14 Aprile 2021

Pubblicato il

Chiesa e politica: la rivoluzione silenziosa di Papa Francesco

di Redazione

Fin dai primi mesi di pontificato Papa Bergoglio ha imboccato con energia nuove vie, un percorso tutto da scoprire

A un anno dall’elezione di Papa Francesco pochissimi osservatori si sono sinora soffermati con cognizione di causa sul fatto che l’impatto nell’immaginario dei suoi gesti e delle sue parole ha operato una rivoluzione, silenziosa ma profonda, nella percezione pubblica di tutta una serie di dinamiche relative alla sfera politica. Dalla tradizionale collocazione di ciò che viene pensato come di sinistra o di destra al ruolo pubblico della Chiesa cattolica, dagli automatismi di orientamento geopolitico al giudizio sulla globalizzazione e i processi economici internazionali sino alla visione di una Chiesa e di un Occidente in difensiva contro una presunta deriva relativista del mondo.

Fin dai primi mesi di pontificato, infatti, papa Bergoglio ha imboccato con energia nuove vie, seguendo una road map e un percorso ancora tutti da scoprire nelle loro implicazioni. Ma che certo si affrancano dalla fraseologia e dagli armamentari concettuali partoriti almeno per trent’anni intorno alla categoria della «rilevanza pubblica» della Chiesa cattolica, quelli su cui ancora si attarda il pensiero dominante in diversi episcopati nazionali oltre che in molti circoli intellettuali e in molti think tank delle élite occidentali.

Intanto, emerge nelle parole e nei gesti di Francesco l’autoemancipazione da ogni pretesa di guidare i processi storici e politici: «La Chiesa non si occuperà di politica… Non mi sono rivolto soltanto ai cattolici ma a tutti gli uomini di buona volontà… Le istituzioni politiche sono laiche per definizione e operano in sfere indipendenti…». Una consapevolezza, questa di Bergoglio, che sprigiona una libertà e una flessibilità inediti nel discernimento dei fatti e delle dinamiche geopolitiche ed economiche, agile quindi nel dribblare le tradizionali logiche di schieramento e le trappole degli scontri di civiltà. Nelle parole pronunciate all’Angelus dell’8 settembre 2013 sul traffico d’armi che alimenta le guerre (con verosimile allusione al conflitto siriano) o in quelle rivolte ai lavoratori e ai disoccupati di Cagliari sul «sistema economico idolatrico» che insegue l’idolo del denaro autogenerato e non ha remore nel trasformare in disoccupati milioni di lavoratori, riecheggiano nient’altro che le luminose intuizioni dei padri cristiani dei primi secoli.

Un cristianesimo senza alcuna mediazione mondana e senza sovrastrutture ideologiche. Riecheggia, semmai, la lezione di Sant’Agostino, che nella Città di Dio ammirava le virtù pagane che hanno reso grande Roma, ed esaltava la pace come bene prezioso anche per la Città celeste.
Nel suo cammino nel mondo, insomma, con Papa Francesco la Chiesa procede senza zavorre e senza armature, liberandosi definitivamente dalla strategia dell’attenzione che l’aveva circuita e affiancata nell’ultimo quindicennio a opera degli ambienti che potremmo riassumere dietro le etichette di teo-con e atei-devoti e che si giustificava, in parte, con l’assunzione da parte di alcuni ambienti ecclesiastici di una visione della Chiesa battagliera sul palcoscenico della politica. Quanto d’un tratto siamo lontani, in poco tempo, da dieci e più anni di dibattito sui “valori non negoziabili”, sull’offensiva contro il relativismo, sulla “difesa” della cittadella cristiana. Anche quando dice che «un buon cattolico si immischia in politica» il Papa aggiunge infatti che il servizio più grande che un cristiano ha da offrire «ai governanti» è la preghiera. Quello che scompare è infatti l’orizzonte del cristianesimo pensato e vissuto come una “cultura” come le altre, da difendere e affermare…

