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03 Dicembre 2021

Pubblicato il

ATAC, Focus Referendum 4 Autobus ai privati? Il “bell’esempio” di TPL

di Redazione
La bacchetta magica non ce l’ha nessuno. E se il servizio pubblico va male, quello in concessione… pure

Chi ha seguito le puntate precedenti del Focus lo avrà capito perfettamente: in qualsiasi azienda la vera differenza non la fa la natura giuridica dei proprietari, ma la capacità e la correttezza di chi ci lavora. La questione non è astratta. È concreta. E se è innegabile che in moltissimi casi la gestione pubblica fa schifo, non lo è altrettanto che l’avvento dei privati assicuri risultati migliori. 

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Quella delle imprese che si mettono a operare in ambiti che all’origine erano loro preclusi (l’acqua, la riscossione dei tributi, appunto i servizi di trasporto, e chi più ne ha più ne metta) e risolvono tutto è una favoletta. Peggio: è una bugia. Che mira a lasciare ai privati ogni possibile fonte di profitto.

L’esperienza degli autobus in concessione è già stata fatta, qui a Roma, e si chiama TPL. Un rapporto che risale al 2010, quando un consorzio formato da soggetti diversi si è aggiudicato la gara. Più precisamente, citando dal sito dell’Agenzia per il controllo e la qualità dei servizi pubblici locali di Roma Capitale, la gara “ad evidenza pubblica per il servizio sulla rete periferica del trasporto pubblico locale. Il contratto di servizio con Roma TPL è scaduto il 31 maggio 2018 ma Roma Capitale si è avvalsa della possibilità-prevista dallo stesso contratto di servizio-di chiedere al gestore la prosecuzione delle attività fino al 30 settembre 2018 in attesa di individuare, tramite procedura ad evidenza pubblica, i nuovi gestori”.

L’appalto – spiegava a suo tempo Francesco Alessandri in un articolo pubblicato sul sito specializzato Trasportipubbliciromani – “prevedeva l’effettuazione di circa 28 milioni di chilometri con un compenso annuo di 101.640.000 Milioni di euro. Presto fatto il compenso/KM di 3,63 euro circa.  (…) A sua volta Roma Tpl ha subappaltato alcune linee ad altre aziende, soprattutto facenti parte del Cotri,il consorzio che detiene il 33% di Roma Tpl. I mezzi con cui sono svolte le linee sono sempre di proprietà di Roma Tpl, ma personale e depositi appartengono alle singole ditte che hanno ricevuto il subappalto. Responsabile della qualità del servizio davanti al contraente rimane sempre Roma Tpl”.

DALLA TEORIA ALLA PRATICA

Ma come sono andate le cose, alla verifica sul campo?

Certamente non nel modo idilliaco che viene prospettato dai fan delle liberalizzazioni. Innanzitutto, come molti ricorderanno perché la questione è ricorrente e nel corso degli anni se ne è parlato molto sui diversi organi di informazione, ci sono stati grossi problemi nel pagamento regolare degli stipendi. Con l’inevitabile effetto di scatenare le proteste dei dipendenti e di indurli a più riprese allo sciopero o ad altre forme di agitazione. Proteste che di per sé sono sacrosante (ci mancherebbe altro: mica si lavora per hobby) ma che si sono ripercosse sugli utenti.

D’altronde, e lo abbiamo già sottolineato nella seconda puntata del Focus, un’opzione che andrebbe tassativamente vietata è quella dei subappalti. Già è difficile intervenire in maniera rapida e incisiva sui vincitori delle gare, figuriamoci nei confronti di chi non è in rapporti diretti con il Comune. 

Un aspetto che non andrebbe mai dimenticato, infatti, è che questo genere di contratti è agli antipodi di una “catena di comando” tempestiva ed efficace. Se l’azienda è tua, come nel caso delle municipalizzate, il management risponde a te e si può quantomeno sperare che ubbidisca ai tuoi richiami. Se invece è di terzi, o addirittura di… quarti o quinti che operano in regime di subappalto, le controversie tendono a trasferirsi in ambito giudiziario. Con tutte le complicazioni del caso e, per come vanno i ricorsi e i processi qui in Italia, con tempi biblici prima di arrivare a sentenza.

La conclusione, perciò, è che la vera battaglia va combattuta sulla qualità della pubblica amministrazione. A cominciare dai politici che eleggiamo noi cittadini e per estendersi poi a tutti, ma proprio tutti, quelli che vengono selezionati per lavorarci. Dal più rilevante dei manager fino all’ultimo dei commessi.

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Chi afferma, come i promotori del referendum, che le liberalizzazioni sono “sicure” in quanto le aziende private sono assoggettate ai controlli degli enti pubblici, fa finta di non capire che nel ragionamento c’è qualcosa che non va. Delle due l’una: o quegli enti hanno le competenze e l’onesta per funzionare bene, e allora possono benissimo gestire in proprio le attività di cui si discute, oppure sono un miscuglio di ottusità e di rapporti clientelari, per cui non offrono nessuna garanzia nemmeno come supervisori di ciò che viene fatto, o non fatto, o fatto male, dai privati.

 

Leggi anche:

La prima puntata del focus

La seconda puntata del focus: le ragioni del Sì e del No

La terza puntata del focus: privatizzazioni e liberalizzazioni

I quesiti del Referendum

 
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