Prima pagina » Cultura » Cultura. La poesia come dimensione del dubbio

Cultura. La poesia come dimensione del dubbio

“Si scrive per se stessi e non per gli altri.
si parla e si scrive soprattutto di se stessi”

Libro e computer

Scrittura e lettura

Ogni scritto, ogni parola, esprimono un vuoto che gli altri (il mondo nella duplice rappresentazione di persone e cose) acuiscono o si sforzano di colmare. Una volta che lo scritto sia stato portato a compimento e forse persino durante la sua stesura non appartiene più al suo autore.

Egli non può più accampare diritti di proprietà: lo scritto è oggetto estraniato e gli altri possono farne l’uso che vogliono: ridurlo a fatto di moda e di conseguenza a merce da utilizzare in un tempo limitato, elevarlo a prodotto di un genio; comunque in entrambi i casi l’autore non è più il protagonista. Altri lo sostituiscono.

Allo scrittore non rimane il compito, se ci riesce, di difendere la sua opera nei modi che crede, ma è una difesa priva di senso e di forza: si difende/si può difendere (una sorta di gelosia che richiama il diritto di proprietà) ciò che si possiede o si ritiene ancora di possedere. Il peccato originale della perdita è da ricercare nell’atto nella volontà di scrivere, cosa di cui l’autore era ben consapevole.

Nel caso specifico l’autore è stato privato di una sua costola, pertanto rimane vittima della sua stessa creatura. Nel licenziare la sua opera ha reciso il cordone ombelicale, un taglio netto con il passato (recente o lontano non importa): egli non è più ciò che era quando giocava con le parole e faceva l’acrobata con i suoi pensieri.

Da questo momento si dà avvio a una specie di processo di ribaltamento: lo scritto che aveva preso le mosse per dare espressione e voce a se stessi e uscire dall’anonimato e dall’inautenticità dell’esistenza (sebbene lo ricordiamo si scrive per se stessi – soprattutto) viene trasferito nella sfera proprietaria degli altri, facendo ritornare nel buio chi s’era proposto di uscire alla luce.  

L’autore che s’era messo in movimento “perché si desidera fare un’opera che stupisca per primi noi stessi” (Cesare Pavese, op. cit., pag. 222), si convince del paradosso, annotando che “sono insignificanti, i vecchi libri che si scrivono, insignificanti perché scritti da uno che ha cessato di esistere.

[Pertanto] Il solo libro che interessa è quello che si sta scrivendo; e quando è pubblicato e la gente comincia a leggerlo, anche quello diventa insignificante” (Aldous Huxley, Foglie secche, Mondadori, Milano, 1979, pag.24); ed “[…] è proprio degli scrittori in genere amare la loro più recente produzione, anche se a spese di una mortificazione dei precedenti, esibita con civetteria” (Evgenij Evtusenko, Introduzione a Boris Pasternak, Poesie d’amore, Newton Compton, Roma, 1990, pag.11-12).

Nonostante tutte le contraddizioni e i disagi, lo sottolineiamo “è bello scrivere perché riunisce le due gioie: parlare da solo e parlare a una folla” anonima e senza volto, indifferente alla fatica macerante dello scrittore: un’astuzia sottile della non-ragione, fa sì che spesso queste due combinazioni-dualità non si verifichino; solo la prima si attua, durante la tempesta dell’anima, la seconda resta un’illusione, un peccato inconfessato, perché “nell’inquietudine e nello sforzo di scrivere, ciò che sostiene è la certezza che nelle pagine resta qualcosa di non detto” (Cesare Pavese, op. cit., pag. 217).

Come non essere d’accordo con Pessoa che “Sapere che sarà pessima l’opera che mai si farà. Peggiore, tuttavia, sarà quella che non si farà mai” (Fernando Pessoa, Il libro dell’inquietudine, Newton Compton, Roma, 2015, pag. 19). 

La forma poesia, comunque, anche se per un solo breve istante, è strumento di altissimo valore ideologico: essa è una mia rappresentazione, vi esperimento ciò che mi interessa, ciò che io voglio che sia, la piego alla mia volontà, le parole sono sottomesse al mio arbitrio, ritorno finalmente bambino, perché voglio scoprire che cosa nasconde il giocattolo: la poesia, come la curiosità e l’intelligenza magica dei bambini, vede lontano, vede dove gli altri non vedono.

A differenza della musica, unica tra le forme artistiche, a dominare e possedere la riproducibilità all’infinito da parte del fruitore, sia come esecutore sia come semplice ascoltatore, la poesia propone una forma di riproducibilità come continuazione, dato che la caratteristica che la contraddistingue, è la “possibilità”, l’apertura al disagio, allo scandalo, in un’epoca in cui gli scandali si sono sviluppati come i virus.

La lettura, il godimento, il movimento delle parole sono la continuazione di ciò che l’autore non ha detto e io sono chiamato ai suggerimenti cui mi spinge la mia anima nella gioia e nella sofferenza. Qual è la connessione tra la poesia e lo scandalo, se la prima è costruita su una semplice combinazione arbitraria, cioè metaforica, di parole suoni e invece il secondo su una ingegneria degli affari?

Una relazione esiste ed è forte: la poesia esprime una forma nascosta che scandalizza; l’animo del poeta viene sotto i riflettori, egli è nudo allo sguardo indagatore altrui, perché mettendo allo scoperto il suo nascosto, il profondo, di cui non ne è consapevole, si prostituisce. L’essenza della poesia è l’indicibile, il suo scandalo maggiore. L’indicibile che sfugge all’omertà delle preclusioni psicanalitiche.

Essa ha il coraggio di dire ciò che non si vuole/può dire. Ognuno si trova nella propria vita, almeno una volta, tra il rischio di scrivere “qualcosa” per misurarsi subito dopo con il più assoluto silenzio, che sarebbe comunque una poesia potenziale (anche le pause, si sa, determinano la musica) e la creazione delle poesie al plurale. Il silenzio non è mai fine a se stesso, annuncia l’esplosione: la logica del vulcano è d’esser quieto prima di scuotere la terra.

La poesia è sempre la/una fuga da qualcosa, ma fuggire da qualcosa è avvicinarsi ad altro e poiché la logica del cammino, del peregrinare, avviene secondo un “eterno ritorno” il camminare dell’uomo è più che altro un andare per cerchio: dirigersi verso se stessi.

Fuggire da significa andare verso il/un luogo, la “cosa”, la persona da cui ci si era allontanati.

(Testo a cura della Dott.ssa Rosanna Mansueto e del Prof. Recchia Rocco)