Su un altro versante, non molti analisti si sono soffermati come meritava su un’affermazione di Papa Bergoglio espressa nel corso della sua lunga intervista concessa a padre Antonio Spadaro su Civiltà Cattolica. «Non sono mai stato di destra», ha riconosciuto Francesco, contravvenendo a una vecchia e tacita convenzione secondo cui i pontefici della Chiesa cattolica dovrebbero sottrarsi a questioni che riguardano le umane, troppo umane, collocazioni politico-ideologiche. E a nostro avviso si tratta in realtà di un’ammissione che, se interpretata e tematizzata correttamente, consentirebbe di aiutarci a percepire in tutte le sue valenze l’impatto del nuovo pontificato sull’immaginario complessivo della politica. Lo consentirebbe proprio perché proviene da una figura che, stando alle letture convenzionali e alla più immediata vulgata mediatica, tradizionalmente avrebbe quantomeno dovuto sfuggire e non prendere posizione di fronte alla morsa della categorizzazione destra/sinistra.

Inoltre è una osservazione che spiazza e porta “oltre”, non funziona con la banale logica alternativa – non di destra, quindi di sinistra – ma spinge a sparigliare la percezione della realtà come universo a due campi, o di qua o di là. D’altronde, è anche per la sua storia pastorale e personale, che oltretutto è legata a temi indiscutibili come la difesa della famiglia e della vita sin dal concepimento e a definite matrici politico-culturali proveniente dal suo milieu, che Jorge Mario Bergoglio è arrivato a determinare  una vera e propria rivoluzione nei riflessi condizionati e negli schematismi politico-culturali otto-novecenteschi. Ha annotato, non a caso, a caldo Vittorio Messori, subito dopo la sua elezione al soglio di Pietro e le sue prime esternazioni: «Molti nella Chiesa erano perplessi per uno stile in cui sembrava di avvertire qualcosa di populista, di sudamericano che in gioventù non fu insensibile al carisma di Peròn…».

Contesto e milieu “peronista” che tornava nelle stesse parole del Papa riportate nell’intervista a Civiltà cattolica, laddove Bergoglio dovendo citare i “suoi autori” di riferimento parlava “ovviamente” di Dante, di Borges, ma anche del “peronista” Leopoldo Marechal, l’autore di Adán Buenosayres… D’altronde l’argentino Carlos Gabetta, politologo e studioso del peronismo, interpellato sul tema ha dovuto ammetterlo: «L’immagine di semplicità popolare del Papa è autentica, così come autentica è la cultura peronista che rivelano i suoi gesti». Aggiunge Francisco Mele, successore di Bergoglio al Collegio universitario del Salvador di Buenos Aires: «Questo Papa rappresenta la voce dell’America Latina, non è solo un patriota argentino, forse un peronista. Come ama dire lui stesso, egli parla per tutti i popoli…».

D’altronde, il giovane gesuita Bergoglio fu molto vicino all’esperienza dei cura villeros, i religiosi che scelsero le favelas argentine per testimoniare che Cristo stava coi poveri. E che si coinvolsero con piglio generoso nelle lotte popolari degli anni Sessanta e Settanta. Da vescovo, il futuro Papa Francesco, istituì tante nuove parrocchie nei quartieri operai di Buenos Aires e manifestò concretamente l’opzione preferenziale per i poveri. Come ha raccontato il giornalista e vaticanista Gianni Valente (in Francesco. Un Papa dalla fine del mondo, EMI, Bologna 2013), negli anni Settanta «i cura villeros si misero a costruire cappelle dai nomi inequivocabili (Santa Maria Madre del Pueblo a Bajo Flores, Cristo Obrero a Villa de Retiro, Cristo Libertador a Villa 30) dove celebrare battesimi, matrimoni e funerali, recitare rosari, organizzare processioni, nello stesso momento  in cui ogni giorno lavoravano per sostenere le istanze materiali e politico-sociali dei vollero: commissioni per l’acqua, per le fogne e l’elettricità, per far arrivare anche alle villas un minimo di assistenza sanitaria, resistenza organizzata ai piani di demolizione periodicamente messi in campo dai diversi regimi militari, cooperative edili, mense popolari…».  

