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03 Dicembre 2021

Pubblicato il

Tipi romani, “L’11 in campo” di Giuliano Compagno

di Redazione
Negli anni '50 e '60 tutto passava per Roma, tanto che alla fine dei ’50 essa divenne il centro del mondo

Una differenza sostanziale tra rappresentanti e rappresentati, nel caso della politica romana, non c’è. Sarebbe infatti ridicolo separare le attitudini dei politici dai cittadini che li votano. Il popolo romano ha forse compiuto il suo mutamento antropologico. Nei decenni ’50 e ’60, la romanità si era connotata, non soltanto in virtù della solidarietà e dell’ironia della gente ma soprattutto grazie a una potenza produttiva e creativa che andava impegnando in tutti i campi le migliori individualità al fine di ricostruire, tutti insieme, una nazione distrutta. Al confronto el gran Milàn era un paesone di provincia guidato da un’industria inquinante e priva di qualità (design e moda, nicchie a parte). Tutto passava per Roma, tanto che alla fine dei ’50 essa divenne il vero centro del mondo, la mèta indifferibile di ogni esperienza artistica, di incontri, di conoscenze. Di vita dolce insomma. Non avveniva dal Rinascimento. A riguardare oggi quel passato, viene meno ogni voglia di scherzare. A partire dal ’68 e dalle divisioni sociali che quella finta rivoluzione produsse, Roma è via via degradata a periferia archeologica d’Europa, a luogo di turismo di massa, a territorio disprezzato da abitanti e da visitatori. L’inchiesta ci racconta questo: di una Capitale in mano a malandrini di quarta categoria, che spadroneggiavano grazie all’assenza totale di segnali da parte di chi, qui a Roma, si limita a transitare per un voto qualsiasi in Parlamento. Cambiare tutto in dieci anni, da ora.   

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