Doppio cognome ai figli: altro che patriarcato, spaventa la Funzione Paterna

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Dal 27 aprile, per decisione della Corte Costituzionale, i nuovi nati non riceveranno più il solo cognome paterno ma quello di entrambi i genitori; una svolta storica nella cultura e nel costume del nostro paese. La legge in merito però deve ancora svolgere il suo iter fino ad essere promulgata. Tante le reazioni, esultano i democratici evocando “passi verso il superamento del patriarcato”.

mano padre e figlio

Doppio cognome: questione culturale e antropologica

Dal punto di vista politico si tratta del solito fumo dei diritti cosmetici (a danno dei veri diritti sociali quali salari, pensioni, sicurezza sul lavoro, sanità ecc) negli occhi dei cittadini.

Tuttavia ciò che è più grave è l’aspetto simbolico e antropologico che questa scelta rappresenta.
La funzione più profonda del cognome paterno, legato non arbitrariamente alla funzione paterna, è quella di rappresentare il terzo elemento, il quale riconosce attraverso il cognome, l’uscita del nascituro dalla fusione identitaria madre-figlio per presentarlo come individuo alla collettività.

Il legame tra madre e figlio è biologicamente assoluto, vincolo ontologicamente dato, occorre dunque un principio di differenziazione per permettere al nuovo nato di scoprirsi adulto, in riferimento ad un modello maschile-paterno e ad un modello femminile-materno. Il principio di diversificazione incarnato dal padre pone la dialettica necessaria alla formazione dell’identità psichica e sociale del bambino. La madre è l’indefinito e il padre ha il ruolo di rispecchiare la de-finizione del figlio: ecco il cognome. Il figlio incarna la vita biologica dalla madre, assume la vita sociale dal padre.

“La funzione paterna è ciò che rende fecondo il materno proprio attraverso il limite che separa” scrive la Società Psicanalitica italiana. E’ l’ordine nella con-fusione del viscerale materno.

Venire alla luce, entrare in società

Il padre, allora è il modo “con cui un soggetto entra a far parte di una gruppalità complessa staccandosi dall’essere puro evento biologico” (Maiocchi, 2009). Questo è ciò che il cognome rappresenta. Il nome fa venire alla luce il nascituro, il cognome lo conduce nella sua comunità umana.

Non è dunque una questione solo formale o un’arma di distrazione di massa mentre, comunque, precipitiamo se va bene nel baratro economico e se va male nell’ultimo conflitto bellico che la nostra specie potrà ricordare.

L’attribuzione automatica del doppio cognome sembra quindi una decisione coerente con il paradigma antropologico della fluidità di genere e della diluizione di qualsiasi aspetto sociale ed etico tradizionalmente riconoscibile.

Tale paradigma a parole afferma di voler includere le differenze mentre mira ad appiattire ogni diversità: in esso rientrano lo svilimento (quando non colpevolizzazione) del maschile, infiacchimento del valore della famiglia, eclissi di ogni disciplina, concezione adolescenziale e oppositivo-provocatoria verso ogni forma di autorità.

Altro che patriarcato da superare, per queste ideologie è la possibilità che esistano argini da non valicare a doversi congedare, è il valore della funzione paterna a spaventare.