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Cultura, sport, solidarietà: la giustizia italiana li spazza via

Viale di Tor di Quinto, dal deserto di 12 anni fa ai recenti sgomberi

Giustizia e legalità: un binomio imperfetto, un connubio utopico. La prima risiede nel mondo ideale, un valore irraggiungibile, un faro nel mare impetuoso della lenta traversata umana verso l’ignoto. La seconda è calata nella realtà, è il tentativo sempre imperfetto di mettere ordine nel caos degli egoismi individuali.

Dodici anni fa, in viale di Tor di Quinto, c’era un pezzo di deserto; l’ennesima eredità della politica all’italiana, dell’incuria, dell’ignoranza, dell’incompetenza. Il terreno di viale di Tor di Quinto 57b, di proprietà privata, venne individuato dall’Amministrazione cittadina come struttura ad uso dei Campionati Mondiali di Calcio del ’90. A fronte di una compensazione economica nei confronti del legittimo proprietario – dalle carte sembrerebbe la società Milano Assicurazioni poi assorbita in Unipol – il Comune si appropriò dell’area iniziando la costruzione di alcuni spogliatoi in muratura e un paio di campetti da calcetto, e usufruendo dei finanziamenti a pioggia elargiti dalle casse statali per rendere la città degna dell’evento che si apprestava ad ospitare. Poi, come spesso accade, gli eventi hanno preso una piega diversa. L’area rimase inutilizzata e abbandonata per tredici lunghi anni. Intanto, il Comune è entrato nel pieno diritto di proprietà del suolo, esercitando il cosiddetto potere ablatorio in capo alle pubbliche amministrazioni, dopo avervi costruito sopra una serie di strutture immobiliari, la cui unica utilità è stato lo spreco di denaro pubblico. Inoltre, la compensazione economica nei confronti del proprietario espropriato, sembrerebbe non essere ancora stata perfezionata definitivamente.

Mentre i burocrati erano intenti a disinteressarsi completamente dello sport italiano e della sua utilità sociale, il campo di Tor di Quinto ha iniziato a popolarsi spontaneamente di persone senza casa, piccoli gruppi di zingari, appartenenti ad etnie varie, associazioni di assistenza ai disabili, sportive, culturali: illegalmente, contrariamente a quanto la legge prevede, secondo la giustizia del momento. La stessa su cui si è poi deciso di istituire il bando di gara per l’assegnazione – legale – dell’area, con il fine di costruire un circolo sportivo privato, ad uso pubblico: paradossi del senso comune.

Le sorti di quella gara ad evidenza pubblica hanno rappresentato un’ulteriore prova dell’inettitudine e della malafede degli amministratori pubblici. Il primo aggiudicatario risultò essere una società già gestore di un noto circolo sportivo romano. Dopo ricorsi e battaglie legali a causa di presunte irregolarità, la sfangarono alla fine i terzi arrivati, un consorzio con a capofila un’anonima associazione sportiva denominata “Real Fettuccina”, seguita da una realtà di ben altra risma, ovvero l’impero incontrastato del nuoto italiano, costruito negli anni su interessi economici personalistici, conflitti di interesse, e prosperato grazie alla politica e al clientelismo all’italiana.

Nel frattempo, gli occupanti illegittimi ridanno vita a quella terra dimenticata. A spese proprie: la squadra di calcio Boreale costruisce due campi da calcio regolamentari e arruola oltre trecento ragazzini; l’Anpet e Habitat per l’Autismo iniziano progetti educativi e di assistenza per persone con disabilità intellettiva; Donatella Baglivo tira su il Ciack Village, teatro, centro di alta formazione foto e cinematografica, museo che ospita cimeli di inestimabile valore di oltre cinquant’anni di cinema italiano; Antonio detto l’Anarchico, scultore e inventore, crea opere monumentali con materiali di riciclo, offrendosi come maestro d’arte e mestieri a chiunque voglia riscoprire il gusto della creazione manuale.

In una situazione di precarietà quotidiana, il deserto di Tor di Quinto aveva ripreso a germogliare. Non sono mancati predoni di passaggio, episodi di illegalità, piccole speculazioni improvvisate, residenti turbolenti, talvolta violenza. Come in ogni comunità che si voglia umana. Ma l’eredità tangibile di tutto quello che di positivo è nato su quel terreno nella zona bene della Capitale, non si ritrova nelle carte del Consiglio di Stato che ha condannato il Comune di Roma a pagare al Real Fettuccina un assurdo risarcimento che oggi si aggira intorno ai 900 milioni di euro; né tantomeno in quell’episodio tragico che ha visto la morte di un tifoso napoletano e la vita distrutta del suo avversario giallorosso.

E’ invece da ricercarsi nei campi di calcio tirati su dalla Boreale, nel suo palmares, nei sorrisi dei suoi giovani atleti; nell’orto e nella piccola fattoria dell’Anpet; nel Ciack Village di Donatella Baglivo che in tempi di magra avrà anche ospitato qualche festa danzante per sbarcare il lunario, snaturando se stessa e la sua lunga carriera di artista, ma che con le sole forze del suo genio artistico e tanti sacrifici, ha prestato un servizio inestimabile e indelebile alla cultura italiana; anche nelle opere megalomani di Antonio l’Anarchico, un tuffo nella fantasia di mondi immaginifici, sicuramente più confortanti di quello reale.

Oggi, la legalità ha prevalso. Probabilmente anche per l’incapacità imprenditoriale dei suoi occupanti che senza risorse sono andati avanti come meglio potevano, ma soprattutto perché il destino di quell’area era scritto nella logica del profitto privatistico, che non ha mai, è bene ricordarlo, un’utilità pubblica che dir si voglia. La squadra della Boreale non ha più un campo dove i suoi ragazzi possano allenarsi e giocare le partite della domenica (leggi qui); l’Anpet non ha più un pezzo di terra dove assistere ragazzi e ragazze che rappresentano solo un peso per questa società dei grandi circoli di pochi eletti; il patrimonio del Ciack Village finirà in qualche deposito a marcire, privando le future generazioni di un pezzo importante di storia culturale italiana (leggi qui); l’Anarchico, gli sfollati, tutti gli illegali del Campo di Tor di Quinto, con la loro umanità, con i loro pregi e difetti, con tutto il loro bagaglio di stracci e pubblica utilità, non ci sono più.

La giustizia è morta, recitava il Marchese del Grillo. L’abbiamo uccisa tutti noi, a colpi d’indifferenza, inettitudine, egoismi, superficialità, ricerca spasmodica di affermazione, profitto personale. Finalmente giustizia è fatta, recita il codice italiano. Quelli del Real Fettuccina adesso potranno costruire il loro bel circolo sportivo di pubblica utilità. Sono entrati di diritto, in possesso di un’area pubblica legittimamente assegnata. Questa è la realtà. Giustizia è fatta. La legge è uguale per tutti.

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