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Bisogna saper perdere. Non siamo abituati ai no, alle bocciature, a essere lasciati, a lasciare

Si scambia l’Amore con il possesso e la gelosia con un sentimento positivo. Niente di più sbagliato. Ma chi lo insegnerà a genitori e figli?

Donna con smartphone in mano

Lo cantavano i Rokes negli anni ‘60, e torna come insegnamento necessario per la vita. I femminicidi ci parlano di una società malata. I ragazzi non sono abituati ai No, alle bocciature, ad essere lasciati, a lasciare. Si scambia l’Amore con il possesso, la gelosia con un sentimento positivo. Niente di più sbagliato. Ma chi insegnerà il rispetto, la tolleranza e l’Amore ai genitori e ai figli?

Si può perdere senza essere sconfitti

In occasione dei funerali di Giulia Cecchettin a Padova, alla trasmissione l’Aria che tira, su la7, sempre più servizio pubblico, ora rivendicato anche dal patron Urbano Cairo, il professore Paolo Crepet, psicoterapeuta, ha ribadito ciò che va gridando da anni a platee di genitori. I ragazzi debbono imparare che si può perdere. Devono subire dei No, che li metteranno di fronte al principio di realtà. Al fatto che non si può sempre avere tutto facile nella vita.

Che esistono anche ostacoli che vanno affrontati. Un 4 in matematica, una bocciatura, un No bello tondo alla motocicletta, alla vacanza della minorenne con il fidanzatino, alla discoteca fino alle cinque del mattino, col padre in fila, assieme gli altri padri, insonnolito, a recuperare la figlia prima che sorga l’alba. Affinché qualche compagno di scuola non si senta in diritto di somministrarle cose che le faranno perdere i sensi e trascinarla in un appartamento per farle violenza, con altri “compagni di scuola” e poi fotografarla col cellulare, come arma di ricatto se li denuncia.

Era un bravo ragazzo, non avrebbe fatto male a un a mosca

Questa è la situazione dei nostri figli. Sono ancora bambini ma fanno cose da grandi, per cui pagheranno tutta la vita. Brevissima in molti casi, purtroppo. Poi gli stessi padri e madri che tanto amore pensano di aver elargito ai propri figli for ever child (per sempre bambini), piangono affranti davanti alle telecamere e alle interviste, giudicandosi innocenti, assolvendosi da ogni minima colpa. “Era un bravo ragazzo. Dormiva con l’orsacchiotto di peluche…” E non ti sei preoccupato? Lo dici pure? Senza renderti conto che avevi a che fare con un uomo, con la testa e i sentimenti di un adolescente? Nessuno insegna ad amare, non è vero che è un sentimento naturale. È cultura. Si apprende. Come a leggere e scrivere, come a fare i conti.

La passione istintuale è naturale. Ti piace una cosa e la prendi. L’immagine del fiore è lampante. Quando dici ti voglio bene, strappi il fiore e lo prendi per te. Quando dici ti amo, il fiore lo lasci dov’è e lo annaffi perché cresca più bello e rigoglioso. Qui c’è tutta la differenza tra un TI VOGLIO e un TI AMO, tra un SEI MIA e un SEI TU: ti amo per quello che sei, libera e con una vita da vivere davanti. Ma è difficile capire che amare significa lasciare l’altro libero. Si pensa che se non si è gelosi non si ama. Assurdo. La gelosia è la base del possesso. La sua massima espressione.

Io stesso ci ho meso anni per capirlo. Non è una cosa facile da assimilare. Ci si deve lavorare sopra molto e con sofferenza. Sei mia e non devi uscire con altri e neanche con le amiche. Vale anche al contrario: sei mio e non devi parlare con le altre donne! Oppure sei mia e non ti devi vestire con gonne corte e camicette trasparenti. Sei mia e non devi studiare. Devi stare a casa a guardare i nostri figli, a occuparti della casa. Vannacci docet! Meno male che ha scritto quell’orribile libro, così ci rende il lavoro più facile se vogliamo individuare il peggio del maschilismo nella nostra società.

Il Patriarcato dov’è? Siamo tutte donne in famiglia. Da noi comanda mia madre!

Poi dicono che non c’è il patriarcato! Idioti! Non mi piace offendere ma quando ci vuole… in questo caso è più una costatazione che un’offesa. Non voglio usare termini come “capre” o “somari” o peggio “bestie”, giacché li usa Vittorio Sgarbi, personaggio che disprezzo moltissimo, per le sue incoerenze e furbizie da componente della casta e poi perché penso che le capre e gli asini siano animali molto intelligenti, come dimostra l’etologia e come dovremmo imparare tutti a capire. Studiate di più. Non siate capre alla Sgarbi!

