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29 Gennaio 2022

Pubblicato il

Spegniamo

Switch-off tv: il buio oltre il T1? 40 milioni di televisori a rischio blackout

di Lorenzo Villanetti
Antonio Diomede, presidente dell'associazione REA, ci racconta perché lo switch-off oscurerà centinaia di tv locali
Antonio Diomede, presidente REA (foto Reasat.eu)
Antonio Diomede, presidente REA (foto Reasat.eu)

Il tema delle radio e televisioni è stato quasi sempre al centro di numerosi dibattiti, tra diritti, fondi governativi e regolamenti. Per ultimo quello che riguarda il D.P.R. 146/17, con cui si stabiliscono i nuovi criteri di accesso ai contributi per le radio e le televisioni locali ai fini dello sviluppo del pluralismo informativo. Ma non solo, perché c’è anche il capitolo sul celebre digitale terrestre. Infatti, dal 1 gennaio 2023, salvo ulteriori proroghe,  lo standard di trasmissione digitale passerà da DVB-T a DVBT2. Se nel 2009 ci fu il passaggio dall’analogico al digitale terrestre, ora ha inizio la rivoluzione del video HD (Alta Definizione) e del 5G. Nel merito dello switch-off è intervenuto in esclusiva al nostro giornale, Antonio Diomede, presidente dell’associazione REA (Radiotelevisioni Europee Associate).

Radio, televisioni e digitale terrestre

“Da come è stato concepito il riparto del fondo, l’80,75% viene assegnato solo a 100 televisioni presenti nella graduatoria di quel DPR 146/17, lasciando a bocca asciutta le rimanenti 450 televisioni medio piccole. Le mille radio devono accontentarsi così del 15%. Sul digitale terrestre, il 5G ha sottratto 11 frequenze della banda 700 UHF (canali dal 49 al 60) agli operatori di rete  per assegnarle ai telefonici. Un grosso affare per lo Stato  che ha ricavato ben 6 miliardi di euro a discapito delle tv locali.

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Queste si trovano costrette a stringersi in una sola  frequenza con codifica MEG-4 (detta anche H264), che può contenere al massimo 24  programmi regionali in SD (Standard Definition), rispetto a quelli della codifica HEVC previsti per legge (detta anche H265). Dunque, il numero delle emittenti che entrano nel T2 è  questione di impiego delle diverse codifiche utilizzate e dello standard SD o HD (Alta Definizione).

Nella fase di transizione, il Mise, contrariamente e ciò che stabilisce la legge e la delibera 39/CONS/19 dell’Autorità per le Garanzie nella Comunicazioni (AGCOM), ha imposto l’utilizzo della codifica  MPEG-4, anziché la HEVC, penalizzando molte emittenti storiche che, per mancanza di spazio trasmissivo, probabilmente non le vedremo più. Infatti, in regioni come Puglia, Veneto, Sicilia e molte altre in cui operano più di ventiquattro emittenti si prevede la chiusura certa del 50% di esse per via di un percorso di transizione T1-T2 non sincronizzato ai sensi dell’uso efficiente delle frequenze previsto dal Codice delle comunicazioni.

Ma non è tutto. Le emittenti sopravvissute ai bandi di ammissione al T2  saranno a forte rischio di oscuramento allo stesso modo dei milioni di televisori di casa e dei luoghi pubblici (alberghi, bar, ristoranti, circoli, ospedali, uffici pubblici e privati in genere)”.

Oltre all’emittenza c’è anche l’utenza

“Come Presidente della maggiore associazione del settore, la REA, dunque persona bene informata, posso affermare che con tutta questa manovra saranno principalmente penalizzate l’utenza e le emittenti locali. Pochi sanno che per mancanza di una tabella di marcia sincronizzata per il passaggio alla TV del T2, ben 25-40 milioni di televisori saranno oscurati senza saperlo. Con la beffa di dover forzosamente mettere mani alla tasca per l’acquisto di diversi decoder o apparecchi nuovi per sostituirli con quelli non più idonei che teniamo in casa. Una volta acquistati e riaccesi noterete l’assenza di moltissimi canali a voi cari perché chiusi dal Mise o scompaginati da AGCOM dalla nuova pianificazione della numerazione imposta sul telecomando.