Alcuni di questi preti, molto amici di Bergoglio, non nascondevano il proprio esplicito schieramento politico con la sinistra peronista: nel 1972, sull’aereo che riportava Peròn in Argentina per il suo ultimo, effimero ritorno al potere, c’era anche padre Jorge Vernazza, uno dei pionieri dei cura villeros e amico di Bergoglio, insieme a Carlos Mugica, il sacerdote martire di Villa de Retiro, freddato dai proiettili dei paramilitari l’11 maggio 1974, mentre tornava a casa dopo aver celebrato messa. Ma, come annota Valente, l’immanenza di questo clero alla vita reale dei poveri e, in particolare delle villas, li esponeva sin d’allora a incomprensioni di segno opposto: «C’era chi li considerava sovversivi in tonaca, preti contaminati dalla propaganda marxista; sull’altro fronte, anche gli intellettuali della sinistra progressista esterofila, compresi quelli di matrice ecclesiale, non trattenevano il loro illuminato disprezzo verso villeros così presi dai bisogni primari da non trovare il tempo per l’insurrezione politica, e verso i loro curati ancora trattenuti da rosari e Madonne, messe e confessioni…».

Come interpretare d’altronde il passo della già citata intervista a padre Spadaro su Civiltà Cattolica in cui Bergoglio riconosce la sua costante difficoltà di fronte ai tentativi di catalogazione del suo apostolato nel senso delle vecchie categorie ideologiche? «Il mio modo rapido di prendere decisioni mi aveva portato – riconosce – ad avere seri problemi e ad essere accusato di essere ultraconservatore. Ho vissuto un tempo di grande crisi interiore quando ero a Cordova… perché non sono mai stato di destra. Alla fine la gente si stanca dell’autoritarismo…». Un passo in cui è evidente la connessione imprescindibile dell’etichetta di destra a dimensioni come l’autoritarismo e il conservatorismo che, piaccia o meno, venono automaticamente connesse a quella specifica categorizzazione spaziale.

Connessione che, tanto per dire, è automatica anche per una certa ossessione unilaterale per le cosiddette “questioni etiche” o sensibili. Dalla quale ossessione, ancora, Papa Bergoglio aveva e ha sempre preso le distanze spiegando la necessità di anteporre la “buona novella” evangelica a qualsiasi professione di fede moralista tutta giocata sui valori: «Non possiamo insistere solo sulle questioni legate ad aborto, matrimonio omosessuale e uso dei metodi contraccettivi. Ma questo mio non insistere mi è stato rimproverato…». D’altronde, anche da primate della Chiesa argentina Bergoglio si era sempre tenuto lontano dai toni da crociata di chi fa la difesa dei valori non negoziabili e dei temi di morale sessuale l’orizzonte esclusivo del magistero ecclesiale.                                                                                 

Tutto questo si è reso esplicito martedì 26 novembre 2013, quando Papa Francesco ha reso pubblica la sua prima esortazione apostolica, intitolata Evangelii Gaudium (“La Gioia del Vangelo”). In particolare Papa Francesco affronta alcune questioni di carattere dottrinale e indica alcune «vie per il cammino della Chiesa nei prossimi anni»: tra le altre cose, allude a «una conversione del papato» sulla via di una «salutare decentralizzazione» e dice che la chiesa deve dialogare con le altre religioni («condizione necessaria per la pace nel mondo») e – anche – con i non credenti. Il testo affronta poi anche questioni che hanno direttamente a che fare con la sfera politica e l’economia. Esplicitando una serie di posizioni che sono state etichettate come “anticapitaliste” in realtà solo perché definiscono il superamento da parte della Chiesa cattolica dalle posizioni storicamente anticomuniste assunte nel Novecento.