Chi sono coloro che sostengono di non far parte del patriarcato? Gente come Giuseppe Cruciani, quello de La zanzara su Radio 24Ore, uno che ha sdoganato le offese e le menzogne in radio, facendo un programma osceno e pornografico, in nome di una libertà che è solo la sua, che è patriarca nei gesti e nei pensieri più vili, che manifesta verso le donne che ospita e verso la feccia umana che lascia rappresentare attraverso il telefono aperto. Gente come la Meloni, che è donna solo fisicamente ma ragiona e si comporta esattamente come un maschio, contro le altre donne. Con le leggi che propone e fa approvare, con il suo modo di gestire un Paese sempre più misogino e allo sbando.

Si può essere sostenitori del patriarcato anche essendo donne: madri, zie e nonne

Poi postano le foto della famiglia, con tutte donne, pensando che una foto da sola serva a dimostrare l’assenza del patriarcato. Il patriarcato è nei valori, nei pensieri, nelle frasi, nei concetti che si esprimono. Non ci deve essere un “patriarca” maschio per forza, basta la mentalità di certe donne a crearlo. Ce l’hanno nella testa, anche se sono nonne, mamme e zie.  Del resto i figli maschi violenti non hanno forse una madre, delle zie, due nonne? E allora bisognerà vedere che educazione danno anche queste donne ai loro figli, per comprendere cosa sia il patriarcato.

Se il ruolo della donna è quello di essere una madre destinata alla sola riproduzione della prole, questo è un concetto patriarcale. Se tagli gli investimenti negli asili nido nella legge di bilancio e aumenti l’iva sui pannolini, stai facendo del patriarcato. Perché releghi le donne a casa. Anche se poi urli sganasciandoti che sei “donna, madre e cristiana”. Nei fatti – la unica cosa che conta- non sei nessuna delle tre.

Il Patriarcato ha avuto una funzione nella storia dell’umanità. Certamente.

Ha funzionato? Certamente. Finché le donne hanno accettato di essere schiave, marginali, reiette, assoggettate, ha funzionato. Quando nel ‘900 c’era il Patriarca a capo della famiglia contadina, come nel film Novecento, di Bernardo Bertolucci si mostra chiaramente e la famiglia era composta di tutti i figli, i generi e le nuore e i nipoti, a pranzo in un‘unica tavolata. Nessuno andava a tavola col telefono, che non c’era, ma anche ci fosse stato, non glielo avrebbero consentito. E nessuno mangiava prima o dopo, in camera sua, non sarebbe potuto esistere. Nessuno si rifiutava di mangiare quello che c’era nel piatto. Volavano ceffoni salutari. Tutti obbedivano al capo.

Così come tutti andavano a lavorare nei campi e nelle stalle. Gli uomini di qua e le donne di là. Tutto funzionava. C’era una gran miseria, questo si ma anche un gran rispetto per i ruoli. Le donne erano comunque poco considerate. Rispettate, a volte, spesso oggetto di violenze, come oggi, e non potevano comandare e decidere ufficialmente nulla. Allora tutto era chiaro.  Ma la società è andata avanti. Le donne hanno conquistato ruoli, competenze, diritti. Pagandoli duramente.

Poi c’è stato il femminismo. Io sono mia. L’utero è mio e lo gestisco io. Il divorzio, l’aborto, conquiste sociali che hanno liberato altre forze di crescita e se oggi non si parla più di delitto d’onore e ci sono invece i diritti degli omosessuali e si parla di diritto per il fine vita, lo si deve anche a loro, a quelle lotte di libertà.

Da quando ogni donna è una persona libera, ci sono uomini che non l’accettano

Appena gli individui femminili hanno rivendicato una identità specifica, indipendente, con stessi diritti e doveri degli uomini. Da quando chiedono uguaglianza di trattamento. Quando l’hanno ottenuta nei codici, nelle leggi, nel costume della società. Da allora l’uomo, quello impreparato, quello che non accetta il cambiamento, quello che rivendica un passato morto e sepolto, quell’uomo lì perde i punti di riferimento, non accetta il rapporto egualitario, non accetta le diversità. Non accetta i cambiamenti e perde il lume della ragione. Perde il proprio potere e si sente, di fronte agli amici e ai parenti, un uomo dimezzato, irriso, sbeffeggiato e risponde con la violenza.

La violenza di questi maschi nasce dall’orgoglio ferito. Tu mi lasci e quindi mi metti in ridicolo. Che diranno gli amici di me? Penseranno che sono cornuto? Che non ti ho saputa trattenere? Che vuoi andare con altri? Ci perdo la faccia. Per non sottostare a questa vergogna, ti ammazzo. Così dimostro che sono io il padrone. Il ragionamento fa impressione ma è la pura verità. Come estirpare questi concetti dalla testa degli uomini più deboli e dalla società degli amici e dei colleghi? Come toglierla dalle barzellette ? Dai proverbi ? Dalle teste delle persone che telefonano a La Zanzara? La strada è lunga.

