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29 Novembre 2021

Pubblicato il

Quasi-cappotto democratico

Ballottaggi, Roma a Gualtieri, Torino a Lo Russo ma trionfa l’astensione

di Mirko Ciminiello
Il centrosinistra vince le due ultime grandi città, al centrodestra tra i capoluoghi di Regione va solo Trieste. Ma con l’affluenza al 43,94% il vero trionfatore è il partito del non voto
ballottaggi, elezioni amministrative
Elezioni Amministrative 2021

Alla fine i ballottaggi nei capoluoghi di Regione non hanno riservato sorprese. Roma e Torino hanno infatti seguito il trend del primo turno, quando Milano, Napoli e Bologna avevano eletto sindaci di centrosinistra. Il centrodestra è comunque riuscito a evitare il cappotto grazie alla conferma, sia pure più faticosa di quanto fosse lecito attendersi, di Trieste. In ogni caso, una magrissima consolazione.

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I risultati dei ballottaggi

Sono Roma, Torino e Trieste le grandi città che hanno avuto bisogno dei supplementari per dotarsi di un primo cittadino. E i risultati definitivi hanno praticamente coinciso con quelli preconizzati dai sondaggi.

ballottaggi, roberto gualtieri
Il sindaco di Roma Roberto Gualtieri

In Campidoglio siederà il piddino Roberto Gualtieri, capace di ribaltare l’esito di un primo turno che aveva visto una leggera prevalenza del civico Enrico Michetti. L’ex Ministro dell’Economia, che ha evidentemente saputo attrarre i suffragi di calendiani e grillini, ha trionfato col 60,15%, contro il 39,85% dello sfidante.

Numeri simili sotto la Mole, dove l’esponente progressista Stefano Lo Russo si è imposto col 59,23%, a fronte del 40,77% dell’avversario Paolo Damilano. Si è invece decisa al fotofinish la corsa per il capoluogo giuliano, che ha infine permesso al centrodestra di mitigare lievemente la débâcle. L’uscente Roberto Dipiazza si è infatti affermato col 51,29%, staccando di appena 2,5 punti l’avversario Francesco Russo.

ballottaggi, roberto dipiazza
Il sindaco di Trieste Roberto Dipiazza

Va comunque precisato che questi numeri sono stati fortemente condizionati da altre cifre – quelle relative all’astensione, la più alta di sempre, ad esempio, nell’Urbe. Da questo punto di vista, il secondo turno ha addirittura esacerbato il recente andamento. Alla fine, infatti, solo il 43,94% degli aventi diritto ha espresso una preferenza, quasi dieci punti in meno rispetto a due settimane fa.

piazza del campidoglio di roma
Piazza del Campidoglio a Roma

Tale percentuale rende il partito del non voto l’assoluto dominatore della tornata elettorale – e sarebbe interessante capirne le ragioni. Anche perché, come ha evidenziato il leader leghista Matteo Salvini, un sindaco «eletto da una minoranza della minoranza è un problema» per la democrazia.

Il trionfo del partito dell’astensione

È vero che le urne vuote sono una tendenza piuttosto consolidata (soprattutto nelle Amministrative), così come è noto l’atavico scarso appeal dei ballottaggi. Ma le proporzioni di questo crollo dell’affluenza sono sintomo di una disaffezione e di un malessere generale che non possono essere sottovalutati.

ballottaggi, astensionismo
Astensionismo

Trattandosi di elezioni locali, è certamente plausibile la spiegazione che gli elettori abbiano “punito” candidati di cui non erano convinti. Ma c’è anche chi interpreta il dato in riferimento all’esecutivo di Mario Draghi, in particolare all’ambiguo atteggiamento “di lotta e di Governo” di alcune forze politiche.

mario draghi
Il Premier Mario Draghi

Tutto è possibile, naturalmente: e forse, ai fini della correlazione con le “segrete stanze”, giova ricordare qualche altro elemento. Dal 2011, dal “golpe biancoai danni dell’allora Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, non c’è più stato un Premier eletto dai cittadini. Inoltre, nell’ultima decade è capitato due volte che sia finito all’opposizione un partito che aveva vinto le Politiche (la Lega proprio nel 2011, il M5S nel 2013). Infine, per 9 degli ultimi 10 anni è stato al Governo un partito (il Pd) che non si aggiudica una consultazione nazionale da 15 anni.

silvio berlusconi
Il leader di Forza Italia Silvio Berlusconi

A ciò si aggiunga che qualcuno ha già iniziato a sussurrare che SuperMario dovrebbe restare a Palazzo Chigi anche oltre il 2023. A prescindere, cioè, dalla composizione del prossimo Parlamento.

Basta per giustificare la sensazione che si viva in una democrazia sospesa e che votare non conti nulla?

 
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