Infine, ci sono diversi passaggi che, a sorpresa, affrontano questioni legate alle donne, ai loro diritti e anche all’aborto. «La Chiesa riconosce l’indispensabile apporto della donna nella società», scrive Papa Francesco, ma «c’è ancora bisogno di allargare gli spazi per una presenza femminile più incisiva nella Chiesa». Deve essere garantita la presenza delle donne «nei diversi luoghi dove vengono prese le decisioni importanti, tanto nella Chiesa come nelle strutture sociali». Sull’aborto, poi, Papa Francesco spiega che oggi si pretende di «negare dignità umana promuovendo legislazioni» ai «bambini nascituri» e che la chiesa, su questo, non cambierà la propria posizione («Voglio essere del tutto onesto al riguardo. Questo non è un argomento soggetto a presunte riforme o a “modernizzazioni”»).

Però, sottolinea, «è anche vero che abbiamo fatto poco per accompagnare adeguatamente le donne che si trovano in situazioni molto dure, dove l’aborto si presenta loro come una rapida soluzione alle loro profonde angustie». Se a questo si aggiungono le parole del Papa sui separati e i divorziati, versoi quali – ha più volte sottolineato Francesco – l’atteggiamento misericordioso della Chiesa, non può che essere di apertura, il quadro è abbastanza chiaro.

L’ultima rivoluzione di Bergoglio riguarda, infine, l’orizzonte geopolitico. Le convulsioni e le tragedie della storia – dai migranti e i profughi affogati nel Mediterraneo alla strage di lavoratori morti nel crollo del Rana Plaza, in Bangladesh – non sono mai state ignorate dal magistero giorno per giorno del Papa che si è definito «quasi alla fine del mondo». Ma nei giorni che hanno preceduto e seguito la grande veglia di preghiera e digiuno per la pace, sabato 7 settembre 2013, la “scossa” trasmessa dal nuovo vescovo di Roma si è avvertita forte. Se si ripercorre infatti la sequenza dei gesti, dei temi e delle parole di papa Francesco davanti alla tragedia siriana e alla prospettiva di un intervento militare a guida statunitense, appare evidente che in quel frangente Bergoglio ha innescato processi inattesi e prefigurato scenari inediti. Sabato 7 settembre, in Piazza San Pietro, è storica la veglia di digiuno e preghiera per la pace, a cui si uniscono a Roma e in tutto il mondo credenti di tutte le religioni (ma anche di nessuna religione): dal gran muftì di Damasco Ahmad Badreddin Hassousi a Emma Bonino, dai musulmani di Nahdlatul Ulama in Indonesia a quelli coinvolti nel movimento interreligioso Silsilah, nell’isola filippina di Mindanao. Qualche giorno dopo, quando la Russia di Putin e gli Stati Uniti di Obama si mettono d’accordo sulla proposta di distruggere le armi chimiche siriane con il consenso del regime di al-Asad, il patriarca di Gerusalemme dei latini definisce la svolta diplomatica come un «miracolo» avvenuto dopo le preghiere volute da Bergoglio.

Intanto, se il punto prospettico da cui la Chiesa guarda alle vicende del Medio Oriente non può che essere quello delle comunità cristiane disseminate nei paesi arabi, il papa argentino non offre appigli ai circoli occidentali che strumentalizzano le disgrazie e le persecuzioni dei cristiani d’Oriente per fomentare sentimenti islamofobici. Ricordiamolo: Bergoglio saluta da Lampedusa i «fratelli musulmani»  che stanno per iniziare il Ramadan. Firma di suo pugno  il messaggio di auguri per la fine del mese di digiuno islamico, rivolgendosi ai musulmani anche all’Angelus dell’11 agosto.

In papa Francesco, insomma, non trovano sponde utili le teorizzazioni di chi negli anni passati voleva arruolare anche la Chiesa cattolica nel proprio sentimento di superiorità rispetto al mondo islamico e nella presunzione “pedagogica” di insegnare all’Islam i percorsi verso la democrazia e la modernità. Un altro tassello, dalle grandi conseguenze, del cambiamento di percezione che Bergoglio ha impresso nella sensibilità pubblica.

 
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