Nella vita e in amore si impara solo dalle sconfitte

In amore, nello sport, nella vita, nel lavoro si cresce solo se si impara a subire una sconfitta.  Bisogna imparare a farsi superare in autostrada. A perdere il parcheggio dell’auto che qualcuno con prepotenza o disattenzione ci sta rubando. Imparare a rispettare la fila. Imparare ad accettare le critiche. Valutarle. Discuterle. Capirle. Non si è fessi se si è tolleranti. Non si è scemi se si rispetta il Codice della Strada. Le regole sono necessarie per vivere meglio in società. Sennò vai a vivere nei boschi da eremita. Si è fessi se si vive il rapporto con l’altro con arroganza. Fesso è chi si approfitta della buona fede altrui. Prima o poi la pagherà.

Fessi si è quando si vuole imporre la propria volontà a tutti i costi: passo prima io; decido tutto io. I figli sono miei e fanno quello che dico io. Io ti ho fatto e io ti distruggo. Sono frasi, concetti, che non hanno nessun fondamento ma quante volte ancora le sentiamo sulla bocca di gente stolta? Cosa impara un ragazzo da un genitore che picchia la moglie e tratta così i figli? Quando a scuola gli insegneranno l’importanza di provare sentimenti di benevolenza verso il prossimo, di aiutare l’altro a migliorarsi, di godere dei successi della lei che si è scelta come compagna, cosa penserà se ha introiettato l’insegnamento familiare per cui lei deve obbedire, sennò verrà malmenata?

Insegnare ai ragazzi a sentirsi liberi ma anche a saper perdere

Dice Paolo Crepet che bisogna insegnare ai ragazzi e alle ragazze ad “essere liberi, e insegnare anche a perdere, alla fine di un amore. E’ la cosa più difficile in un mondo così omologo e conservatore, al di là della spartizione destra e sinistra. Non siamo liberi perché siamo collegati, è un tema enorme su cui si vuole sorvolare perché ci sono ineressi enormi. Questi ragazzi cosa fanno in un liceo? Devono imparare a perdere”.

Chi glielo insegnerà? Insegnanti che spesso hanno gli stessi limiti dei ragazzi? Non è che una laurea sia sufficiente per educare dei giovani. Poi oggi si vorrebbe caricare gli insegnanti, di vari ordini e gradi della scuola, a sostenere e gestire insegnamenti come quello sessuale e quello affettivo. Si, certo, con l’aiuto di psicologi, psicoterapeuti… ma voi vedete una scuola attrezzata per questo? Io la vedo sempre più malridotta, come la Sanità, a istituto marginale e inutile.

Che non prepara a niente se non alla disoccupazione e agli atteggiamenti violenti e stupidi degli ultras da stadio. Chi ha un po’ di capacità intellettuale va a studiare all’estero, Erasmus o non Erasmus. S’impara l’inglese e via e non si torna più. Vedete com’è tutto collegato? Come i mali della società e di una gestione arrogante e affarista del Paese poi ricadono su di noi, sul lavoro, la sanità, la scuola, i figli…

Anche le ragazze soffrono di possesso e gelosia ma per lo meno è rarissimo che ammazzino il partner. Il problema è generazionale ma la violenza è maschile

Crepet prosegue: “Non bisogna togliere voti e paghelli, perdere e prendere un 4 vuol dire istruirsi alla sconfitta per poi essere capace di migliorare i propri limiti ma se è stato tutto appiattito come si fa a imparare a perdere? Sono ragazzi e ragazze che non sanno lasciarsi, non sanno cosa vuol dire finire un amore. Non lo sanno i ragazzi visibilmente ma nemmeno tanto le ragazze perché non sanno lasciare.” Hanno il senso di colpa della sofferenza altrui. Sono comunque sempre disposte a un incontro, l’ultimo, che poi lo diventa davvero ultimo, ma nel senso peggiore.

Ora non basterà inasprire le pene, forzare la scuola a insegnare cos’è un orgasmo, far leggere le Affinità Elettive di Goethe o avvicinare i ragazzi alla poesia. Non basta quando fuori hanno testi delle canzoni Trap dove le ragazze sono puttane che devono obbedire, quando nella società, vige il primato del più forte, di chi mena di più, di chi va più veloce, ha più soldi, non importa come guadagnati. Una società che promette che tutti possono avere successo, passando per le scorciatoie dei Talent show e dei provini televisivi, per una gara canora o per una sfilata di miss, passando magari per qualche letto e qualche concessione facile.

Se questo è l’insegnamento reale della vita, che vediamo riproposto nelle serie tv, negli sceneggiati, nelle cronache nere e rosa, nel gossip, nel pettegolezzo di falsi amori, dove conta quanti Rolex hai e quante scarpe Liu Jo posso sottrarti per farti dispetto. Allora la scuola e i genitori hanno già perso.  Mettiamoci tutti una mano sulla coscienza e cominciamo nel nostro privato, nel nostro mondo a comportarci come veri uomini e vere donne, uguali e rispettosi reciprocamente. I figli imparano dagli esempi non dalle parole o dalle omelie.