18 Ottobre 2021

Pubblicato il

Anche i cani hanno un’anima? Papa Francesco riapre il dibattito

di Redazione
Agli animali corrisponde una dimensione ultraterrena? Si riapre così il dibattito su un argomento su cui non c'è ancora unanimità

Anche i cani vanno in Paradiso, sosteneva un film d’animazione di qualche anno fa. Era il 1989. In realtà, il dibattito sull’anima del miglior amico dell’uomo è argomento ben più serio e risalente. E’ una questione teologica. Tanto che presso l’università filosofico-teologica di Münster, in Germania, è nato l’Istituto di Zoologia Teologica del professor Hagencord. “Noi ci proponiamo di trasferire nella vita pratica i concetti della Bibbia ma anche di condurre nell’ambito della teologia la biologia evolutiva e del comportamento”, spiega il fondatore dell’Istituto che si occuperà di vagliare scientificamente la possibilità che ad alcune specie animali corrisponda una dimensione ultraterrena.

Sentimenti, affetto, coraggio, emotività. Le dimostrazioni di una natura profonda, nel regno animale, certo non mancano. Spesso sono così eloquenti da indurci a non aver dubbi, come capitò a Victor Hugo. «Fissa lo sguardo del tuo cane e poi vediamo se oserai affermare che questo animale non ha l’anima», aveva scritto il padre del Romanticismo oltre un secolo e mezzo fa.

A prendere la parola in merito a questo tema, come riporta la newsletter della Federazione italiana associazioni diritti animali e ambiente, è stata anche la massima autorità della Chiesa cattolica. “La Sacra Scrittura ci insegna che il compimento di questo disegno meraviglioso non può non interessare anche tutto ciò che ci circonda e che è uscito dal pensiero e dal cuore di Dio”, ha detto Papa Francesco durante l’udienza generale dello scorso mercoledì. Il Pontefice, a suo sostegno, ha citato anche l’apostolo Paolo che, a proposito della prospettiva ultraterrena degli animali, disse: “Anche la stessa creazione, tutto il Creato, sarà liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio”. Dello stesso avviso non era Benedetto XVI quando, accanto all’imponente affresco michelangiolesco della Cappella Sistina, tracciò la posizione tradizionale della Chiesa per la quale “mentre nelle altre creature, che non sono chiamate all'eternità, la morte significa soltanto la fine dell'esistenza sulla terra, in noi il peccato crea una voragine che rischia di inghiottirci per sempre, se il Padre che è nei cieli non ci tende la sua mano”.

Sull’argomento, proprio in ragione della non univocità delle interpretazioni, resta per chi crede nella prospettiva celeste il ragionevole dubbio. L’incertezza permette di vagheggiare un commovente ricongiungimento spirituale con i nostri amici fedeli. Fedeli al punto che, come sovente capita, neanche la morte riesce a separarli dal padrone. Come accadde per quel bellissimo esemplare di Hachikō che stupì la società nipponica degli anni Venti. Il cane morì all’età di undici anni alla stazione di Shibuya, dove era solito aspettare il rientro del padrone, pendolare, dalla città. L’animale attese quel ritorno mancato per dieci anni.

 
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