Tra politica e storia: Asor Rosa interprete di Machiavelli
Sono passati circa 5 secoli, da quando Machiavelli, chiuso nel suo esilio presso San Casciano, compose il trattato che cambiò per sempre la riflessione sulla politica in Occidente, ossia Il Principe
Alberto Asor Rosa
Concluso il secolo breve, crollate le ideologie, resa funzionale la politica alle “superiori” ragioni del mercato e di un progresso tecnologico che viaggia alla velocità della luce, appare cruciale continuare ad interrogarsi sul senso dell’Occidente e dell’Europa.
In questo contesto, la riflessione sul presente e il passato dell’Italia appare sempre attraversata dal cruccio. Innanzitutto, dovuto al fatto di vedere che l’amor di patria sembra essere divenuto appannaggio del sovranismo e dei nostalgici della destra estrema.
In secondo luogo, perché l’irrompere della dimensione digitale ha reso ancora più asfittico lo spazio dedicato ad una riflessione umanistica e storica, ampia e di vasto respiro, che si interroghi su quell’ambito che, attraverso un titolo molto noto, Hannah Arendt ha definito come stretto tra passato e futuro.
Svelare l’enigma
Da questo punto di vista, il libro che Alberto Asor Rosa ha dedicato a Machiavelli e l’Italia, Resoconto di una disfatta (Einaudi 2019), rappresenta un importante contributo alla riflessione critica. Nel frattempo, Asor Rosa si è spento a Roma, il 21 dicembre 2022, all’età di 89 anni. Si tratta del tentativo, serio e profondo, di meditare sulla storia e sul destino dell’Italia, attraverso il pensiero di Machiavelli.
Sono passati circa cinque secoli, da quando il Segretario fiorentino, chiuso nel suo esilio di Sant’Andrea in Percussina presso San Casciano, compose il trattato che cambiò per sempre la riflessione sulla politica in Occidente, ossia Il Principe.
Libro per certi versi enigmatico, cui si è cercato di far dire tutto e il contrario di tutto, frutto di un’intelligenza folgorante, esso deve essere restituito, attraverso le arti della filologia e dell’ermeneutica storica, al suo senso originario, genuino.
Non sempre scontato. L’operazione ha richiesto un impegno vasto, profondo, che ricorda per certi versi il destino dell’opera e del pensiero di Nietzsche. Non a caso, Giorgio Colli volle, nel primo aforisma di “Dopo Nietzsche” (Adelphi 1974), avvicinare in un destino comune (questo il titolo del passo in questione) le sorti speculative del grande pensatore fiorentino e dell’autore di “Così parlò Zarathustra”.
Scrive Colli: “quando si vede che sul frontespizio di alcune edizioni cinquecentesche di Niccolò Machiavelli, alla Biblioteca Nazionale di Firenze, il nome dell’autore è cancellato da mano ignota, con un frego di penna, per dispregio, di quell’autore che aveva scritto sulla ‘debolezza nella quale la presente religione ha condotto el mondo’, viene in mente Friedrich Nietzsche, e quanto devono attendersi dalla giustizia dei posteri tutti coloro che parlano al loro presente con vera durezza”.
Quando i pensatori sono così profondi, radicali, diventano oggetto di adesione e amore, oppure di ripulsa, assoluti.
Filologia come arte
Attraversando le sale dell’Albergaccio a Sant’Andrea in Percussina, presso San Casciano, laddove Machiavelli compose il Principe, nel secondo decennio del Cinquecento, si ha l’occasione di osservare da vicino il miracolo della cultura del Rinascimento. Quel senso di luminosità abbagliante che nasce, e sola può nascere, da un senso struggente di tristezza e di malinconia.
È noto che il pensatore fiorentino si accinse alla composizione del micidiale libretto, quando, ormai, la parte maggiore del suo impegno politico attivo era tramontata per sempre.
Fa parte di questo quadro la notizia, presumibilmente veritiera, che il dedicatario dell’opera, Lorenzino de’ Medici duca di Urbino, nipote del Magnifico – immortalato da Michelangelo Buonarroti nelle Cappelle Medicee della Sagrestia Nuova del complesso di S. Lorenzo – dopo poco che ebbe l’opera tra le mani, fu distratto dal sopraggiungere del dono di un paio di bracchi, che evidentemente lo interessavano molto di più.
Il merito di Asor Rosa, in questo libro ma anche in altri suoi – penso a L’ultimo paradosso (Einaudi 1985) e a La guerra (Einaudi 2002) -, è quello di non offrire una disamina specialistica come tante, ma di fare autentico lavoro intellettuale e di critica, ripensando e ruminando tutta l’opera, speculativa e artistica, del grande fiorentino.
Da questo punto di vista, il nome di Nietzsche ritorna ancora una volta, quasi fosse un destino che, in nome di ideali comuni, il teorico fiorentino di una politica libera dai dettami della morale e il teorico tedesco del dionisiaco e dell’eterno ritorno, debbano continuare a trovarsi associati. (Sebbene sia noto come la posizione di Asor Rosa sia stata vicina al marxismo, da cui deriva un conseguente atteggiamento di diffidenza nei confronti di Nietzsche).
