04 Marzo 2021

Pubblicato il

Quelli che il fumetto

Siamo quelli della generazione Goldrake, quelli della rivoluzione televisiva

di Marcello Catalano

Era il 1978 e avevo 8 anni quando sul secondo canale della Rai TV fu trasmessa la prima puntata di Goldrake

Goldrake generazione
Copertina della colonna sonora di Goldrake

Era il 1978 e avevo 8 anni quando sul secondo canale della Rai TV  fu trasmessa la prima puntata di Goldrake. I cartoni animati non sarebbero più stati gli stessi. Tutto stava cambiando e noi eravamo in figli delle TV private e dei robot giapponesi. Gli anni Settanta erano gli anni del terrorismo, dell’eroina e delle siringhe abbandonate per le strade, della crisi, delle grandi difficoltà economiche.

Anni in cui c’era bisogno di eroi

Anni che ricordo in bianco e nero, anzi in sfumature di marrone e beige Non a caso la moda in quel periodo verteva su queste tinte, quasi a voler sottolineare un atmosfera triste e cupa. Quasi austera. Erano tempi in cui c’era bisogno di eroi, di valori come l’onestà, la giustizia, il coraggio, l’onore, la lealtà. Quei valori che erano stati incarnati nel dopoguerra dagli eroi della Marvel Comics come Superman o negli anni 50 e 60  dai personaggi mitologici dei film Peplum. Goldrake fu in qualche modo la risposta giapponese allo statunitense  Superman.

In entrambi i casi è la storia di un alieno, arrivato sul nostro pianeta dopo essere sfuggito alla distruzione del proprio mondo, che decide di  consacrare la propria esistenza alla difesa della razza umana. La storia dell’umanità è costellata di  simili miti. Ercole, Superman e Goldrake sono figli dello stesso bisogno dell’uomo. Quello di vedere in qualche maniera materializzato in forma fisica un essere sovrannaturale, dalla forza sovrumana. Quasi immortale, portatore di tutti i valori migliori  ma con tutti i tormenti, i sentimenti, le passioni e i drammi degli uomini. Un eroe capace di proteggerci contro tutte le avversità a dispetto di un Dio invisibile, spesso incomprensibile, percepito sovente come lontano e assente, nei confronti del quale ogni forma di comunicazione è a senso unico.

Venivamo da cartoni di tutt’altro genere

La Rai tv trasmetteva dal 1971 Tom and Jerry, Braccio di Ferro, La pantera rosa, Barbapapà, Magilla gorilla, Pixie e Dixie e Lupo de Lupis, Grisù il draghetto e Mr Magoo, Braccobaldo e l’Orso Yoghi, Le avventure di Tin Tin e Wicky il vichingo, Supergulp I Fumetti in TV. Adorabili e divertenti personaggi senza troppe pretese se non quella di farti trascorrere del tempo in maniera spensierata e gradevole. Nessuno aveva mai visto nulla di simile a Goldrake! Un robot gigantesco guidato da un extraterrestre dalle sembianze umane che lotta e combatte contro mostri galattici giganteschi e terrificanti a suon di armi atomiche! I nostri genitori avevano avuto il loro Superman o Nembo Kid , noi avevamo Goldrake! Se oggi domandassimo a un bambino di 7 anni di guardare un episodio di questo robot giapponese, probabilmente cambierebbe canale dopo pochi secondi.

Le nuove generazioni sono abituate a tutto e al contrario di tutto. Molta forma e pochissimi contenuti. A cartoni animati talmente perfetti da poter essere confusi con film interpretati da attori in carne ed ossa. Personalmente ritengo il termine cartone animato, oggi, ormai fuori luogo poiché di cartone e di disegno non c’è praticamente quasi più nulla ed è tutto affidato alla tecnologia digitale. Goldrake, Mazinga Z, il grande Mazinger, Jeeg robot, Daitarn 3, Daltanious, Gundam e tanti altri sono stati per noi bambini negli anni 70 quello che  i personaggi mitologici dei film Peplum  come Ercole, Maciste, Sansone e Ursus, erano stati per i nostri genitori e per i nostri nonni.

