15 Maggio 2021

Pubblicato il

Con incredibile naturalezza contro il dramma. Manuel Bortuzzo si racconta

di Federico Zamboni

Esce oggi il libro dello sfortunato, ma ammirevole, nuotatore triestino. Ferito nel febbraio scorso “per errore” e paralizzato alle gambe. Forse, però, con una chance di recupero

Una pausa, perché no?

Una pausa dalle vicende della politica, con le loro miserie. E dell’economia, con le loro iniquità. E della cronaca nera, che da un lato fanno scattare la scintilla della curiosità istintiva e dall’altro lasciano dietro di sé un alone di disgusto. Gente che ammazza per futili motivi. Violenze vigliacche. La feccia che sale alla ribalta.

Stamattina, invece, lasciamo tutto questo da parte e ci dedichiamo a una bellissima storia. Non ancora con il lieto fine – che chissà se un giorno arriverà davvero, anche se non si può non augurarselo di cuore – ma già piena di elementi positivi e straordinari. A modo loro confortanti, nonostante il dramma. Anzi: tanto più confortanti, riguardo a ciò che di buono si annida nella natura umana, proprio perché legati a un dramma. Che avrebbe schiantato tantissime altre persone e che invece, in questo caso, è stato affrontato nella maniera migliore: è successo quello che è successo. Ne prendo atto. Reagisco. Mi do da fare per non esserne sommerso, affogato, sconfitto.

Lui – lo sapete – si chiama Manuel Bortuzzo. Un giovane nuotatore che si stava preparando per le Olimpiadi del prossimo anno e che invece, la sera del 2 febbraio scorso, è stato ferito da due criminali di mezza tacca ma dalla pistola facile. Poco prima erano stati angariati da altri delinquenti della loro stessa risma e adesso erano in cerca di vendetta. Si sono muniti di una pistola e messi in caccia. Hanno visto Manuel, che era lì per i fatti suoi insieme alla fidanzata, e da lontano gli è sembrato che si trattasse di uno dei rivali.

Avvicinarsi? Controllare?

Figurati.

Dal sellino della moto uno dei due ha sparato. Un colpo ha raggiunto Manuel alla schiena e ha danneggiato la colonna vertebrale. Il midollo osseo. La linea di trasmissione degli impulsi cerebrali.

I due sono scappati.

Manuel è stato portato in ospedale.

I due sono stati arrestati.

Manuel ha appreso la drammatica verità: la lesione gli aveva paralizzato le gambe.

“Sono tornato, amica Acqua”

Che fosse di una tempra speciale lo si era visto subito. Nello sguardo che è rimasto limpido. Nella naturalezza – al limite dell’incredibile – con cui ha registrato quel cambiamento sconvolgente e lo ha ricondotto negli argini del suo consueto dinamismo, da atleta che è abituato a non risparmiarsi e a martellare ogni singola difficoltà nel tentativo di rimuoverla: le gambe sono paralizzate, il mio spirito è forte. Il mio corpo è cambiato, io sono rimasto lo stesso.

Non era solo una reazione istintiva, orgogliosa ma transitoria.

Era – è – una condizione interiore, benedetta e per nulla casuale. Una solidità che si costruisce nel tempo. Probabilmente a partire da fondamenta innate, e dalla fortuna di una famiglia amorevole e anch’essa forte, ma il resto bisogna guadagnarselo da sé. E affinarlo, e riconfermarlo, giorno per giorno.

Manuel è tornato in piscina. Dalla sua amica acqua. Che a differenza dell’aria, così impalpabile e inconsistente, è in grado di sostenerlo quasi come prima.

“Bentornato, tutto bene?”

“Non proprio, ma diciamo di sì.”  

Dal ferimento sono passati nove mesi. E oggi – proprio oggi, il 5 novembre – esce il suo libro. Che si intitola “Rinascere. L’anno in cui ho ricominciato a vincere”. E che durante la presentazione televisiva da Fabio Fazio ha dato modo a Manuel di rendere pubblica una notizia che finora aveva preferito non diffondere: la lesione midollare non è completa, come era apparso inizialmente, e questo dischiude la possibilità di un recupero. «Mi ero dato 10 anni per tornare a camminare», dice lui. Volesse il Cielo che ci riesca davvero. E che ce ne vogliano molti di meno.

Quanto al volume, una toccante agenzia dell’Ansa (ehi, c’è una bella penna e un bell’animo, nell’anonimo estensore) lo presenta così: “racconta ciò che di Manuel non sappiamo: la sofferenza, lo sconforto, la rabbia dopo ‘quella notte’, e più ogni altra cosa la forza che ha dovuto trovare dentro di sé, quello che ha imparato da questa vicenda, la determinazione dello sportivo e del ragazzo speciale che ha dimostrato di essere. Sono 176 pagine di dolore e di gioia incontenibile”.

Voi non so. Ma io sono impaziente di leggerle.

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