Nella prefazione del 1886 scritta per Aurora. Pensieri sui pregiudizi morali (1881, ed. it. Adelphi), Nietzsche dà una definizione della filologia come arte del leggere lentamente, cui Asor Rosa in ogni caso sembra ispirarsi. La nostra, dice Nietzsche, è un’epoca del “lavoro”, della “precipitazione indecorosa e sudaticcia”, cui bisogna contrapporre un’arte della lettura lenta, una scrittura interpretativa lenta.
Un’identità complessa
Questo dialogo di Asor Rosa con Machiavelli è improntato, rispetto alla critica specialistica sul pensiero del grande fiorentino, ad una maggiore libertà. Il capitolo delle interpretazioni filologiche di Machiavelli è stato, nel Novecento, imponente: a partire da Federico Chabod, per proseguire con Rudolf von Albertini e Felix Gilbert, fino alla biografia di Roberto Ridolfi, ai lavori di eccezionale rilevanza esegetica di Gennaro Sasso e, recentemente, a quelli di Giorgio Inglese.
Il libro di Asor Rosa, infatti, ha un altro oggetto di costante attenzione, oltre alla teoria politica, ed esso è l’Italia. Quasi superfluo ricordare che egli ha insegnato Letteratura italiana, per diversi decenni, alla “Sapienza” di Roma.
Non è un caso che Eugenio Montale gli abbia dedicato, pur nel suo spirito polemico, una poesia. In quel ciclo della sua tarda produzione poetica, ossia nella raccolta dal titolo Diario del ’71 e del ’72 (1973), Montale dedica cinque poesie ad autori e intellettuali contemporanei italiani. La prima (in due parti) al germanista Leone Traverso, che apre la raccolta. Una al suo grande amico di gioventù, Roberto Bazlen, dal titolo Lettera a Bobi.
Un’altra, molto probabilmente, a Pier Paolo Pasolini, intitolata Lettera a Malvolio, per attaccarlo. Una quarta a Benedetto Croce, intitolata A un grande filosofo, per celebrarlo nel ventennale della morte. Nonché una quinta, intitolata Asor, è dedicata al nostro critico. Questo tipo di ‘credenziali’, hanno reso Asor Rosa particolarmente titolato ad intessere una riflessione su storia, letteratura, identità italiane.
Non a caso, l’ultimo grande lavoro di sintesi complessiva che Asor Rosa ha prodotto, si intitola “Storia europea della letteratura italiana” (Einaudi 2009) e si articola in tre volumi: il primo volume è dedicato a “Le origini e il Rinascimento”; il secondo copre il periodo “Dalla decadenza al Risorgimento”; il terzo ha ad oggetto “La letteratura della Nazione”.
In Italia per sempre
La riflessione della grande letteratura italiana sulle tristi vicende del nostro paese comincia con Dante e Petrarca. Dante muore nel 1321 – e si è da poco celebrato l’anniversario dei settecento anni dalla morte – e Petrarca nel 1374. Il Principe di Machiavelli, la cui prima elaborazione risale al 1513, si conclude con dei versi di Petrarca, tratti dalla canzone Italia mia, benché ҆l parlar sia indarno, che figura nel Canzoniere come la composizione 128. I versi dicono: “Virtù contro a furore / prenderà l’armi, e fia el combatter corto, / che l’antico valore / nelli italici cor non è ancor morto”.
Un grande pensatore politico di sentimenti repubblicani come Machiavelli, dunque, sposa momentaneamente la causa del principato e ad un’opera teorica di venticinque capitoli dedicata al tema, ossia il Principe, decide di aggiungere un appello ai Medici perché si pongano alla testa di un movimento di unificazione patriottico-nazionale. Nell’ultima pagina dell’opera, la frase centrale – che colpisce come una frustata – dice: “a ognuno puzza questo barbaro dominio”.
Machiavelli comprende, insieme a Francesco Guicciardini, che la meravigliosa civiltà italiana – che ha annoverato Dante, Petrarca, Boccaccio, Ariosto, Cosimo il Vecchio e Lorenzo il Magnifico, Donatello, L. Battista Alberti, Brunelleschi e Botticelli, Poliziano, Marsilio Ficino e Pico della Mirandola, Savonarola, Leonardo, Michelangelo e Raffaello – è destinata a perire sotto la potenza degli eserciti stranieri.
Almeno, fino a quando anche in Italia non si sarà avviato un processo di unificazione nazionale che, ai suoi tempi, Francia Spagna e Inghilterra avevano realizzato da un pezzo. Machiavelli perderà la sua scommessa. Ma il Principe continuerà, per secoli e fino ad oggi, a ricoprire un ruolo di centralità inaudita nella storia dell’identità italiana.
