Prima pagina » Cronaca » Concessioni balneari, 50 famiglie gestiscono tutto il litorale romano

Concessioni balneari, 50 famiglie gestiscono tutto il litorale romano

A fine 2023 potrebbero decadere tutte le concessioni demaniali dei servizi balneari, nel litorale romano 50 famiglie a rischio

Stabilimento balneare

A fine 2023 potrebbero decadere tutte le concessioni demaniali dei servizi balneari. Spiaggia libera per tutti? Nei 7.000 stabilimenti in Italia lavorano 60.000 dipendenti regolari, quante famiglie sono e quanti voti spostano? Nel caso del litorale romano parliamo di 50 famiglie.

Che succederà agli stabilimenti balneari delle nostre spiagge? I titolari delle autorizzazioni temono di dover perdere i proprio diritti, esercitati da anni sulle spiagge demaniali mentre c’è chi rivendica il diritto di regolamentare quelle concessioni, fin troppo di manica larga, con affitti irrisori, ripristinando il ruolo dello Stato sulla disponibilità delle spiagge italiane a favore dei cittadini.

Tutti i Governi hanno sempre rinviato le gare per le concessioni

Da anni i vari governi hanno sempre rinviato il problema. Si dovevano fissare criteri e date delle gare per le concessioni agli stabilimenti balneari.

Continuare a rinviare rischia di danneggiare proprio gli operatori balneari, perché dopo il 31 dicembre 2023 non sarà possibile nessun altro rinvio e decadranno le autorizzazioni poste in essere, come se non ci fossero mai state.

A dirlo è la sentenza dell’adunanza plenaria del Consiglio di Stato del 9 novembre 2021. Il massimo organo della giustizia amministrativa ha sbarrato la strada in via preventiva a ogni tentazione di rinvio sancendo che “eventuali proroghe legislative del termine” per la messa a gara, fissato al 31 dicembre 2023, “dovranno naturalmente considerarsi in contrasto con il diritto dell’Unione e, pertanto, immediatamente non applicabili ad opera non solo del giudice, ma di qualsiasi organo aministrativo, doverosamente legittimato a considerare, da quel momento, tamquam non esset (come se non ci fossero, ndr) le concessioni in essere”.

Il tentativo di rinviare ancora, si tradurrà solo in tempo sprecato danneggiando proprio gli operatori, perché li priva di ogni certezza sui tempi delle gare. Infatti questo rinvio, inserito nel decreto Milleproroghe, con un emendamento a prima firma della deputata di Forza Italia, Licia Ronzulli, è inapplicabile e ci farà incappare in una ulteriore multa europea.

Così noi paghiamo perché siamo già sotto procedura di infrazione in quanto non attuiamo gli obblighi che la Commissione Europea ci assegna, non riusciamo a spendere i fondi che ci vengono assegnati (vedi il caso recente di parte dei fondi del Pnrr) e a fronte di tante belle promesse, il Paese va indietro mese dopo mese.  Ma i giornali e le tv non lo dicono e la gente non se ne rende conto.

Le spiagge sono una risorsa limitata o ce ne sono a iosa da sfruttare?

La procedura d’infrazione della Commissione Europea si basa in particolare sulla cosiddetta direttiva Bolkestein, approvata nel 2006, che stabilisce che i governi degli stati membri debbano liberalizzare le concessioni demaniali, cioè aprirle a gare pubbliche a cui possano partecipare anche altri pretendenti, invece che continuare a rinnovare le concessioni già in essere.

I parlamentari della maggioranza Gian Marco Centinaio e Maurizio Gasparri, rispettivamente di Lega e Forza Italia, sostengono di poter dimostrare che la Bolkestein non sia applicabile alle spiagge italiane perché ci sono spiagge in abbondanza.

Con una proroga al dicembre 2024 si potrebbero mappare le risorse disponibili. Ma è una mossa per prendere tempo, la mappatura già c’è, dal 2021.

Se si vede la spiaggia come una risorsa sfruttabile esclusivamente economicamente e basta, allora sì: possiamo continuare a occuparle finché non finiscono”, dice Ruggiero, referente della sezione romana dell’associazione Mare Libero, ambientalista a favore della protezione delle spiagge libere.

Ruggiero spiega che circa 3mila chilometri di costa sono attualmente destinati alle concessioni balneari, ma che il resto “non è tutto balneabile”.

Ci sono molti chilometri di costa rocciosa, tra le osservazioni più banali, e se a questo si uniscono criteri ambientali per mantenere un buon equilibrio tra spiagge libere e private, “allora si vedrà che le risorse non sono scarse, ma scarsissime”.

Se le spiagge italiane tornano libere mi pare una casualità positiva

Se succederà sarà stato per incapacità di governare di questo Governo. Ma se non altro ne trarranno vantaggio i cittadini.

