23 Giugno 2021

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“Sanremo Story” 65 anni di festival al teatro Golden FOTO

di Redazione

Sanremo è la storia di brani esclusi e premiati dal pubblico e spesso dalla critica

‘Sanremo Story’ al Teatro Golden di Roma

Al teatro Golden di Roma è in scena fino al 20 dicembre ‘Sanremo Story’, spettacolo di musica e dintorni, interpretato da Emanuela Fresi, Stefano Fresi e Toni Fornari, componenti il gruppo vocale dei Favete Linguis, accompagnati per l’occasione dal maestro Mimmo Sessa al pianoforte, da Michele Ranieri alla chitarra e da Cristiana Polegri al sax, straordinaria vocalist e concertista di rango. Firmano l’impresa Augusto e Toni Fornari, Vincenzo Sinopoli e Andrea Maia, e l’affollamento è ormai consuetudine al Golden. La regia è del solito Toni Fornari. E’ un viaggio nel tempo di 65 anni e presenta successi, aneddoti e stravaganze di un Italia in musica che non c’è più e la cui immagine sbiadita, compiaciuta, da vintage è comunque abituata a far parlare di sé con l’orgoglio di una grande artista sul viale del tramonto che rifiuta controfigure e non ammette maquillage. La storia del festival della canzone italiana è la storia del costume di questo paese, uno specchio fatto di miserie e nobiltà, di composta ricostruzione, presunto boom e rovinose cadute.

Un pezzo d’Italia che appartiene all’album di ricordi sedimentati che si rigenerano come per incanto. A rinverdirne i fasti ci hanno pensato tre funamboli del bel canto che dopo avere per anni fatto il verso al Quartetto Cetra con altrettanta eleganza e raffinatezza, hanno legittimato a buon diritto la conduzione nonché l’esecuzione di questa documentata, variopinta carrellata, tra sacro e profano, sulla rassegna sanremese. Per farlo al meglio hanno chiamato a sé un maestro d’orchestra con dieci gettoni di presenza all’Ariston, una interprete poliedrica innamorata del jazz dalla voce cristallina e un polistrumentista travestito da carneade. L’ingresso dei tre fuori misura, per talento e non per taglia, è subito presago di una serata fuori ordinanza, foriera di battute, sketch e sfottò ma soprattutto di grande musica, originalissimi arrangiamenti e irresistibili parodie. Non può esistere Sanremo senza vallette e senza malelingue e quindi Toni introduce Ilaria e Clara, due prodotti del vivaio interno, che adombrano in un godibile siparietto l’arcaico vizio della raccomandazione associato a carriere folgoranti.

L’esordio spetta alla regina incontrastata per decenni della canzone italiana, Nilla Pizzi che nel lontano 1951 vince la prima edizione con ‘Grazie dei fiori’. La voce soave e penetrante di Manuela è un melodioso messaggio di invito che accoglie il pubblico già bendisposto e coccolato da note languide e carezzevoli. Rimaniamo nella medesima aura con Giorgio Consolini e l’inno alla bontà che accomuna tutte le mamme del mondo; e poi Domenico Modugno prima maniera in ‘Musetto(La più bella sei tu)’, il Quartetto Cetra (‘Aveva un bavero’), la meteora Franca Raimondi(‘Aprite le finestre’) Gino Latilla(‘Vecchio scarpone’), Claudio Villa(‘Buongiorno tristezza’). Con Nilla Pizzi(‘Papaveri e papere’) si chiude il melange degli anni 50, quando il comune desiderio postbellico di serenità faceva il pari con il comune senso del pudore e i sentimenti edulcorati appagavano gli animi e disarmavano la censura dormiente. ‘Nel blu dipinto di blu’ interrompe il l’incantesimo e spazza via la melassa del sentimentalismo, inaugura l’epoca degli urlatori e segna il trionfo planetario del Mimmo nazionale.

E’ la svolta che una società in fermento asseconda e le mode e le tendenze in arrivo da oltreoceano tendono ad accelerare. Toni Dallara e soprattutto Adriano Celentano e Mina sono gli emblemi del nuovo corso. E poi Tony Renis con ‘Quando quando quando’ che viene tradotta in tutto il mondo e persino in lingua vietnamita. Tra un motivo e l’altro Toni, Emanuela e Stefano riassumono con garbo ed ironia le vicende che caratterizzano la storia del festival e i protagonisti. La Sanremomania che si impossessa di ognuno di noi, fruitori a vario titolo di un modello che diventa ricorrenza imperdibile già un mese prima dell’evento e che molti confesseranno puntualmente di snobbare smentiti da picchi di ascolto quasi sempre da guiness. Il linguaggio ‘sanremese’ è invasivo e i tre danno dimostrazione di classe sopraffina nella curiosa parodia di una animata discussione fra amici che parlano dei loro fatti alimentari. Vengono traslati opportunamente nomi e figure, storpiati al bisogno, in una surreale metafora di quotidiana sovraesposizione che genera dipendenza. Superbi! Altrettanto godibile Stefano Fresi, ed il sax di Cristiana Polegri, nella irresistibile imitazione di Louis Armstrong presente a Sanremo nel ’68 con ‘Mi va di cantare’. Il grande Satchmo venne fermato da Pippo Baudo al suo primo festival e dall’organizzatore Ravera mentre andava a ruota libera con ‘ When the saints go marching in’ e stava improvvisando un concerto. Pippo Baudo presente al Golden nella serata del 4 dicembre e invitato da Toni, racconta quei momenti concitati e pieni di tensione e conferma che il grande jazzista non era al corrente di essere in concorso.