A rimetterci le penne da questa operazione, oltre all’utenza, saranno prevalentemente le malcapitate emittenti locali. Le quali non hanno trovato spazio trasmissivo nell’unica frequenza pianificata a livello regionale dall’AGCOM in un combinato disposto con il Mise (Ministero dello Sviluppo Economico).

Noi della REA, per garantire la continuità del  servizio all’utenza e la continuità d’esercizio delle emittenti locali senza lo spettro dell’oscuramento, per il rispetto che abbiamo dei diritti costituzionali, avevamo proposto un rinvio dello switch-off  di qualche tempo in modo da far coincidere l’attuazione della nuova codifica di legge del DVB-T2/HEVC con l’adeguamento presso l’utenza di tutti televisori attivi, trasmettendo, per qualche tempo, in simulcast, ovvero contemporaneamente tutti e due i sistemi del T1 e del T2/HEVC”.

Regalare i decoder

“Per facilitare l’operazione sarebbe stato necessario e utile regalare i 40 milioni di  decoder utilizzati dall’utenza domestica, il cui costo, circa 250 milioni di euro, sarebbe stato a carico, in modo proporzionale all’incasso della pubblicità e del canone, delle due maggiori Reti nazionali, RAI e Mediaset. Si ricorda che con cinque miliardi di euro di entrate, di cui circa 3,3 da pubblicità e 1,7 da canone in bolletta, non andrebbero fallite. La considerazione parte anche dal fatto che i maggiori vantaggi della rivoluzione tecnologica sono andati alle due grandi Reti nazionali per il privilegio avuto nel disporre di  maggiore  capacità trasmissiva, di conservare le stesse numerazioni sul telecomando e  di percepire il  95% delle risorse pubblicitarie nazionali.

Dal lato della emittenza locale, nel periodo di transizione del simulcast, come REA,  avevamo proposto al Mise di utilizzare almeno due frequenze dii primo livello  in ciascun ambito territoriale, in modo da soddisfare la momentanea inderogabile necessità di non far cessare l’attività a 450 imprese televisive, sia per  diritto costituzionale, sia per salvaguardare più di 3000 posti di lavoro di cui 700 giornalisti”.

Il progetto della “lobby della comunicazione” è andato avanti

“Perché il Mise si ostina a non seguire le legittime ragioni degli utenti e delle emittenti locali benché ampiamente dimostrate? Presto detto e documentato. C’è un progetto che parte dal 2008, quando la lobby del comparto radiotelevisivo italiano, da anni presente nel settore, decise di lanciare  nelle sedi della burocrazia istituzionale e nei vari governi  la proposta di adeguare le televisioni locali alle esigenze del mercato della pubblicità secondo gli indici di ascolto della società privata, Auditel, la cui compagine societaria è notoriamente in conflitto d’interessi con le locali.

Pubblicarono la tesi secondo la quale l’Italia non poteva contenere più di una trentina di televisioni locali di qualità iscritte ai dati Auditel, per non disperdere le risorse disponibili nel locale tra le 650 imprese in competizione. Vi è dell’inverosimile quando, anche nelle leggi dello Stato come il famigerato D.P.R. 146/17, si afferma che per qualità s’intende il dato di ascolto di Auditel mai certificato da nessuno, tanto meno da Agcom che da sempre si è rifiutata di certificare quei dati,  la cui compagine societaria è composta da RAI 33%. RTI 26.7%, UPA 20%, Assap Servizi 13%, La7  3,3%, Confindustria 3%, FIEG 1%, tutte  facenti capo alla casa madre di Confindustria”.