Su Il fatto quotidiano del 17 febbraio 2023, la giornalista Chiara Brusini ha spiegato chiaramente che “L’autorità a cui fa capo la concessione, cioè il Comune, è chiamata a non dare seguito a questa nuova proroga” della Ronzulli, come conferma anche il sindaco di Lecce Carlo Salvemini, che nel 2020 ha fatto infuriare i titolari degli stabilimenti della zona rifiutando di concedere il prolungamento delle concessioni al 2033, previsto dalla manovra 2019: è dal suo ricorso che è nasce il pronunciamento del Consiglio di Stato, tutto a suo favore.  

Se decadranno le concessioni i gestori dei bagni perderanno anche l’indennizzo per la perdita dell’ammortamento degli investimenti realizzati.

Quali investimenti, viene da chiedere? Sulle spiagge vedete investimenti che non siano baracche di legno, capanne, ripostigli e ombrelloni?

Tutto quello che un gestore può avere realizzato (provvisoriamente) su una spiaggia in concessione aveva un senso per la sua attività. Dunque se la spiaggia torna libera che se ne fa lo Stato degli investimenti in baracche, conduttore idriche, fognarie, ripostigli e così via? Niente. La spiaggia va sgomberata e riportata allo statu quo ante. Esiste già una mappatura delle concessioni, presso il Portale del Mare, sistema informativo demanio gestito dal Ministero delle Infrastrutture.

Quindi si potrebbe procedere già ad una redistribuzione più equa delle spiagge tra pubblico e privato. Ci sono litorali dove il privato ha in gestione il 90% della costa balneabile. Vi pare logico? Che gli Italiani per andare al loro mare debbano pagare un gestore privato? Certo la premier Meloni aveva fatto trapelare delle promesse alla lobby dei balneari. Come si mette ora se sarà spiaggia libera per tutti, per l’inerzia del Governo?

Balneari in numeri: 15.000 concessioni, 6.592 stabilenti, 60.000 dipendenti

In Italia le concessioni demaniali per “uso turistico e ricreativo”, cioè quelle degli stabilimenti balneari, sono 15.414. Il numero degli stabilimenti balneari italiani è però 6.592. Molti di essi occupano lo spazio di due o più concessioni demaniali. Negli stabilimenti, spesso a gestione familiare, lavorano circa 60mila persone (almeno quelle regolari).

Quanti voti sono? Moltiplicate 60.000 x 4 o 5 almeno e lo capirete.

Negli anni molti si sono chiesti se un bacino potenziale di alcune decine di migliaia di voti possa davvero essere così influente da aver convinto tutti i governi che si sono succeduti a continuare a garantire un privilegio che è invece considerato molto ingiusto da milioni di altre persone. Su questo ci sono opinioni diverse.

Stefano Patuanelli, senatore del Movimento 5 Stelle, tra quelli che si occupano da più tempo della questione, sostiene che quelle decine di migliaia di voti siano importanti eccome, per le forze politiche: “Per ogni stabilimento c’è almeno una famiglia a gestirlo, più i dipendenti e molti di quelli che usufruiscono dei servizi. Sono anche molto compatti, quindi di voti ne spostano”.

Paghiamo le tasse, si deve pagare per andare al mare?

In un articolo pubblicato il 3 marzo 2023 su ilpost.it da Riccardo Congiu, sostiene che queste concessioni dovrebbero venire assegnate attraverso gare pubbliche con criteri trasparenti. Si tratta di sfruttare un bene pubblico (la spiaggia) a vantaggio di chi può pagare.

Ma il cittadino già paga le tasse, cos’altro deve pagare per andare al mare? Il servizio dello stabilimento. Ok. Ma allora facciamo che un 50% delle spiagge restino libere da stabilimenti e che l’altro 50% sia dato in concessione ma non per due lire, e agli amici degli amici.

Ma la politica non ci sente quando deve scontentare una lobby che sposta molti voti. Così è per i tassisti, i camionisti, i balneari. Visto che i governi da noi sono di passaggio, il rinvio è la formula che funziona per lasciare tutto come sta e passare la patata bollente nelle mani di altri.

Ora la Meloni rischia di restare a lungo su quella poltrona e i nodi sono al pettine con la sentenza del Consiglio di Stato. Nel 2020 la Commissione Europea aveva già avviato un procedimento di infrazione contro l’Italia perché non si era ancora intervenuti sulle concessioni, nel 2021 il Consiglio di Stato ha imposto che le concessioni balneari scadranno il 31 dicembre 2023.

Rinnovare la proroga di un anno come ha tentato di fare il Governo non ha nessun valore. Non si può.

Il litorale romano di Ostia: non c’è quasi spiaggia libera

Danilo Ruggiero, di Mare libero, parla degli stabilimenti balneari del litorale romano: “A Ostia c’è un’economia che gira intorno a queste imprese: laddove c’è un forte potere economico, questo condiziona le scelte politiche locali”, dice.

Le concessioni balneari infatti, anche se rientrano nel demanio dello Stato, sono state affidate in delega alle regioni, che a loro volta le hanno delegate ai comuni, che sono quindi responsabili dei bandi e delle assegnazioni. “Nei comuni ci sono connessioni fra politica ed economia fortissime”, dice Ruggiero, sia dal punto di vista del bacino dei voti che dei rapporti personali.