Eloquente l’apprezzamento del presentatore che elogia lo spettacolo cui sta assistendo, magistralmente allestito, nell’assoluto rispetto della rassegna canora e dei suoi protagonisti, e dà il senso della professionalità di questi tre straordinari interpreti. L’anno prima il festival aveva avuto un lutto devastante che ne avrebbe segnato il corso. La morte di Luigi Tenco scuote le coscienze ma non ferma la macchina delle vanità. Era un cantautore schivo, impenetrabile e troppo sensibile per ciò che non comprendeva. L’Italia si interroga e bigotti e benpensanti fanno la fila. Delicata la ricostruzione del dramma avvolto per anni in un mistero amplificato. Come toccante è il ricordo di Mia Martini (‘Gli uomini non cambiano’) nella struggente interpretazione di Manuela Fresi. I travestimenti di questi giocolieri del virtuosismo danno un tocco esilarante, da operetta, ad una esibizione musicale coniugata a gestualità scenica sorprendente per stile, singolarità di adattamento, vivacità e intensità emotiva. ‘Ti lascerò’ con Anna Oxa e Fausto Leali; Gianni Morandi e Barbara Cola ‘In amore’; Aleando Baldi e Francesca Alotta in ‘Non amarmi’: ‘Fiumi di parole’ dei Jalisse, famosi per non essere famosi; Amedeo Minghi e Mietta in ‘Vattene Amore’; Albano e Romina nel tormentone che ogni italiano ha cantato, ‘Felicità’.

Sono alcuni esempi dell’entusiasmante vetrina dei tre inarrivabili caratteristi. Sanremo è la storia di brani esclusi e premiati dal pubblico e spesso dalla critica. ‘Marzo 1943’ di un semisconosciuto Lucio Dalla già trombato e deriso con ‘Paff…bum’ alcuni anni prima, ne è la prova esemplare. C’è spazio per le varie classifiche, i vincitori, i piazzati, le presenze anche dei presentatori più longevi, con Baudo che batte Mike e il capostipite Nunzio Filogamo. Il richiamo alla scuola genovese che ha sfornato il fior fiore dei cantautori nostrani, dallo sventurato Umberto Bindi, eccelso musicista, persona umile, discriminato in vita, a Gino Paoli, Luigi Tenco, Fabrizio De André, Bruno Lauzi. Dagli anni 80 la corazzata Sanremo diviene imbarcazione da diporto o, peggio, negli anni successivi, è come una lancia in balia dei flutti della mediocrità, affondata dalla pochezza di autori che portavano testi ridicoli affidati a protagonisti allo sbaraglio. E presentatori collaudati chiamati a rianimare l’ illustre infermo non avranno quasi mai buona sorte. Ma il tempo riequilibra sapientemente i giudizi anche se il passato non torna indietro e nei primi trent’anni la vicenda sanremese, nel bene e nel male, ha dato il meglio di sé, l’impronta aderente di un paese vero e senza trucchi perché anche gli orpelli erano essenziali e andavano smascherati. Sanremo come concezione artistica naif contrapposta alla finzione esasperata dei talent odierni, in cui si crea il personaggio a tutti i costi, snaturato e sbranato prima di iniziare un’avventura che nel migliore dei casi aliena la personalità del concorrente.

Lo sketch di Stefano Fresi sopraffatto dai due impresari senza scrupoli, alias Toni Fornari e Manuela Fresi, è un j’accuse fuori dai denti che non consente repliche. Ancora terzetti e quartetti: I ricchi e poveri, il trio Morandi Ruggeri Tozzi, i Pooh. Lo sdoppiamento del trio che fa il verso a se stesso, complice lo schermo in qualità di alter ego, è parodia nella parodia. In chiusura la canzone italiana più famosa al mondo , ‘Volare’, con la partecipazione affettuosa del pubblico in delirio,  proposta in varie imitazioni, cinese, spagnola, viennese, greca, vaticanese, sarda, russa. Quindi il finale per l’ultimo gruppo di brani ormai negli archivi della musica leggera italiana. L’abbraccio del presentatore principe di Sanremo, Pippo Baudo, decreta il trionfo per Manuela Fresi, Stefano Fresi, Toni Fornari, e per i luogotenenti di lusso Michele Ranieri, Cristiana Polegri e Mimmo Sessa. Onore al merito. E’ finita come da copione e il mio pensiero va al festival del 1964, quando un ragazzone caracollante con il ciuffo ribelle, clone dichiarato di un mito d’oltreoceano, si appresta a mimare sciaguratamente ‘Una lacrima sul viso’. Canterà in play back per una laringite che lo affliggeva, con un centimetro di cerone e ciglia accuratamente predisposte. Mi è mancata quella immagine e la riproduzione di quel brano leggendario, forse solo perché ero bambino e la nostalgia a una certa età fa brutti scherzi. Bobby Solo verrà squalificato e non vincerà Sanremo ma si rifarà l’anno dopo con un brano meno aulico. Ma questa è un’altra storia.

Sebastiano Biancheri

 
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