Mercato e giornalismo

“La parola mercato però, essendo le emittenti prevalentemente informative, dunque testate giornalistiche come prescrive la legge sulla stampa e la Mammì, a noi editori e giornalisti suona male, Questo perché il giornalismo è un’attività del libero pensiero previsto dall’articolo 21 della Costituzione, che non può essere agganciato a qualsivoglia esigenza di mercato. La  lobby invece ragiona in termini diversi. Parla di ricavi e di dignità d’impresa. Purtroppo l’impostazione dei lobbisti trovò terreno fertile anche presso la politica e da qui partirono una serie di norme e provvedimenti legislativi, irrispettosi delle libertà costituzionali del cittadino e delle imprese editoriali come il diritto d’informare ed essere informati (art. 21 della Costituzione) e l’importantissima norma sulla libertà d’impresa (art. 41 della Costituzione), rivendicata dalle emittenti locali costrette a chiudere e licenziare dipendenti”.

Frequenze ai telefonici

“Al Mise c’era molta preoccupazione per il rispetto delle scadenze contrattuali stabilite con i telefonici. Gli adempimenti di legge sono innumerevoli. Si passa dalle consultazioni di legge relative alla pianificazione delle frequenze, all’attuazione del Regolamento per l’assegnazione della capacità trasmissiva e  alla pianificazione della numerazione dei canali sul telecomando. Ma ciò che maggiormente preoccupa i burocrati del Mise sono  gli inevitabili ricorsi che le emittenti avrebbero giustamente presentato alla magistratura amministrativa del TAR, a seguito del forzoso rilascio (esproprio) delle frequenze, nel tentativo di allungarne sine die la consegna.

L’altra e più importante preoccupazione del Mise, come già accennato, è il venir meno alla tesi della lobby, secondo la quale bisognava ridurre  drasticamente il numero delle emittenti a 30, 40, 50 massimo 100  soggetti, a loro dire, come già detto, per esigenze di mercato.

La soluzione ai due complicati  problemi fu assegnata al direttore generale del Mise, Antonio Lirosi, noto esperto in diritto amministrativo e già Segretario Generale del Mise, proveniente dal privato, per ristrutturare le Direzioni del ministero. Lirosi, senza andare troppo per il sottile, trascurando i fondamentali diritti ventennali d’impresa acquisiti dalle emittenti con le autorizzazioni ministeriali  e tagliando corto sugli articoli 21 e 41  della Costituzione, per il  tramite del novello Ministro del Mise, Luigi Di Maio, dettò al Governo le seguenti soluzioni.

Quanto alle problematiche relative al rilascio delle frequenze ai telefonici e al passaggio alla televisione del  T2, suggerì di convertire in legge tutte le norme amministrative relative alle frequenze, in modo che nessuno potesse reclamare, se non alla Corte Costituzionale“.

“Il colpo mortale giunse il 10 novembre 2017”

“Il Colpo avvenne con la pubblicazione in gazzetta ufficiale del D.P.R. (Decreto Presidente della Repubblica) n. 146 progettato e congeniato, in modo tale da assegnare l’80.75% del fondo del pluralismo informativo di circa 100 milioni di euro, alle prime cento emittenti in graduatoria di un farraginoso bando, i cui requisiti sembrano stati fatti su misura di alcuni gruppi editoriali.

Visionando i bilanci di alcuni gruppi, depositati presso le camere di commercio, è palesemente emersa la violazione delle norme sulla concorrenza per gli aiuti di Stato percepiti dalle cento emittenti dal 2016 al 2020, pari a circa 600 milioni di euro.  A questo punto, il 22 ottobre 2021, si è deciso, a campione, di sottoporre  al giudizio dell’Antitrust e Agcom il bilancio 2020 di Telelombardia del Gruppo Mediapason, dal quale si evince che su circa 12 milioni di ricavi, circa 4 milioni di euro sono entrate da pubblicità, 7.616.865 milioni di euro (circa il 73% delle entrate), sono i contributi statali ricevuti grazie al DPR, utilizzati per consolidarsi agevolmente sul territorio battendo la concorrenza nella attuale partecipazione ai bandi della capacità trasmissiva.

Ad oggi, le autorità non si sono fatte vive pur avendo chiesto sollecito parere per meglio chiarire l’esposto diffida della REA.  Nel caso di ulteriore persistente silenzio, a breve, la REA rivolgerà il quesito alle 100 Procure d’Italia, per fare definitiva chiarezza sulle responsabilità di tale inconcepibile modo di gestire del bene pubblico delle frequenze e il danaro dei contribuenti”.

 
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