postuma – definì Eraclito “come uomo, incredibile”.

O a una specificazione di Colli, nell’ultima sezione di “Filosofia dell’espressione”: mentre i sapienti erano detti “terribili” dagli antichi, i filosofi di oggi “sono agnelli”.

Gli ultimi lavori postumi

Dopo questo materiale relativamente scarno sul piano quantitativo, ma si è visto quanto profondo, ricco e brillante sul piano qualitativo, sono usciti altri lavori postumi, consistenti nella tesi di laurea di Colli del 1939 (“Filosofi sovrumani” e “Platone politico”) e in alcuni cicli di lezioni dedicati a “Gorgia e Parmenide”, a “Zenone di Elea” e, da ultimo, ad “Empedocle”. 

Quest’ultimo lavoro, dedicato ad Empedocle, è uscito nel 2019 per Adelphi, a cura di Federica Montevecchi, autrice di una biografia di Colli e di un lavoro monografico dedicato all’interpretazione colliana di Empedocle. Tra i grandi Presocratici forse il più insondabile, Empedocle, fu una figura vorticosa, tanto sul piano filosofico, che umano.

“Temperamento complesso” (G. Calogero), egli fu il primo a cercare di conciliare l’immutabilità dell’essere parmenideo e la concezione eraclitea del divenire, attraverso la dottrina di due forze cosmiche, Amore e Odio, che instancabilmente addensano e disgregano i quattro elementi, aria acqua fuoco e terra. Non solo, ma la personalità di Empedocle fu caratterizzata da un misticismo travolgente.

Il primo Greco a proclamarsi un dio, acclamato ad Olimpia, quando la cosa non era tanto semplice, fa notare Colli al principio del capitolo a lui dedicato di “La natura ama nascondersi”. Rese misteriosa anche la sua morte, avvenuta, recita la tradizione, per suicidio nel cratere dell’Etna. Tradizione che Colli era favorevole ad accogliere.

Cosa resta?

Cosa rimane, allora, di mondo storici come questi, in un tempo come il nostro? In cui la mente delle persone sembra non essere mai stata tanto piatta, anche grazie all’alacre attività di internet e dei social network? In cui la politica è divenuta la caricatura di sé stessa? In cui la stessa filosofia sembra avviarsi alla fine?

Certamente il senso di un’epoca in cui il pensiero e la parola possedevano un’immediatezza, un’autenticità e un’intensità vibranti. Non è poco, come si può ben comprendere. Se c’è bisogno di affidarsi ad una guida esegetica solida, per riscoprire i tesori e le perle di quel mondo antichissimo, è possibile dire che Colli incarna questa funzione critica nel miglior modo immaginabile… 

 
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