12 Aprile 2021

Pubblicato il

Foibe, la pulizia etnica di italiani a Fiume

di Redazione

Testimonianza di Nella Maghi: la sua storia e quella di 24 soldati fucilati a fine guerra dagli slavi

Ci troviamo nel quartiere Giuliano Dalmata di Roma, fatto costruire sul finire degli anni '30 per ospitare gli operai impegnati nella realizzazione dell'Esposizione Universale del '42 dalla quale poi sorgerà l'avveniristico quartiere dell'Eur.
A partire dall'immediato dopo guerra, però il villaggio giuliano-dalmata accolse migliaia di connazionali istriani, dalmati e fiumani in fuga dai loro luoghi nativi minacciati dall'occupazione slava; come ci racconta la Signora Nella Maghi originaria del Veneto (residente qui dal 1950), le condizioni poste agli italiani dal governo di Tito erano inaccettabili: “dovevi scegliere tra una slavizzazione forzata o il rientro in territori Italiani lasciando tutti i beni, abitazioni comprese, al regime jugoslavo”.

Nel parlare, l’intrepida signora di 88 anni sfiora ripetutamente con le dita il suo ciondolo, tre pietre di colore diverso: rosso, bianco e verde. Più avanti ci spiegherà di non essersene mai separata, neppure quando essere italiani poteva costare la vita.

Colloquiando con la signora Nella ripercorriamo, non con poca commozione, quelle vicende; siamo precisamente al 3 maggio 1945, all'alba Fiume è stata appena occupata dalle truppe juogoslave che entrano nella città senza incontrare troppe resistenze, i tedeschi infatti si erano ritirati qualche ora prima. La giovane Nella lavora nel bar di famiglia. Una volta requisito dai titini, inizia a prestare servizio presso il Bar Sport, il caffè più elegante della Città in piazza Regina Elena in pieno centro.
Nella ha un fratello, Andrea di 19 anni, essendo stato reclutato dall’esercito italiano entra a far parte del III battaglione "Matisone" con l'incarico di presidiare il tunnel di Sella di Monte Santo (Gorizia) per evitare che venisse fatto esplodere, lasciando isolata l'intera popolazione della zona.
Di Andrea non si hanno più notizie da qualche tempo; si sa solamente, tramite le confidenze di un assiduo frequentatore del bar, che è stato visto entrare nella caserma di Gorizia scortato da soldati slavi. L’ansia di Nella sembra placarsi: le ostilità sono cessate, suo fratello è in vita, i prigionieri di guerra presto potranno tornare in libertà.
La tranquillità purtroppo, però, svanisce: ”procurandomi di nascosto un giornale italiano, proibito dal regime slavo, appresi la notizia del rinvenimento di una fossa con 24 corpi in zona Sella di Monte Santo”; da un’accurata perizia medica sui cadaveri si apprenderà che l’esecuzione (su prigionieri legati tra loro con filo di ferro e colpiti con arma da fuoco alla nuca) era avvenuta nella giornata del 5 maggio 1945, dopo la cessazione delle ostilità.

La giovane sorella vuole vederci chiaro in questa storia: deve trovare il modo per poter superare la frontiera, giungere in Italia ed effettuare il riconoscimento dei corpi. Raggiungere Gorizia non è cosa facile in quel periodo e i cittadini non possono lasciare liberamente le zone occupate dall’esercito slavo, tanto più se la motivazione è legata al fatto che si vuole far luce su un vero e proprio crimine di guerra: l’eccidio di 24 persone a guerra finita.
La giovane Nella riesce ad ottenere il visto per l’espatrio dall’Ozna (Dipartimento di Sicurezza del Popolo, la massima autorità slava) dichiarando il falso, ovvero che suo fratello potrebbe essere stato vittima di una rappresaglia operata dagli stessi italiani; d'altra parte ammettere che i partigiani titini si fossero macchiati di un crimine di guerra non era tollerabile dalle autorità dell’epoca. Solo a questo punto Nella può giungere nell’obitorio di Gorizia e identificare i resti del fratello, attraverso un particolare della dentatura e le sue iniziali ricamate sulla biancheria.

Dei 24 corpi rinvenuti nella fossa di Sella di Montesanto non si è mai voluta far realmente chiarezza, i suoi responsabili non sono mai stati trovati. Casi di giustizia sommaria come questa nei confronti di italiani ce ne furono numerosissimi nell’immediato dopo guerra e altrettanto numerosi sono quelli che non hanno trovato posto sui libri di scuola”.

La signora Nella, venuta a conoscenza dell’iniziativa di un gruppo di studenti del vicino Liceo Aristotele volta ad intitolare la scuola alla memoria di Norma Cossetto (giovane ragazza assunta ad emblema di tutte le vittime italiane della violenza partigiana nei territori di confine) si mostra orgogliosamente commossa di fronte all’improcrastinabile desiderio di verità delle nuove generazioni e si congeda dalla nostra intervista con un invito che non può essere disatteso: “Ragazzi portate avanti l’Italia, portate avanti la Verità”.

 
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