Paolo Ferrara, consigliere comunale a Roma del Movimento 5 Stelle che ha seguito a lungo la questione delle concessioni a Ostia, dice: “Il litorale a Roma ha 71 concessioni, riconducibili a circa 50 famiglie: c’è un potentato economico che ha un’utenza di 5,7 milioni di persone della città metropolitana”. Mi pare un po’ esagerato, la cifra corrisponde alla stessa popolazione della Regione.

Che tutto il Lazio dipenda da Ostia non è credibile ma certamente un potentato c’è. Ferrara infine sostiene che per verificare l’inconsistenza della tesi secondo cui ci sarebbe un’abbondanza di spiagge, basterebbe andare sul viale del mare di Ostia: una barriera quasi senza soluzione di continuità eretta dagli stabilimenti balneari ti impedisce di vedere il mare.

La Ministra del Turismo e la necessità di non avere quote di imprese turistiche

Per concludere veniamo alla vicenda della Ministra del Turismo Daniela Santanché, proprietaria delle quote di uno stabilimento balneare: il Twiga di Forte dei Marmi. In quanto Ministra del Turismo e proprietaria di un’impresa turistica, si poneva il problema di quando si sarebbe dovuta occupare delle regole di assegnazione delle autorizzazioni demaniali: che garanzie di autonomia e di imparzialità avrebbe dato?

Sono problemi di etica, di forma, non c’era nessun reato in essere, questo era chiaro. Problemi di eleganza e opportunità. Sei un Ministro? Non devi suscitare il benché minimo sospetto di poter fare i tuoi interessi. Ma nel Paese in cui perfino i Presidenti del Consiglio hanno avuto enormi conflitti d’interessi, nascosti con formulette infantili, non ci poteva stupire più di tanto. Poi non ci lamentiamo se la gente non va a votare, perché ha perso fiducia nelle istituzioni.

Nel caso della Santanché si trattava di un evidente conflitto d’interesse, come ce ne sono tanti da noi. In paesi tipo Germania o Inghilterra, uno non viene neanche nominato ministro e se succede che il conflitto sorga mentre è in carica, si dimette spontaneamente. 

La Ministra Daniela Santanché ha saggiamente giocato d’anticipo e prima di essere eletta, ha annunciato, mesi fa, di aver venduto le quote del Twiga, di cui era proprietaria con Flavio Briatore.

A chi le ha vendute? Non ha voluto rivelarlo al giornalista de La Stampa che glielo chiedeva. E le deleghe per i balneari sono state spostate al Ministero per la protezione civile e le politiche del mare dell’Italia, quello di Nello Musumeci, per tagliare la testa al toro. A riprova che si erano resi conto che non poteva andare liscia.

Lo spezzatino delle quote non riesce a nascondere tutto

Sul sito open.online si trova specificato com’è avvenuto il passaggio di quote. È una istruttiva lezione di come si aggirino i problemi invece di risolverli, dove si cambia solo la facciata delle cose ma il risultato non cambia.

Un legale rappresentante della Immobiliare Dani s.r.l., Mario Cambiaggio ha ceduto alla Thor s.r.l. e alla Modi s.r.l. rispettivamente il 3,75% e il 7,275% di quote del Twiga in loro possesso. Per 487.500 e 945.800 euro.

Quindi Santanchè ha venduto l’intera partecipazione, pari all’11,025% del capitale della Twiga s.r.l. con sede a Forte dei Marmi. Incassando in totale 1 milione e 433 mila 300 euro. La controparte era il legale rappresentante delle due società, ovvero, guarda caso, Dimitri Kunz d’Asburgo Lorena, nato a San Marino il 22 aprile del 1969. Casualmente l’attuale compagno di Daniela Santanchè. Il tutto è stato certificato in data 18 novembre 2022 dalla notaia Paola Casali di Milano. A seguito della cessione delle quote di Santanchè alle società del suo fidanzato, quindi, l’azionariato di Twiga s.r.l. è composto da:

Majestas Sarl, proprietaria di una quota del 56,925% del capitale;

Thor s.r.l., titolare della nuda proprietà di una quota pari al 22,05% del capitale;

Thor s.r.l., titolare di una quota del 3,75% del capitale (quella appena venduta da Immobiliare Dani);

Modi s.r.l., proprietaria adesso del 7,275% del capitale (sempre dopo la vendita di Santanchè);

Bruno Thierry Sebastien Michel, che possiede il 10% del totale.

La Majestas Sarl è naturalmente la società lussemburghese di Briatore e Francesco Costa che detiene le sue partecipazioni nel Twiga così come del Billionaire di Porto Cervo, di Crazy Pizza e di una dozzina di altre società tra Italia, Montecarlo ed Emirati Arabi. E che ha anche acquistato in precedenza l’altro 11,025% del capitale che era in capo a Immobiliare Dani (che fino alla fine di ottobre ne possedeva il 22,05%). Sia la Thor che la Modi appartengono a Dimitri e al fratello gemello Soldano. Insomma, Santanchè ha sì venduto le sue quote del Twiga ma, per ora, sono rimaste in famiglia.

Certamente Giorgia Meloni lo sa ma come si dice dalle sue parti, chissene…