Ogni epoca e generazione hanno avuto bisogno dei propri eroi

In qualche modo tutti questi eroi, supereroi, semidei, avevano le medesime caratteristiche. Se da un lato avevano dei poteri straordinari ed erano quasi immortali, dall’altro vivevano le stesse debolezze e le stesse passioni degli uomini. Ma la cosa più importante, consacravano la propria esistenza alla protezione del genere umano. E lo facevano appunto in carne ed ossa, sulla terra, fra di noi, senza nulla chiedere in cambio. A differenza degli Dei che rimanevano seduti a guardare dall’alto dei cieli le vicende degli uomini. Intervenendo a volte attraverso meccanismi incomprensibili e misteriosi imponendo le proprie leggi senza se e senza ma.

Ed è proprio questa umanità all’interno di corpi d’acciaio o scolpiti dai muscoli, pur sempre mortali, che rendeva questi personaggi degli eroi. Poiché l’eroe è colui il quale è pronto a sacrificare financo la propria vita per il bene altrui, consapevolmente e senza attendersi alcuna ricompensa.  Un eroe immortale non correrebbe alcun rischio e  di conseguenza non sarebbe un eroe. Ercole era un semidio mortale, Superman poteva essere ucciso dalla kryptonite e Goldrake distrutto da un arma atomica di un mostro venuto da Vega. Ed è questo che li rendeva così straordinariamente  vicini a noi. Incarnavano tutto ciò che avremmo voluto essere.

Perché Goldrake e i robot giapponesi ebbero tanto successo?

La domanda è ancora oggetto di discussione anche fra letterati ed esperti critici della televisione. A mio avviso sono molte le ragioni di questo successo. Da un lato certamente la novità. Nulla del genere era mai apparso su carta stampata o in televisione. Certo al cinema avevamo visto i robot in film quali “Ultimatum alla Terra” o “Il pianeta proibito” ma non si era mai sentito di  un robot gigantesco all’interno della cui testa alloggiasse un eroe che lo  pilotava e lo comandava. Forse anche perché in quegli anni  la tecnologia cominciava a  diffondersi e a imporsi un po’ ovunque. Dalle fabbriche agli oggetti domestici e nella scienza in generale, con il  timore, a volte velato, altre manifesto, che le macchine potessero prendere il sopravvento sull’uomo.

Come in pellicole cinematografiche quali “Il mondo dei robot” con Yul Brynner, in cui le macchine si ribellavano all’uomo con esiti drammatici. Goldrake per contro dava l’idea che fosse l’uomo a dar valore e a comandare un robot gigantesco per il bene dell’umanità e questo era sicuramente molto rassicurante. Non si può assolutamente dimenticare inoltre il fatto che le sigle di apertura e di chiusura di quei cartoni animati erano assolutamente straordinarie. Eccezionali sotto il profilo della composizione e dell’esecuzione. Era un’epoca in cui anche le sigle di un cartone animato erano suonate con strumenti veri, da musicisti veri e di altissimo livello.

Le colonne sonore di quei cartoni animati

Le sigle di Goldrake furono composta niente di meno che da Vince Tempera, musicista composite e arrangiatore di decine di musiche per cartoni animati, telefilm e film. Tra le quali la stupenda “Silver saddle” dall’omonimo film “Sella d’Argento”, con l’indimenticabile Giuliano Gemma.
Vi invito ad ascoltare i giri di basso di alcune di queste sigle come quella Daitarn 3 per esempio. Sono capolavori. Melodie assolutamente orecchiabili ma quasi mai banali interpretate da grandissimi cantanti fra i quali Fabio Concato.

Ancora oggi quando mi capita di finire a parlare per caso di Goldrake, Jeeg Robot o del Grande Mazinger con persone della mia età, qualcuno che  conosco o che ho appena conosciuto, rivedo in loro la stessa luce, la stessa nostalgia, la stessa emozione che abbiamo negli occhi noi e solo noi: quelli della generazione Goldrake.

 
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